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ATTI DEL 2° CONVEGNO

FORUM DEL 27/28/29 NOVEMBRE 1998 

Assessore  dott.ssa ARIANNA  STEFANO

Porgo a tutti voi il saluto dell’Amministrazione Comunale, a nome della quale ringrazio prima di tutto i relatori per la loro disponibilità a essere qui in mezzo a noi per parlarci della figura del nostro concittadino don Quintino Sicuro: parleranno questa sera e si tratterranno anche domani e dopodomani. Un grazie anche alle autorità presenti civili, militari e religiose; un saluto particolare al nostro amato vescovo S.E. Mons. Vittorio Fusco per essere qui con noi. Ringrazio, inoltre, tutti voi che avere scelto di essere qui questa sera, e infine, ma non per minore importanza, un sincero e sentito ringraziamento all’Associazione “Amici di don Quintino” di Melissano, che opera ormai da molti anni per mantenere vivo il ricordo di quest’uomo che è stato nostro concittadino.

L’Amministrazione Comunale di Melissano ha voluto essere vicina a quest’Associazione nell’organizzare queste tre serate, perché ritiene doveroso da parte sua contribuire a mantenere vivo il ricordo di don Quintino Sicuro, in quanto esempio per tutti noi: esempio di umanità pienamente vissuta, che noi tutti - cittadini e amministratori - abbiamo il dovere di commemorare, per conoscerlo sempre meglio e diffonderne soprattutto tra i più giovani l’insegnamento.

Questa sera i relatori ci aiuteranno a conoscere il modo di pensare di don Quintino e il suo umile modo di vivere, da cui deriva certamente un grande messaggio. Lui ha vissuto con umiltà ed è stato fedele al progetto che si era costruito per la sua vita.

Con questo spirito l’Amministrazione Comunale ha accolto con vera soddisfazione la richiesta  presentata dall’Associazione “Amici di don Quintino” di dedicare una piazza a questo nostro concittadino, dichiarato servo di Dio dalla chiesa.

 L’Amministrazione ha messo a disposizione uno spazio qui a Melissano circa 2000 metri quadrati che ha fornito delle infrastrutture e che poi l’associazione provvederà ad arredare.

Io mi voglio fermare qui  per dare la parola a chi, più degnamente di me dorrà parlarvi di quest’uomo per aiutarci a conoscerlo. Nell’augurarvi buona serata, passo la parola al presidente dell’”Associazione Amici di Don Quintino”, signor Nicola Scarpa. 

Il Presidente dell’Associazione NICOLA SCARPA

Ringrazio l’assessore Arianna Stefano. L’Associazione “Amici di don Quintino” di Melissano, veramente, senza la collaborazione e l’aiuto anche concreto dell’Amministrazione Comunale, non avrebbe potuto organizzare questa tre giorni di studio sulla figura  del nostro compaesano don Quintino Sicuro, né avrebbe potuto avere il contributo delle personalità che in queste giornate ci onoreranno della loro presenza e tratteranno del pensiero e della vita del nostro amato eremita. Non ancora tra noi il dott. Adolfo Maffei, al quale è stato affidato l’incarico di coordinare i lavori della serata, in cui ascolteremo gli interventi del prof. Giulio Cipollone, teologo dell’Università Gregoriana di Roma, che tratterà il tema Dall’orrore della guerra alla scelta della pace; faranno seguito il dott. Luigi Russo, giornalista presso l’editrice Dehoniane di Bologna, che parlerà sul tema Messaggio per il futuro da un profeta dei nostri giorni, e il prof. Cosimo Scarcella, nostro concittadino, docente di filosofia,  che svilupperà il tema Da Melissano un esempio di scelta ed umanità vera. Chiuderà i lavori il nostro vescovo mons. Vittorio Fusco.

Domani, poi, sabato alle ore 17.30, il prof. Padre Giulio Cipollone celebrerà una santa Messa nella chiesa parrocchiale  e, infine, domenica alle ore 10,00 presso il Centro Culturale “Quintino Scozzi” i medesimi relatori incontreranno la cittadinanza, e in primo luogo i giovani, per discutere dei problemi del mondo giovanile; in particolare il professor Giulio Cipollone si fermerà sul tema Giovani e scelte di vita alternative, e il dott. Luigi Russo parlerà sul tema La situazione del giovane tra disagio e opportunità.

Abbiamo tutti il desiderio di ascoltare la loro parola, per meditarla e ricavarne ogni utile indicazione soprattutto pratica. A noi, grati al Signore per averci donato Don Quintino, il compito di disporci con sincerità di cuore a far tesoro  di quanto in questi giorni ci verrà proposto. Buon lavoro a tutti. 

Prof.   COSIMO SCARCELLA

Tema: Da Melissano un esempio di scelta ed umanità vera.

Un doveroso ringraziamento va rivolto a tutti quelli che, in qualunque maniera, hanno dato il proprio contributo, onde realizzare questa opportunità, grazie alla quale ciascuno di noi individualmente e poi tutti insieme apprenderemo utili ed esemplari insegnamenti provenienti dalla vita del nostro don Quintino Sicuro, per prenderne consapevolezza sempre più convinta e trasferirla nella vita quotidiana, quando siamo chiamati ad adempiere con responsabilità ai nostri impegni, che ci provengono dalla nostra realtà quotidiana.

Settantotto anni fa, a Melissano è nato una persona. Una persona come tante altre. Un giovane “normale” dalla normale vita di giovane destinato ad assolvere alle incombenze che possono provenire da una famiglia di onesti contadini in un paese di cittadini laboriosi. Quintino Sicuro ha camminato per le nostre strade. Nelle vene di don Quintino è circolato sangue nostro.

Una tentazione grossa durante la vita di ciascuno è quella o di banalizzare ogni avvenimento soprattutto straordinario o di contemplare estasiati la straordinarietà che ci si presenta, senza farci sfiorare dal pensiero che tutto possa riguardare noi e debba coinvolgerci anche praticamente nel nostro modo di pensare e di agire. A me, da bambino, è accaduto di assistere a un evento straordinario, che è rimasto scolpito nella mia memoria come un fatto “strano”, ma che non si toglie dalla mia mente. Ricordo la scena che vidi da bambino (non avevo ancora dieci anni), quando Don Quintino venne la prima volta qui a Melissano, per assistere la madre ormai gravemente ammalata. Ricordo quest’uomo, che ogni mattina per parecchi giorni, si  recava, scalzo, da casa in chiesa, con il capo leggermente chino, gli occhi sempre bassi e un diffuso sorriso che abbelliva il suo volto coperto di barba incolta: e quell’anno, nemmeno a farla apposta, a Melissano nevicava. La via Casarano e le altre strade, che portavano dalla chiesa alla sua casa paterna in via Paolo Veronese, erano fangose, piene di ciottoli acuminati e pericolosi sassi sporgenti. E’ un’immagine che mi porto dietro e che non riesco a dimenticare, soprattutto mi chiedo ancora oggi il perché mi sia rimasta indelebile. Ricordo che andai a “vederlo” come faceva tanta altra gente di Melissano e dei paesi vicini: curiosità  (ma la mia era infantile e ingenua). Attendevo fuori dalla porta, facendo la coda e aspettando il mio turno per poter entrare; l’eremita, seduto vicino a un tavolo mi accolse ponendomi la mano sulla testa. Mi disse qualcosa che non ricordo; ma non dimenticherò il suo sorriso aperto e luminoso.

