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 28 maggio 1990
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28 maggio 1990
discorso di don Italo Magagnino nella chiesa madre di Melissano 
per il 70° dalla nascita di don Quintino Sicuro

Ringrazio Dio e l’Associazione “Amici di don Quintino” per avermi invitato a condividere con voi quest’ora di festa di famiglia, per il compleanno di Don Quintino Sicuro.

Mi sarebbe dispiaciuto non essere presente, perché, come dissi a Luigi Sicuro, quando volle manifestarmi la sua gratitudine per il funerale di Don Quintino alla fine del 1968, così dico a voi: “Egli era un fratello anche per me. Per te, caro Luigi, era fratello di sangue, per me era fratello di sacerdozio”. Era quello un sentimento sincero e profondamente sentito, che resiste all’usura del tempo che passa.

Ci tenevo ad essere presente specialmente quest’anno, che non è un compleanno qualsiasi, ma il 70°. Don Quintino avrebbe oggi 70 anni, soltanto 70 anni! Sembrano tanti, ma per il cammino che ha compiuto, sono veramente pochi. Per inciso: la stessa età del Papa Giovanni Paolo II, che è più avanti di appena dieci giorni.

E, ancora per inciso, appena ieri ho festeggiato il compleanno di un’altra persona, a voi nota e a me oltremodo cara, il compleanno di mia madre.

E’ nata quasi lo stesso giorno di Don Quintino, anche se non lo stesso anno.

Perciò questa data accomuna nel mio cuore persone che meritano venerazione ed affetto: con Don Quintino ci sono il Papa, il Vescovo Emerito Mons. Mennonna (è nato anche lui il 28 maggio) e mia madre.

Vi dirò anche che non mi basta celebrare questa data PER don Quintino, ma anche CON don Quintino, perché gli “Amici di don Quintino”, onorando il loro statuto, specialmente l’art. 1°, hanno voluto commemorare il compleanno celebrando l’Eucaristia, quindi con Gesù, col quale è certamente presente il Festeggiato, il Melissanese più caro a Gesù, il Servo di Dio Don Quintino.

Perciò la nostra fede nella Comunione dei Santi ci dà la certezza che Don Quintino è qui con noi questa sera a rendere grazie con noi al Signore.

Penso anche, però, e con nostalgia, che a soli 70 anni, egli poteva essere con noi qui anche fisicamente da vivo.

“Egli lascia ai suoi cari, ciò che c’è di più prezioso sulla terra: il ricordo dei suoi consigli, l’immagine delle sue virtù, l’esempio della sua vita” (S. Bernardo)

Pensando alla sua morte prematura, mi viene da applicare a lui quel che leggiamo nella 2^ lettera a Timoteo a proposito di S. Paolo: “E’ giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2^ Tm 4,6).

Don Quintino, infatti, bel convinto dalla persona esperienza militare precedente, che, come osserva S. Paolo, “nessuno quando presta servizio militare, s’intralcia nelle faccende della vita comune, se vuol piacere a Colui che l’ha arruolato” (2^ Tm 2,4), non si curò molto della sua salute fisica; anzi possiamo ben dire che negò al suo corpo le attenzioni più comuni ed elementari: un po’ di calore nel freddo inverno delle Balze, una calzatura di protezione ai suoi piedi nudi sulla pietraia e sulla neve.

Lo sottopose a fatiche estenuanti durante la ricostruzione dell’eremo di Sant’Alberico, senza neanche garantirgli la regolarità del cibo, che qualche volta,  com’egli stesso mi confidò, era costretto a saltare, sperando che la Provvidenza gliel’avrebbe procurato l’indomani. “Compiacere Colui che l’aveva arruolato al Suo servizio” era la sua principale aspirazione.

Camminava “guardando la vetta, anelando la cima”, per usare una sua espressione ripetuta alle nostre giovani di Azione Cattolica di Melissano in un ritiro spirituale tenuto nella Chiesa dell’Immacolata.

E quest’anelito lo spingeva ad affrettare il passo, a fare della vita terrena, più che un pellegrinaggio, una corsa. Per questo scelse la via dell’eremo, come una corsia preferenziale, per accorciare la via.

Don Quintino Eremita e Sacerdote.

“Eremita dei tempi nostri”, secondo la definizione del compianto Vescovo di Cesena Mons. Bandini.

“Monaco del nostro tempo”, come preferisce chiamarlo il suo Postulatore don Ezio Ostolani.

Chi è l’eremita?

Egli, per un verso, si può paragonare alla chiocciolina, la cui esistenza è legata al suo guscio, che poi ostruisce con un candido opercolo, che la isola dal mondo circostante, immersa nella terra come sepolta viva.

L’eremita, come la chiocciolina, si rinchiude nell’eremo, come nel suo guscio, donde il nome “eremita”.

Eremo è una parola nata dal greco koiné, proprio della letteratura cristiana, che vuol dire “deserto”. L’eremita fa il deserto intorno a sé, isolandosi dal consorzio umano, costruendosi un rifugio in luoghi solitari e remoti, spesso quasi inaccessibili e preclusi al mondo esterno da una rigorosa clausura volontaria; ma, a differenza della chiocciolina, che s’immerge nella terra, l’eremita s’immerge nel cielo della contemplazione, nella preghiera e nel silenzio, affinché, come dice S. Paolo, “libero finalmente dalle faccende della vita comune, possa piacere soltanto a Colui che l’ha arruolato” (ib.). “Perciò ci sforziamo, sia dimostrando nel corpo sia esulando da esso, di essere a Lui graditi” (2^ Cor. 5,9).

