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 26 dicembre 2006
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26 dicembre 2006    
Omelia di don Adriano Dongiovanni
direttore ufficio diocesano per la pastorale familiare.

Sia lodato Gesù Cristo.

Carissimi fratelli e sorelle, mentre contempliamo ancora il grande mistero del Natale, il ponte apertosi fra l’eternità della storia e Dio, che prende su di sé la nostra carne umana per redimerla e permettere a noi di comunicare alla sua divinità, celebriamo oggi la nascita al cielo di due figure, lontane nel tempo, ma legate da un unico desiderio di santità: il primo martire del Cristianesimo Stefano e il Servo di Dio Don Quintino Sicuro.

 Per la santità, obiettivo a cui tutti noi siamo chiamati perché tutti possiamo arrivarci, basta avere il cuore sincero, proteso a DIO.

Non possiamo pensare che la santità sia riservata a pochi eletti. Ogni figlio di Dio, dal giorno del suo Battesimo, inizia un cammino che deve portare, giorno dopo giorno, nella serenità e nelle difficoltà della vita, a vivere la comunione vera, profonda e piena con Dio.

Questo in fondo, significa essere santi ,vivere in Dio e non permettere a nessuno di rompere questo legame d’amore e di fedeltà.

 Quali possono essere i mezzi per diventare santi, per rimanere in Dio?

 Questa sera vorrei sottoporne tre alla nostra attenzione e riflessione. Questi tre mezzi che hanno caratterizzato la vita di Gesù e quella dei santi, giorni interi., anche di don Quintino.

 Il primo strumento, il primo mezzo, è la preghiera silenziosa. Il Vangelo ci dice che spesso Gesù al mattino presto si avviava da solo sulla montagna per pregare, per incontrare il suo Dio. Tutti i momenti più importanti della sua vita sono stati caratterizzati dall’incontro con Dio, perchè in lui trovava la forza per continuare la sua missione anche e soprattutto alla vigilia della sua passione e della sua morte.

Di don quintino, fratel Vincenzo ci dice: ”dalla levata del sole al riposo riempiva gelosamente la sua giornata di lavoro e preghiera senza perdere mai tempo” ed ancora: “iniziava la sua giornata alle quattro del mattino e subito si recava in chiesa per la preghiera che durava circa due ore, poi celebrava l’Eucaristia e per tutto il giorno, pur lavorando, non veniva mai distolto dalla contemplazione”. Era solito dire: ”se non si prega di giorno bisogna pregare di notte”.

Quanta importanza diamo noi alla preghiera?

Riusciamo a crearci spazi di silenzio per entrare in comunione con il nostro Dio, per gustare la sua presenza, lasciandoci consolare da Lui?

Riusciamo a fare diventare preghiera ogni azione della nostra giornata?

Secondo strumento, secondo mezzo che ci porta verso la santità è la carità.

E’ il filo rosso dell’esistenza di Gesù. I poveri, gli ultimi occupano il posto centrale nel suo cuore e nel regno che egli viene ad inaugurare.

Anche Don Quintino visse la carità con tutte le sfumature umane: dolcissimo, affettuoso con i     bambini, con i familiari, sorridente e benevolo con tutti .

I poveri erano l’oggetto della sua premura. Afferma ancora fratel Vincenzo: ”dava via tutto, senza conservare neanche uno spillo per sé”.

Ci sarebbero tanti episodi da raccontare per descrivere come don Quintino ha vissuto la carità; ma basta ricordare una citazione che lui scrisse sulla parete della sua camera e che credo possa sintetizzare questo aspetto della sua vita di uomo di Dio: La generosità si riconosce non tanto da ciò di cui ci priviamo per gli altri quanto da ciò che serbiamo per noi.

Riusciamo noi ad essere il riflesso dell’amore di Dio? Della sua attenzione nei confronti dei più deboli? Riusciamo noi a vincere il nostro egoismo per donare del nostro agli altri? Sappiamo essere accoglienti, generosi, disinteressati, confidando nella provvidenza di Dio oppure siamo attaccati morbosamente ai tempi, al denaro a tal punto da diventarne schiavi?

 La terza caratteristica: l’umiltà.

Proprio in questi giorni contempliamo il Bambino Gesù.

Dio che ha scelto di venire in mezzo a noi, di manifestarsi, di rivelarsi proprio nell’umiltà, nella semplicità, nella povertà. Virtù che hanno caratterizzato il suo pellegrinaggio terreno: “non sono venuto per essere servito ma per servire e donarmi a tutti”.

E l’ultima immagine che consegna alla sua comunità come testamento spirituale è il suo chinarsi davanti agli apostoli per lavare loro i piedi.

Anticipazione della sua morte in croce, epilogo di un’esistenza vissuta, nascondendosi nel silenzio.

Don Quintino ha scelto l’umiltà, la semplicità, la povertà quando lasciando il convento che considerava ancora un luogo troppo confortevole va a vivere presso l’eremo di S. Francesco a Montegallo affermando: “lascerò il saio e poi con i panni della Provvidenza da vero sposo di Madonna povertà imboccherò il nuovo sentiero”.

Riusciamo noi a vivere in umiltà, nel nascondimento, mettendoci da parte per fare spazio agli altri, oppure tentiamo sempre di imporci con il nostro stile, con il nostro modo di pensare, con le nostre convinzioni o speriamo spesso di primeggiare e farci notare.

Che valore ha per noi il servizio disinteressato per gli altri, per la comunità.

Abbiamo il coraggio di spogliarci del nostro io, del nostro orgoglio, per tirarci sui bisogni degli altri?

Carissimi fratelli e sorelle, la strada per la santità è certamente faticosa, ricca di conquiste e di sconfitte, ma non è impossibile da percorrere.

Apriamo il nostro cuore all’azione dello Spirito Santo. Lasciamoci illuminare dalla parola di Dio e incoraggiati dalla testimonianza di tanti uomini e donne che lungo la storia hanno cercato di comprendere per realizzare il progetto di Dio sulla loro vita.

Santo Stefano e Don Quintino ne sono due esempi. Chiediamo loro il sostegno e l’intercessione.

Sia lodato Gesù Cristo.