(Chiedo scusa. E’ arrivato il moderatore, dott. Adolfo Maffei. Lo salutiamo e lo ringraziamo della sua presenza).

Cosa c’è fuori dall’ordinario nell’esperienza eremitica di don Quintino Sicuro?  Se visitassimo i luoghi dove egli ha scelto di vivere, se vedessimo coi nostri occhi gli ambienti dove conduceva la sua esistenza quotidiana, rimanendovi giorno dopo giorno, anno dopo anno, per lunghi anni, con una coerenza veramente straordinaria sono sicuro che saremmo presi da sgomento. Una persona “normale” può fare un sacrificio per un ragionevole limitato periodo di tempo, ma essere coerenti con certi principi e rimanere perseveranti nelle scelte coraggiose ed ardite, è qualche cosa veramente di straordinario.

Da cittadino di Melissano penso  che a noi interessi non tanto in che cosa don Quintino sia stato fedele e coerente, quanto soprattutto la sua fedeltà e la sua coerenza in se stesse. Poi potremo anche cercare di capire in che cosa e per che cosa sia stato fedele e coerente, potremo discuterne la validità ed essere d’accordo o dissentire. Ma non potremo fare a meno di prendere atto dell’eroicità delle scelte fatte da don Quintino e della nobiltà esemplare della sua fedele coerenza. Ed è un atteggiamento, sul quale tutti, ma in primo luogo noi melissanesi dobbiamo meditare. Noi, infatti, siamo eredi quasi diretti di don Quintino,e, pertanto, siamo chiamati a onorare per primi questa nostra nobile eredità morale.

La fedeltà e la coerenza si fondano sulla carità, che si traduce nella disposizione a negare il nostro interesse privato, al fine di garantire e perseguire l’interesse dell’altro. L’egoista, perciò, non può essere né fedele né coerente, in quanto a dettare e a determinare i suoi atteggiamenti e le sue scelte è esclusivamente il proprio tornaconto, il quale, in quanto tale, segue di volta in volta la situazione più favorevole. Egoismo significa misurare soltanto me stesso, e commisurarmi agli altri tanto  quanto torna utile alla realizzazione dei miei progetti. Professionalmente, ad esempio, s’intessono relazioni sociali tanto quanto possono portare alla propria professione opportunità di immediato utile soprattutto economico: così si comporta l’ingegnere, così l’economista, così l’artigiano e così l’insegnante. Questo è l’egoismo che corrode e logora il mondo di oggi: l’egoismo di quando non siamo capaci di sentire ciò che sente l’altro, di quando ci chiudiamo in noi stessi o, peggio, di quando ipocritamente fingiamo di non conoscere l’altro nei suoi bisogni. Allora, disumanamente riteniamo che non sia dovere urgente di noi, in quanto uomini, farci carico – e per di più nel silenzio e nella umiltà, senza farlo pesare all’altro e senza nulla dire  ad alcuno - dei bisogni e dei problemi dell’altro.

Ecco il primo grande insegnamento che ci proviene dalla straordinaria fedeltà di don Quintino nella quotidianità della sua vita. Al momento della massima e definitiva scelta della sua vita, dopo aver attentamente ascoltato e momentaneamente anche ubbidito a chi gli forniva consigli o doveva consentirgli l’accesso ai suoi progetti sacerdotali ed eremitici, si è ritirato in solitaria meditazione scavando nella sua anima, fino a quando ha dato ascolto alla voce interiore della sua coscienza. Da quel momento non ha partecipato a nessuno le sue decisioni, non ha nemmeno “perduto tempo” per chiarire a sua madre il perché avesse lasciato tutto. Già prima, in accadimenti degli anni precedenti, aveva tenuto un comportamento non certamente egoistico, ma nemmeno di gretta e acritica obbedienza. Quando rimase deluso per il diniego ricevuto per la sua entrata nella vita conventuale francescana, e quando fallì scolasticamente, perché la scuola superiore non era per lui, come dicevano i suoi professori a Gallipoli, non inveì contro i regolamenti religiosi o gli ordinamenti scolastici, né urlò contro superiori, insegnanti e le ingiustizie del mondo. Prese atto, si sottomise ai provvedimenti, e progettò nuovamente la sua vita. Alcune incomprensioni anche da parte di suoi superiori, compresa qualche guida spirituale, non diedero mai adito a recriminazioni o contestazioni. Ne rimanse amareggiato, ma ne accettò la realtà: non ha mai misconosciuto la “legge”, ma vi si conformato, trasformando e umanizzando la legge stessa. Fu “uomo di diritto” al di sopra del diritto stesso. Ecco la straordinarietà di don Quintino Sicuro: non ci si mette in piazza a sbandierare ciò che si fa, lo si fa e basta. Se lo si pubblicizza, vuol dire che forse sarà qualche secondo fine; e questo significa tradire la dignità stessa dei doveri umani. E, ovviamente, stiamo molto lontani dallo spirito religioso in generale e cristiano in particolare. Lontanissimi, poi, dalla sacra religiosità della santità.

Don Quintino non ci chiederebbe l’eroismo della santità, ma pretenderebbe l’onestà della coerenza. Se ciascuno di noi è venuto in questo mondo, lo deve alla generosità amorosa dei propri genitori, i quali hanno scelto di condividere l’esistenza con il figlio, del quale deve farsi carico. Ma il figlio ha il diritto-dovere di comprendere quale dovrà essere la sua strada e di essere aiutato a realizzarla. E’ dovere umano farsi carico dell’altro, ma è dovere ugualmente urgente lasciarlo nel pieno possesso della sua responsabile libertà. Se la storia dell’altro chiede che egli debba abbandonare la famiglia, la famiglia non può essergli di impedimento. E se la vita quotidiana chiede di occuparsi maggiormente degli “altri”, non vuol dire lasciare tutto e andarsene nell’eremo (come ha fatto lui, perché così gli ha suggerito la sua libera volontà), ma significa programmare la propria giornata, in maniera da dare spazio anche  agli altri, mettendo a loro disposizione il nostro tempo e la nostra energia intellettuale;L e fare ciò senza esibizionismi, ma con una umile tenace volontà, che vede anche nell’altro il destinatario del suo senso di vita.