Direi allora che l’eremita, più che ad una chiocciolina, è simile alla pioggia caduta dal cielo in terra. Essa, sentendosi mescolata al fango, sente la nostalgia del cielo, dal quale è venuta, e anela a tornarvi: “Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste...In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita” (ib.)

Perciò l’acqua, nella pozzanghera, si lascia volentieri assorbire dal sole, il quale la purifica e la riporta nel suo cielo, per poi restituirla come limpida goccia di rugiada o candido fiocco di neve a far rifiorire la vita sulla terra. Ecco perché Don Quintino, da eremita, sentì prepotente la vocazione sacerdotale.

Da eremita, non gli sarebbe dispiaciuto che “fosse disfatto il suo corpo per essere con Cristo”, come S. Paolo; ma il Cristo, che lo aveva “arruolato” alla Sua sequela, gli fede sentire un’altra Sua parola: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se invece muore, produce molto frutto”.

Don Quintino comprende così che l’isolamento eremitico è stato un periodo della sua vita di preparazione alla missione sacerdotale. Gesù, lo ha chiamato nell’eremo per liberarlo dsa ogni intreccio con la zizzania, per poi seminarlo nel suo campo. Lo ha separato dagli uomini, per poi mandarlo a salvare gli uomini: “Ex hominibus assumptus, pro hominibus constituitur”, come dice S. Paolo.

Nel SACRO SILENZIO, che regnava nell’eremo di S. Alberico e che Don Quintino aveva scritto a caratteri cubitali sull’ingresso, risuonò inequivocabile la voce del divino Maestro, che lo chiamava.

Il progetto di Gesù era che Don Quintino non restasse solo. Don Quintino l’accolse felice e, superando ogni ostacolo, da umile eremita penitente, divenne Sacerdote Eremita.

Miei carissimi fedeli di Melissano, siamo alla fine del mese mariano e non posso fermarmi qui, senza accennare alla pietà mariana di Don Quintino. Due solo particolari. Piccoli, da non essere riportati tra i dati biografici come date storiche del Servo di Dio; ma preziosi, perché ci consentiranno di scorgere la Mano di Colei che ha condotto Don Quintino all’Altare, la mano della Madre Celeste.

Il primo particolare è che il piccolo Quintino ha ricevuto la Prima Comunione in questa Chiesa parrocchiale dedicata alla Madonna del Rosario di Pompei, proprio l’otto maggio, giorno che i devoti del Santuario di Pompei reputano solennissimo, perché prescelto dal Beato Bartolo Longo per la recita della famosa Supplica alla Madonna di Pompei.

Alla luce degli eventi successivi, si deve pensare che la Madre Celeste, fin dal momento in cui depose quel chicco di Grano Eucaristico nel cuore del fanciullo proprio nel Suo giorno, lo scelse come discepolo prediletto del suo Gesù. Infatti, nel 1947, fu proprio alla fine della proiezione del film “BERNADETTE” che egli sentì come un sogno irrinunciabile la sua vocazione al Sacerdozio, tanto da impegnarsi con la Beata Vergine con la promessa: “O Vergine Immacolata, se mi aiuterai a realizzare il mio sogno, verrò a trovarti a Lourdes”.

La Beata vergine lo esaudì ed egli mantenne la promessa, recandosi a Lourdes in pellegrinaggio a piedi.

E’ lì che Maria lo aspettava per presentarlo a Gesù, perché lo avesse caro come un discepolo prediletto, che Ella gli aveva preparato fin dal giorno della Prima Comunione. E a quel discepolo prediletto Quintino, come già fece sul Calvario col discepolo Giovanni che Egli amava, Gesù avrà detto, presentando l’Immacolata: “Quintino, ecco tua Madre”. “E da quel momento, il discepolo Quintino la prese con sé, in casa sua”.

Tornato all’eremo, scavò per Lei la Grotta di Lourdes. E quando giunse per Don Quintino il momento del riposo, egli s’appollaiò ai piedi della Mamma Celeste in quella Grotta, dove attende di risvegliarsi alla luce del suo sorriso materno.

Cari fedeli di Melissano e Amici di Don Quintino, quale messaggio egli lascia ai suoi Concittadini, che commemoravo il suo 70° ?. Certamente li invita a fare della propria vita, quel che fece lui della sua:

Ø      un’umile e ardente AVE MARIA, cioè una lode e un omaggio filiale a Maria e “al frutto benedetto del suo seno, Gesù,

Ø      e una fiduciosa e devota SANTA MARIA, cioè un affidamento pieno di fede alla sua bontà materna,

Ø      nell’ADESSO quotidiano delle prove e degli affanni di poveri peccatori figli suoi, e

Ø      nell’ORA SUPREMA della morte, affinché anche il nostro risveglio nell’eternità avvenga nella visione del Suo sorriso “sole raggiante di divina luce” e al “vivo fuoco del Suo santo amore”.

Si, Don Quintino! Com’è stato per te, COSI’ SIA per me, COSI’ SIA per i tuoi Concittadini, SIA per tutti COSI’!

AMEN! ALLELUJA!