Melissano ha tanta voglia di ridare vita alle sue tradizioni E quale tradizione maggiore del messaggio incarnato in un uomo che attende da ciascuno di noi il compimento della parte di dovere umano e civile, perché se noi non parliamo e non testimoniamo, rimarremo sterili. Non può un melissanese dimenticare d’essere erede di sì grande testimonianza, che a sua volta chiede di venire testimoniata  ogni giorno. Il melissanese ha questo dovere morale: conoscere sempre più approfonditamente l’eredità di don Quintino, per confermarne il patrimonio. Ed è una testimonianza che ognuno deve rendere nel posto in cui la storia lo ha collocato: essere fedeli all’uomo storico, perché l’uomo è l’incarnazione nella storia di tutti gli spiriti, anche quello trascendente di Dio (per chi ha il dono di credere in Dio). Le idee e i valori camminano con le gambe di uomini.

Ritengo, quindi, che queste tre giornate che l’Associazione “don Quintino Sicuro” e l’Amministrazione Comunale ci regalano, siano da vivere come un ulteriore impegno di dovere morale da parte nostra. E, mentre da parte mia cercherò di essere meno incoerente, auguro a ciascuno di voi il coraggio di tendere al maggior grado possibile di coerenza. Grazie. 

Dott. ADOLFO MAFFEI

Grazie professore. Io ribadisco le scuse, anche adesso che ho il microfono, di questo ritardo; ma ho cercato di farcela e mi sono imbranato. Sarei arrivato puntuale, Cosimo, perché tu mi avevi spiegato bene: “non uscire alla prima di Melissano, esci alla seconda”; naturalmente io sono uscito alla prima e sono andato in un bellissimo negozio, ed ho comprato, per farmi perdonare, un bel orsacchiotto natalizio ad una bambina, cui tengo molto: non è parente mia; è una bambina che ha un anno e, quindi, ho fatto il fioretto.

Sapevo di venire in un luogo, in cui avrei respirato e sentito spiritualità. Entro subito, essendo un cronista, come tu hai voluto ricordare, nell’argomento; un argomento che, per onestà intellettuale, dico di conoscere poco; ed essendo io un laico, essendo poco fortunato rispetto a voi,  ho approcciato questo invito con la consapevolezza di venire ad imparare qualcosa, e non soltanto a coordinare; anche se non fossi venuto per niente, i tre relatori avrebbero parlato lo stesso. Però, ci tenevo ad esserci per ovvie ragioni: intanto, perché mi sono sentito privilegiato dell’invito, che mi ha fatto il professore Scarcella; poi, perché l’argomento mi affascina. Scarcella ha avuto la cortesia di mandarmi i libri di quest’uomo, e so quanto nella religione cattolica la parola uomo sia importante. Infine la curiosità cronistica: ma – mi sono detto - come mai ci stiamo ricordando solo adesso di quest’uomo, di questa persona? Perché noi dobbiamo ringraziare lo spirito di servizio di intellettuali, di sacerdoti (abbiamo qui l’eccellenza che saluto), di tante persone comuni solo dopo che gli eventi sono avvenuti? Perché c’è questo destino ingrato? Capita ovunque e in ogni situazione sociale: ci si accorge del valore di una persona o quando la stiamo perdendo o quando l’abbiamo perduta, quando è andata via,  ben oltre il tempo e lo spazio. Questa è la terza ragione per cui son venuto: capire. Camperò spero tanti o pochi anni, ma fino a quando camperò e farò questa professione, avrò sempre il desiderio di capire. Quindi, anche questa qui a Melissano, sarò ben altro che il semplice coordinatore. Dopo aver detto grazie al professor Scarcella, passo la parola al collega Russo del settimanale “Il Regno” di Bologna e, infine, al professore Giulio Cipollone dell’Università Gregoriana di Roma. Così avrò finito il mio compito. Però, son venuto qui a Melissano, per dare questa mia piccola testimonianza, che spero sarà presa per quello che è: testimonianza di un piccolo uomo. Cedo ora la parola al dott. Luigi   Russo. 

Dottor   LUIGI RUSSO

Tema: Messaggio per il futuro da un profeta dei nostri giorni 

Questa sera io non voglio fare il giornalista, non sono stato invitato come tale;  ce ne è già uno, due sarebbero troppi.

Mi piace pormi di fronte alla figura di don Quintino, come uno che scrive su qualche giornale, però da cristiano soprattutto, perché insieme a voi vorrei riflettere su quest’uomo, che non era un extraterrestre, ma un uomo terreno che ha vissuto la santità. Qui c’è da discutere se sarà canonizzato santo o se non lo sarà. Molti dicono che i processi di beatificazione sono lunghi; sono cose tecniche. Io ritengo, però, che si è santi già nel momento in cui si muore, anzi il momento della morte non rappresenta che la continuazione della propria vita di santità e di comunione con Dio. Quindi, la santità, se sarà dichiarata, c’è, in quanto c’era già prima del trapasso alla casa del Padre. Bisognerebbe, quindi, capire insieme che cosa è la santità, per rintracciarne, poi, in don Quintino gli eventuali tratti che hanno un significato anche per l’oggi.

Farei questa operazione qui stasera insieme a voi molto brevemente. Vorrei portare il tema della santità al di fuori di quella immagine che ci siamo costruiti nel tempo, quando pensavamo che i santi sono qualcosa che stanno fuori, lontano, ai quali rivolgerci per chiedere le grazie o cose di questo genere; invece vorrei far capire che la santità è assolutamente legata al quotidiano della vita, così come è stato don Quintino.

Allora partirei subito con una cosa simpatica. Io sono salentino, sono proprio della Puglia, della provincia di Lecce, e sono andato a Bologna 20 anni fa; il mio paese originario è Corsano qua vicino a Melissano, però abito a Bologna. Ho scoperto, leggendo un po’ la storia di don Quintino, che il nostro eremita a Bologna ha passato tanti anni, nel seminario. Il suo maestro era don Enzo Lodi ancora vivente, liturgista di grande fama. Lui se lo ricorda molto bene. Ha lasciato un bel segno a Bologna. Allora mi è piaciuto mettermi in questo intreccio strano; a volte la vita dà delle strane coincidenze. Anche io leccese, salentino, vivo fuori dalla mia terra da tanti anni, e lavoro a Bologna, e ci vivo: quindi, le due chiese, la salentina e la bolognese, si sono incontrate. Allora io mi sono sentito subito a mio agio, perchè ho ritrovato in don Quintino tanti elementi, che forse sono anche scritti dentro il mio stesso DNA; tanti elementi che mi portano a vivere anche personalmente, come cristiano, questa fede di don Quintino, che è una cosa stranissima da raccontare. La vorrei raccontare insieme a voi.

Quando si pensa a don Quintino, lo diceva anche prima Scarcella, la prima parola che viene fuori è l’uomo scalzo, i piedi sanguinanti; vedete com’è facile per la maggior parte delle persone vedere o collocare una persona in una specie di clichè. Noi comunemente diciamo: un politico solitamente è un ladro; si dice così, ma non è vero. Un santo deve avere i piedi scalzi, sanguinanti, perché deve stare su di un piedistallo lontano da noi, perché in fondo noi non abbiamo la dignità della nostra umanità; invece, secondo me, bisogna smontare questo clichè, capire che il santo non è qualcosa che sta lontano, che noi dobbiamo incontrare tramite grandi sforzi di volontà, tramite grandi sacrifici. No: la santità cristiana è una cosa bellissima, la santità cristiana è una vita di rapporti con Dio che porta gioia, che porta felicità. Io non ho conosciuto Don Quintino, sono giovane; l’ho conosciuto tramite quelle poche cose che ho potuto leggere, tramite alcuni suoi pensieri. Mi sembra che in lui, oltre a questo amore assoluto e forte per il Signore, ci fosse veramente la felicità di avere incontrato Dio. E’ quello che sostiene fortemente tutta la sua vita, tutta la sua storia. Mi sembra che sia  proprio questo fatto, questa confidenza con Dio, questo rapporto che ha vissuto con Dio, che lo ha reso felice interiormente. Credo, quindi, che per lui i piedi scalzi, le sofferenze, i sacrifici, fossero secondari rispetto a questo, perché in lui, nel suo volto, l’immagine di serenità e di gioia che trasmetteva era proprio questo vivere la divina presenza, vivere un rapporto con il Signore. E questo non vale per don Quintino soltanto; è per tutti, per ognuno di noi. Un cristiano è veramente tale, quando tutta la sua vita è una vita alla presenza divina, una vita di rapporto con Dio: quando la propria vita di preghiera non è un domandare un miracolo, un domandare un questo o quell’altro, ma è un rapporto di confidenza con il Signore, un rapporto di comunicazione, un rapporto continuo. Io in Don Quintino ho visto questo. Mi è piaciuto questa sua immagine di uomo, che continuamente ha vissuto un rapporto con Dio, e a questo è stato fedele per tutta la sua vita. E forse anche se non lo fosse stato, se in qualche momento si fosse anche dimenticato di pregare, già nel suo corpo, nella sua carne, Dio era entrato e, quindi, diventava preghiera anche la sua carne viva.

Fatta questa breve premessa, continuerò, suddividendo il mio intervento in tre parti. Dedicheremo la prima parte al tema della santità, che, come dicevo, è un argomento che ha orientato tutta la vita e l’esperienza spirituale e umana del nostro don Quintino. La santità, come ho sostenuto è un termine ambivalente, per cui cercheremo di capire che cosa significhi veramente in sé, senza intenderlo come qualcosa di lontano o di vicino a secondo delle nostre necessità del momento.

In un secondo momento, in punta di piedi e con grande rispetto, andremo a ricostruire la vicenda umana di  don Quintino; vicenda che intreccia in maniera veramente mirabile, la sua umanità, il suo essere leccese, il carattere esuberante, la popolarità, la radicalità di vita: che intreccia, quindi, tutta la sua umanità con la sua vita spirituale forte, si potrebbe dire anche esagerata rispetto alle nostre spiritualità comuni, che sono molto più tranquille e più rasserenanti. Lui non cercava nulla di rasserenante: lui amava totalmente, non era uomo di compromessi: Il si-si, oppure, no-no del vangelo l’ha vissuto fino in fondo.

Nel terzo punto del mio intervento cercheremo di individuare quei tratti della vita terrena di don Quintino, che rendono vivo anche nell’oggi lui e il modello della sua santità, un modello che ci sprona a imitarlo o solo un modello che lancia forti provocazioni ai nostri modi di pensare e di agire. Un modello molto adatto, secondo me, anche ai giovani, perché anche i giovani sono persone mai rassegnate allo status quo e che vorrebbero cambiare veramente: essi hanno dentro un’ansia di giustizia, che non esplode, magari perchè la vita gliela opprime, gliela chiude, gliela talpa; però i giovani hanno un’ansia di giustizia e di ricerca di verità. E tutto questo in don Quintino c’era. C’era fino in fondo. 

a) La santità

Parto con una bellissima frase di  don Divo Barsotti, che qualcuno di voi conoscerà certamente, vivente, mistico del nostro tempo. Nella vita spirituale cristiana, dice Barsotti, i santi sono i fratelli maggiori che ci portano per mano, sono gli amici che ci accompagnano nel cammino. Non ci fanno mancare mai il loro amore, conoscono le nostre debolezze, non si scandalizzano e non si stancano di noi, sono sempre pronti ad aiutarci, ci confortano, ci danno fiducia: se li conosceremo, non potremo più dimenticarli.

Ho preso questa frase perché si collega perfettamente a quanto ha detto precedentemente Scarcella: un primo passo da fare, cioè, è quello di portare il Santo, l’uomo di Dio don Quintino, fuori dalla costruzione che ci siamo fatta, fuori dall’immagine che ci siamo creata, e portarlo qui nella nostra vita, perché lui, secondo me, cammina insieme a noi; lui è qui presente stasera come sono presenti tutti i Santi. E’ qui presente; è forse sta ridendo anche di me, perché pensa: cosa sta a dire questo qui?. Non mi hai mai conosciuto, non mi hai pregato. In effetti qualche volta l’ho pregato anch’io ultimamente; però dico: lo sento, è presente, è qui, è accanto a noi. Da questa affermazione di Barsotti emerge un concetto chiaro: cioè, che i Santi, i Beati, i Servi di Dio sono persone vive, che stanno in rapporto vivo con noi, e sono strumenti di Dio per la nostra crescita spirituale e anche umana. Non sono degli extraterrestri, dei pazzi, degli irraggiungibili. La loro vita è l’esempio che il cristianesimo si può vivere fino in fondo senza annacquamenti. E quando questo accade, quando lo si vive a  fondo, come è accaduto per don Quintino, allora il cristianesimo dà frutti copiosi, sconvolge ogni ragionevole programma della nostra vita. Ma la santità, ve lo ripeto, è per tutti. La santità - non quella agli onori degli Altari evidentemente – ma questa santità, che traspare come centro dei pensieri di tutto il vero don Quintino. Perché - ripeto – i piedi scalzi, la penitenza, i segni prodigiosi sono soltanto dei corollari. Dio è al centro dei suoi pensieri. E’ il teorema sul quale ha costruito tutta la sua vita: Dio al centro dei pensieri di don Quintino. I santi non sono soltanto dei dispensatori di miracoli, non sono dei personaggi quasi magici come tanta tradizione popolare purtroppo ha costruito nel passato; ma sono uomini e donne che hanno preso sul serio l’amore di Dio, e alla fine della loro vita sono giunti alla comunione con Dio, una comunione più o meno totale, più o meno forte. Dunque non sono delle persone perfette dal punto di vista umano e dal punto di vista delle virtù, ma sono soltanto delle persone che hanno usato tutta la loro vita e tutte le loro energie per trasformarsi in Dio. Sono delle persone che si sono trasformate; hanno cambiato l’amore che hanno avuto per Dio in un amore che trasforma: trasformati per e in amore. Verrebbe da pensare a quanto alto sia il numero dei santi sconosciuti, uomini e donne, dei quali nessuno ha un santino in mano, ma che nella loro quotidianità, nella quotidianità della loro vita familiare, nella vita sociale e religiosa hanno vissuto, trasformandosi in Dio e benedicendo chi incontravano. Don Quintino al di là del fatto che un giorno arriverà alla gloria degli Altari con la beatificazione, era un santo della quotidianità della vita, non aveva congregazioni alle sue spalle, potenti che lo potessero sorreggere. Lui era solo: lui solo e Dio, lui solo e i fratelli che ha incontrato. La sua, quindi, era una santità quotidiana, comune, direi piacevole da imitare, perché una santità come la sua anche se dolorosa, lo faceva assolutamente traboccare di gioia per la felicità di vivere un rapporto con Dio: diversamente non avrebbe potuto reggere tutta la sua vita nella coerenza totale con la sua fede così intensa e così forte. Non vivere da santo, diceva don Quintino, è vivere da folli. E’ una frase che mi ha colpito appena l’ho letta: come dire che il cristianesimo, senza la santità, potrebbe essere pure una dottrina più o meno perfetta come tante altre, ma non dimostrerebbe al mondo di essere una vita, anzi la vita. Per questa ragione i santi non possono mai mancare alla chiesa, ed è anche necessario che non rimangano nascosti, ma parlino al mondo con le loro opere e si rivelino con la loro medesima vita. E noi, da parte nostra, dobbiamo accogliere il loro messaggio e dobbiamo soprattutto riconoscere nella loro testimonianza Cristo.

La conoscenza dei santi non può essere, però, solo concettuale o astratta, ma dev’essere soprattutto una comunione d’amore, una vita intima con loro. E, allora, il nostro e vostro rapporto così affettuoso e vivo con don Quintino è la prova più grande della sua santità. Se oggi gli uomini hanno perduto la via e non sanno più dove li conduce il cammino, è anche perchè è venuta meno la devozione, quella sana e sincera, ai santi. Si moltiplicano recentemente le beatificazioni e le canonizzazioni, ma ben pochi sono coloro che se n’accorgono; eppure la canonizzazione di un servo di Dio che cosa può dire di più al cristiano se non questo: che la morte non li ha sottratti alla chiesa di quaggiù, ma che essi, pur vivendo nella gloria, sono presenti anche a noi. Per questo la chiesa li riconosce santi, ce li addita come modelli di vita evangelica e, soprattutto, vive in comunione con loro, sperimentando l’efficacia della loro preghiera. Se i santi, invece, fossero separati da noi, il Cristo non ci avrebbe salvato. E’ una frase molto forte questa. Quando l’ho pensata mi è venuta un po’…. Io penso che sia così. Se non ci fossero stati uomini e donne che durante la loro vita hanno imitato Cristo, se non si fossero realizzati dei santi, cioè, uomini e donne che hanno vissuto fino al grado eroico la loro vita cristiana, Cristo sarebbe stato inefficace, sarebbe stato sterile. Questo, invece, è accaduto: Cristo è diventato uomo e si trasformato in tanti uomini. La vita del cristianesimo, la sua vitalità e tutto ciò che lo rende non una dottrina astratta, ma una vita vissuta consistono nel fatto che, quando Cristo entra in ognuno di noi, ci trasforma in vita, nella vera vita.

Qui farei una piccola digressione, forse anche di pura curiosità. Qui ritorna anche il giornalista: la concezione e la definizione che noi abbiamo della santità si sono profondamente modificate nel tempo, anche se ogni definizione non ha mai annullato o contraddetto quella precedente; ciò significa che il Verbo, incarnato una volta per tutte in Cristo Gesù, non finisce di incarnarsi, anche se ogni giorno continua ad incarnarsi in maniera dinamica, a seconda del tempo particolare e a seconda di cosa Dio vuole accentuare e quale di attenzione pedagogica verso il suo popolo Egli vuole usare. Nella storia, infatti, è cambiato continuamente il concetto del modello di santità. Abbiamo avuto, per esempio, all’inizio della storia del cristianesimo una marca di santi, cioè quella dei martiri (i cristiani davano fastidio e venivano uccisi); poi c’è stata una marca di prodi della chiesa; successivamente una marca di papi, di re e regine; poi di profeti, in seguito di dottori della chiesa e di mistici; e ancora di tanti santi fondatori, che hanno portato la santità laico-sociale; ultimamente stanno diventando santi tantissimi laici, uomini e donne. Per esempio, se prendiamo l’ultimo dato in questo ultimo secolo, registriamo: 1528 cause di beatificazione, 723 sono i santi italiani; le donne sono 281. Si tratta di numeri significativi, che ci dicono come nei secoli si è andato verificando un importante processo anche nei parametri per riconoscere ufficialmente la santità. La chiesa riconosce forme di santità testimoniate in nuove diverse situazioni personali, che essa ritiene particolarmente eccellenti ed importanti e le indica come modelli. Quindi una santità dinamica, che riconosce i cambiamenti che accadono nei mutamenti anche sociali. 

b) Don Quintino e la sua vita.

Secondo passo. Diceva don Quintino, come ho citato prima: “non vivere da santo è vivere da folle”. La santità, quindi, è al centro dei suoi pensieri; ed io ora, in punta di piedi, cercherei di cogliere alcune suggestioni e di tratteggiare alcune pennellate su don Quintino.

Intanto mi colpisce il fatto delle sue origini molto semplici. Egli era un popolare, come la stragrande maggioranza della gente di questa terra. Ognuno di noi ha la sua storia. Persona molto semplice, di famiglia di contadini, che hanno lavorato quella terra, che forgia caratteri forti e capaci di affrontare la vita in maniera forte e costante. La sua grande forza di volontà nasce, forse, anche da queste sue origini.

Mi colpisce, poi, nella sua “chiamata” particolare ed eccezionale, il suo incontro con Maria all’età di 27 anni, quando comincia la sua salita verso il monte e il suo distacco verso il deserto. “Il mondo – dice - non può darmi quella pace spirituale che si gusta nella vita di preghiera, di ascolto nella parola di Dio, in una casa religiosa, nell’incontro con i santi e con Maria”. Maria deve essere stata una donna che per don Quintino ha rappresentato moltissimo. Penso che sia stata proprio Lei a dargli la spinta a smuoversi: quindi, un’altra donna; non un’entità astratta, ma una persona concreta, cioè Maria che lo smuove, che lo fa salire, che gli fa venire la voglia di staccare, senza che significhi fuggire, dal mondo “normale” degli uomini. Don Quintino cerca, entra, ricerca fra tante congregazioni; e questi momenti della sua ricerca sono tutti momenti molto difficili nella sua esistenza. Un altro tratto caratteristico di Quintino, infatti, è il fatto che non ci sia una costanza nelle scelte di vita, anche se c’è una fedeltà interiore. Lui prova, cerca e ricerca continuamente; non è uno che si chiude dentro una stanza; è una persona inquieta, che dimostra la sua volontà di capire, di conoscere, di trovare nuove immagini, d’incontrare la volontà di Dio. In questi momenti gli sono di supporto la sua forte volontà, la vita di preghiera, il sacrificio che a volte è anche eroico, la penitenza. Questo è il suo momento di salire verso il monte e, quindi, il distaccarsi, il cercare di fare silenzio. Don Quintino, come tutti i cristiani, non possono sfuggire questo momento; devono iniziare la loro vita di rottura e di conversione proprio facendo silenzio. Perché, se è vero che nel nostro tempo la fede cristiana è stata estromessa dalla nostra mentalità e dal nostro vivere, ciò è dovuto al fatto che noi siamo stati riempiti di tutt’altro, siamo stati riempiti di tante idee, positive e negative, ma dentro di noi non c’è più alcuno spazio vuoto, siamo totalmente saturi. Ecco, allora, l’esempio di don Quintino: egli ha creato spazio dentro di sé, ha avuto la forza della rottura, che non è una forza razionale. Uno non può scegliere di staccarsi, perché ha fatto un ragionamento logico, in base al quale ha concluso che gli conviene fare così. No! C’è un momento, c’è un incontro. Don Quintino, secondo me, ha incontrato veramente Maria, oppure ha incontrato Cristo. Lui ha vissuto con Maria, con Cristo e con i santi un rapporto, possiamo dire, mistico: altrimenti non potremmo spiegarci tutta la sua costanza successiva. Questa rottura è forte e giustificata. E’ una rottura che provoca un silenzio di parole umane, un impoverimento di cose terrene, perché lui vuole essere ricco soltanto di Dio. Lo dice dopo: “Ora sì che posso dirmi veramente felice, perché possiedo il tesoro dei tesori: Iddio”.

Ora, questa sua prima fase della sua vita è una coraggiosissima provocazione per noi: fare il vuoto dentro di noi significa essere capaci di fare il silenzio dentro la nostra anima, perché possa entrare Dio, perché possa entrare l’Amore. Questo accade anche tra un uomo e una donna che si amano. Io sono sposato e c’è anche qui mio figlio; se io voglio amare, non posso avere dentro di me altre priorità, se non quella dell’amore; non posso avere altre donne nella mia mente, non posso avere desiderio di potere; tutto questo metterebbe in secondo piano l’amore che ho per mia moglie e mio figlio. Allora in ogni atto d’amore è necessario questo. Don Quintino fa un atto di amore verso Dio, impara e capisce, senza usare la ragione, ma forse perché lo conducono per mano veramente Maria e i Santi; e capisce che deve fare silenzio. Questo ha un grande significato culturale e sociale, e costituisce una provocazione molto forte per l’uomo di oggi. Non tanto la provocazione dei piedi scalzi, ma – ripeto lo ancora - quella di fare il silenzio interiore. Questa cosa - carissimo giornalista e collega Maffei - la sento dire non soltanto dai cattolici, ma da tantissimi laici, i non credenti ed anche atei, che sentono il bisogno di fare silenzio. Quintino ci dà in questa prima fare della sua vita una indicazione molto chiara e molto precisa.

Attenzione, però: Quintino non entra in conflitto con il mondo, come alcuni potrebbero pensare, in quanto il santo radicale ed autentico dovrebbe entrare in conflitto con il mondo, dovrebbe addirittura combatterlo, perché il mondo è peccato. No. Don Quintino ama il mondo e lo rispetta, perché il mondo di oggi - diceva -, consapevole o no, cerca Dio e, quindi, se cerca Dio, è esso stesso creatura di Dio, la quale deve sempre e comunque essere amata in sé e per sè. Questo momento di distacco di don Quintino ha provocato in me un serio disturbo interiore e, quindi, se mi permettete, voglio disturbare anche voi questa sera. Don Quintino s’allontana dai rumori della città degli uomini per rifugiarsi nel silenzio del monte di Dio, ma per poi ritornare nella città e portavi la ricchezza del suo colloquio interiore con Dio. Don Quintino, quindi, non si allontana dal mondo, perché vuole vivere una forma narcisistica di isolamento e desidera stare lontano dal fastidio di tutto il resto; egli ce lo fa capire molto chiaramente, quando s’incontra gli uomini della sua storia, della sua vita; quando s’incontra le persone semplici, quando s’incontra per le piazze con i giovani, gli anziani, i malati; quando parla nelle piazze e per le strade: per don Quintino, quindi, il servizio ai fratelli è molto importante. Addirittura è prioritario. Si può dire, allora, che anche l’opera di apostolato che lui fa all’eremo dimostra la sua profonda attenzione per i fratelli. I fratelli, quindi, non sono fuori dalla sua vita. Se è vero che nel primo momento della sua “conversione” Dio irrompe nella sua storia e lo trasforma, è anche vero che rimane Dio rimane come fondamento anche nell’altra parabola, quella discendente verso l’uomo. Il nostro eremita è sempre pronto a confessare, è sempre pronto ad ascoltare le persone; accetta le scarpe che gli vengono donate, ma a sua volta le dona subito ad altri bisognosi come lui. L’uomo e i fratelli, quindi,  in lui erano costantemente presenti. Io non vorrei darvi l’idea che sia più importante la prima parte della sua vita. Secondo me sono importanti tutte e due: la parabola dell’entrare dentro la propria anima e fare silenzio, e la parabola dell’andare verso l’uomo. Non c’è una forma di santità che ti prende e ti porta via, come se tu vivessi già dopo la morte. No. La santità ti prende, ti cattura, fa il silenzio dentro di te, ma nello stesso tempo ti vuole tutto qui incarnato. Ti vuole incarnato nella tua condizione storica.

Chiudo con la terza riflessione: l’immagine di Don Quintino che emerge per l’oggi e per il domani. Non è certo un’immagine proponibile alla totalità dei cristiani, in quanto la vita di don Quintino è molto particolare ed anche perché egli era diverso da ognuno di noi. Non potrei, per esempio, proporre come modello don Quintino a mio figlio. Mio figlio è mio figlio, e avrà la sua storia. Ognuno di noi ha la sua storia; e la sua parabola di vita è proponibile soltanto per lui; ognuno di noi ha la sua storia personale e Dio, ed ognuno di noi dice una parola diversa dall’altra. Dio ama, ci ama tutti allo stesso modo, totalmente; ma ad ognuno di noi dice parole diverse. Don Quintino è stato un profeta, un mistico, un uomo del deserto con una fede simile a quella di Abramo; una fede palpabile che si leggeva negli occhi, come mi diceva don Enzo Lodi a Bologna: “ Una fede che la si leggeva negli occhi”. Non era un sistematico, non  era uno che amava lo studio, non era uno che si applicava sulle questioni di teologia; ma, quando lo guardavi negli occhi, si leggeva la sua fede, una fede che lo ha praticamente decomposto e ricomposto nuovo, così come lui probabilmente non avrebbe mai immaginato. Ecco, dunque, il primo insegnamento che emerge da lui: lasciamoci fare da Dio, togliamo le nostre resistenze, le nostre paure, i nostri calcoli. Diventiamo quasi passivi, se possibile, di fronte a Dio, facendo possibilmente il vuoto dentro di noi, perché questo vuoto si riempia della sovrabbondanza del suo amore fino a trasformarci in amore. Lasciamo a Dio l’iniziativa e fidiamoci di lui.

Mi sembra che sia questo un primo messaggio che ci lascia don Quintino; ma ce n’è un secondo, che emerge chiaramente dalla sua vita e dalla sua storia: cioè, quello di curare la nostra vita interiore, la nostra vita di preghiera, la nostra capacità di fare silenzio, la capacità di contemplare il mistero di Dio e di non risparmiamoci nel cercare momenti di silenzio e di rapporto con Dio. Troveremo anche un benessere maggiore, perché noi esseri umani siamo fatti per vivere un rapporto con Dio. L’uomo diventa brutto, quando non vive un rapporto con Dio; diventa brutto, quando non ama e, quindi, quando cura la propria vita interiore, riprende anche la propria immagine esteriore di serenità. Alleniamoci costantemente al rapporto con Dio Padre, con il Figlio e con lo Spirito, con Maria e con i Santi. A volte quest’esercizio ci tornerà facile, soprattutto nei momenti in cui è forte la tensione verso Dio, a volte sarà più difficile, ma ci aiuterà la nostra volontà. Anche questo è un insegnamento di don Quintino. Io credo che lui abbia fatto molto uso della sua forza di volontà. L’ha usata fortemente, ed è stata una della sue armi migliori, soprattutto quando la ragione si ribellava forse giustamente, perché mai nulla è scontato nell’itinerario verso Dio.

Terzo insegnamento; e vado verso la conclusione: dopo essere stati passivi e aver curato il silenzio interiore e il rapporto con Dio, s’impone per noi un rivolgimento, una conversione, uno strappo. Non si può essere cristiani senza essere veramente convertiti: conversione e rivolgimento nei confronti delle cosiddette logiche del mondo, che sono logiche di potere che calpesta i più piccoli, logiche di egoismo e di successo individuale che abbandona i poveri al loro destino; rivolgimento, quindi, rispetto a queste logiche e approdo verso una dimensione di vita riconciliata con noi stessi prima e con i fratelli poi. Senza questa rottura non c’è una vera riconciliazione: si può anche essere manager della carità, ma òo si sarà solo per se stessi.

Quarto insegnamento. Possedere sempre la chiara consapevolezza dei nostri limiti e della nostra povertà; quindi, sentire e coltivare il bisogno di fare penitenza, che in sostanza significa bisogno di distaccarsi dal potere e dalle manie narcisistiche. La penitenza non è una forma di autolesionismo, ma, cristianamente, è distacco dal potere e dalle logiche del proprio super-io. Chi è consapevole della propria miseria, dei propri limiti, della propria libertà, sa che è stato amato; solo chi è consapevole dei propri limiti sa che è stato amato, non perché ha dei meriti, ma soltanto per amore gratuito. Dio ama aldilà dei nostri meriti; ci ama sempre, anche se siamo peccatori e sbagliamo continuamente; è sempre lì pronto ad accoglierci, perché Dio è misericordioso e ci vuole insegnare che questa gratuità dovremmo averla anche noi rispetto ai fratelli. Quando don Quintino incontrava la gente, non aveva molto da dare in cose materiali, ma aveva da donare la pace, che scaturiva dal suo rapporto con Dio. Lo si leggeva nei suoi occhi, nel suo modo di parlare, nel suo di gesticolare, nel suo umorismo, nel suo modo di consolare, nel suo saper ascoltare, nella sua capacità di accogliere. Quindi, penitenza, solitudine, contemplazione, accoglienza e dono.

Un quinto punto mi sembra importante. La perseveranza. E questo, come ho detto prima, secondo me ha moltissimo a che fare con le sue radici salentine, forse anche con la sua storia all’interno del corpo della Guardia di Finanza, perché questa scuola militare molte volte è una scuola che rafforza la perseveranza di fronte alle difficoltà, stimola la volontà delle persone a continuare ad andare.

Un ultimo insegnamento è costituito proprio dalla sua origine salentina. Direi che questa terra, anche se sembra debole, è una terra forte: una terra forte nel piacere, ma forte anche nel dolore. Una terra che insegna a vivere senza compromessi, ad amare fino in fondo. E penso che l’originalità, tutta l’originalità di don Quintino sia di natura proprio tutta salentina. Penso che se lui fosse nato a Milano, sarebbe stato forse anche un eremita, ma non un eremita come è stato lui, un eremita così forte, radicale, costante sino in fondo e sempre fedele nella ricerca di Dio. Mi piace chiudere con un’ultima frase con cui definire questa terra: “terra amara e lontana”; anche per me lontana, e chissà se un giorno potrò tornarci. E’ una terra che può sembrare povera e debole, ma è una terra che forma uomini forti, quali sono i santi.  

Dott. ADOLFO MAFFEI

Russo mi ha quasi obbligato a prendere un appunto, quando si è fermato a lungo sul concetto e sull’importanza del silenzio. Mi ha colpito, perché ha detto: ”questo è qualcosa talmente profondo che riguarda anche i laici”; ed è vero. Talvolta tutti noi abbiamo bisogno, comunque la pensiamo, di riflettere, di fermarci. Qualcuno si allontana fisicamente da tutti, qualcuno cerca l’angolo più remoto della sua casa, qualcuno ricorda i libri di testo. A me è capitato di leggere San Agostino, che diceva di cercare in noi stessi quella verità certa, che il silenzio aiuta a riconoscere; perché uno dei problemi (lo dico da laico ancora non convertito, non praticante) è quello di riconoscere la capacità di voler trovare questa verità. Lo devo dire con molta umiltà, come è giusto che lo dica una persona onesta: da una parte di non avere la fede, ma dall’altra di sapere che questo è comunque un problema della mia vita. Io questa sera mi sento invogliato a farlo; continuerò a frequentare i libri, anche quelli che riguardano don Quintino Sicuro: vi ho dato solo un’occhiata veloce (ammetto di non aver studiato molto), però i libri che mi ha mandato il prof. Scarcella davvero li leggerò. Adesso andremo avanti con il nostro programma.

Il prof. Giulio Cipollone ci parlerà su una riflessione che si intitola Dalla guerra alla scelta di pace. Prego. 

Prof. Padre GIULIO CIPOLLONE

Tema: Dall’orrore della guerra alla scelta della pace.

Eccellenza Reverendissima, cari colleghi e anche amici tutti, a Roma si dice “vorrei cominciare cu na botta te vita”. Io credo che a livello di messaggio bisogna prima capirsi sul significato che vogliamo dare alle parole, e poi chiedersi se questo nuovo senso può anche cambiare in qualcosa la nostra vita quotidiana.

Giusto per non perder tempo qui ci vuole una barzelletta. Il nostro amico Maffei accennava prima alla fede religiosa, alla religione, al credente, al praticante, al laico, ecc. Poi abbiamo una persona, don Quintino, che ci crede e paga di persona. Ecco la barzelletta: si dice che c’erano un pastore protestante, un prete cattolico e un rabbino ebreo che si chiedevano reciprocamente il modo usato da ciascuno di loro per fare soldi, per esempio, il sabato e la domenica. Disse il pastore protestante: noi mettiamo per terra un tappeto rotondo, prendiamo i soldi che ci danno, li gettiamo tutti per aria e quelli che cascano sul tappeto sono per Gesù e per la Chiesa, quelli che vanno fuori ce li prendiamo noi! Disse, da parte sua, il prete cattolico: noi più o meno facciamo come il protestante; anche noi mettiamo un tappeto quadrato, gettiamo tutto il denaro per aria, e quello che cade sul tappeto è per noi e quello che va fuori lo diamo a Gesù. Il Rabbino, infine, disse: noi facciamo come i cattolici, anche noi abbiamo il tappeto quadrato, ma forse un po’ più grande; noi gettiamo tutto per aria e quello che rimane in aria è per Dio, quello che casca per terra lo pigliamo noi. E’ una battuta sulla idiozia mentale, che alberga in tutti noi per aggiustarci la vita. Se togliamo le etichette, io sono cattolico, tu sei credente, noi siamo laici, ecc., a un certo punto, però, dobbiamo fare i conti con il cuore. E allora, confessiamo tutti che stiamo vivendo di egoismo.

Il primo punto è questo; e in primo luogo chiarirò questo. Entriamo un pochino nel vivo di questa mia breve relazione. Anche se questa sera non ci sono molti giovani (ma con loro riprenderemo il discorso dopodomani) io vorrei cominciare analizzando proprio  la piaga dell’egoismo individuale e collettivo. Se dovessi qualificare don Quintino, lo definirei con l’aggettivo “estremo”. Come è proprio di ogni amante: solo gli amanti sono estremi. Non il prete, né il rabbino, né lo sposato perché è sposato e ha il cerchietto al dito. Tutto ciò non vuol dire niente. L’amante solamente è estremo. E qui noi dobbiamo chiederci, appunto, se noi siamo “amanti”.

Vorrei porgere questa mia riflessione, che vale prima per me e poi per voi, dividendola in tre parti. In primo luogo, l’ambito giubilare: noi quest’anno festeggiamo, cioè facciamo giubileo per la ricorrenza dei 30 anni dalla morte di don Quintino; e  per Melissano è una grossa data. In secondo luogo, faremo un breve excursus sulla vita di don Quintino, per analizzare qualche sua traccia fisica; infine rifletteremo sul significato del suo messaggio. Vi anticipo che questo è solo un aperitivo rispetto a quanto si può dire veramente in modo approfondito ed esaustivo. Il mio dire dipende anche dalla bibliografia, che gentilmente mi è stata mandata, cioè i testi brillantemente scritti da Ferretti, da Bandini e da Farneti. In verità, proprio ieri ho parlato per telefono con Massimo Scarani, che, avendo conosciuto personalmente don Quintino, mi ha dato qualche dettaglio che andrò ad utilizzare.

Prima di iniziare, a livello di metodo, qualche parola sul significato di alcuni vocaboli. Una cosa è essere credenti e uomini di fede, un’altra cosa è essere uomini religiosi. Si corre il rischio di stare in mezzo a uomini religiosi senza fede; il mondo ne è pieno. La stessa società italiana sconfessa palesemente e pubblicamente, con scelte pubbliche e pseudo private, il fatto di essere una società che si professa di uomini credenti. Del resto, duemila anni fa, uomini religiosi come i sommi sacerdoti della chiesa ebraica, hanno ucciso Gesù Cristo; ed eliminarono anche i profeti. Quindi una cosa è essere credente, per cui a fede ci coinvolge nella strategia divina, altra cosa è essere religiosi, bigotti della chiesa, mestieranti del tempio, che strumentalizzano il potere religioso, servendosene senza alcun fine di servizio. La parola santità, allora, sta a significare essenzialmente il fatto di inquadrare l’esperienza umana con agganci e segni di mistero, che vengono dalla presenza di Dio, laddove la santità non è soltanto un fatto cattolico, apostolico, romano e di altre religioni, ivi compresi i santuari musulmani, frequentatissimi. Ci sarebbe di parlare di Gerusalemme: tre volte, due volte, un a volta santo.

Primo punto, quindi, l’ambito giubilare della riflessione. Solo trent’anni; trent’anni sono nulla e sono un secolo. L’ambito giubilare, seguendo il testo del libro del Levitico, consiste essenzialmente in quattro punti: tornare a casa, entrare in possesso della propria eredità, liberare i prigionieri incatenati e non danneggiare il fratello. Per voi qui di Melissano tornare a casa vuol dire ritrovare don Quintino come esperienza nuova, forse trascurata, involontariamente evidentemente. Riappropriarsi, quindi, di don Quintino come eredità. Ci diceva il prof. Scarcella che il sangue di don Quintino sta nei nostri cromosomi, salentini direi. Liberare chi è incatenato dai nostri egoismi e magari sta a casa nostra, senza andare lontano, e non danneggiare il fratello. Giovanni Paolo II nella terza enciclica Adveniente tertio millennio configura i piccoli giubilei, quale è il nostro: sono tutti un grosso apporto al prossimo grande giubileo del duemila; e qui andrebbe ingrandita la riflessione sull’intero millennio nuovo. Il papa ci parla del martirio logico. Che bello inventare, reinventare, sognare. Nella chiesa di Melissano e di Nardò questa aggiunzione enorme di un martire testimone, che camminava per il nostri vicoli, che abbiamo toccato con le nostre mani. Siccome stiamo alla presenza del nostro amico vescovo mons. Vittorio Fusco, esperto e dotto biblista, voglio solo rammentare che la santità nell’antica alleanza significa essenzialmente ciò che è fuori dal comune. Il santo è uno che sta fuori dal comune. Non è banale, non è profano, non è scontato. Egli è la nuova alleanza. Questa purezza, questo regalo di fondo, questa vita vissuta amando: il santo, quindi, è un amante. Il “così tanto” diventa straordinario, per quel tanto che esce fuori dal comune, non diventando straordinario nei gesti, ma nelle intenzioni del cuore, che è tutta un’altra cosa.

A questo punto mi permettete una battuta. Quanta gente vive di dolori inauditi e di fastidi estremi per cause forse valide, ma comunque opinabili: basti pensare a tutte le donne, che vanno quotidianamente a guardare la bilancia e, appena vedono di pesare 20 grammi di più, non mangiano più la sera e si affidano a nuovi massacranti programmi dietetici; o basti pensare a quelli che fanno la palestra, con certi pesi così grandi che tornano a casa stanchi, e questo ogni giorno per tre ore di palestra; c’è gente che, mentre io sto a dormire, sta a correre come pazzi per i boschi. Tutto questo mi sta bene. Tutto ciò, però, non è nel contesto di santità, perché l’atteggiamento del santo consiste nell’intenzione del cuore che veicola questo “estremo” attraverso un discorso effettivamente valido, inquadrato in un progetto divino. Come nelle scelte di vita di Don Quintino. Mi permetto di citare alcuni corsivi violentissimi dal decreto di Mons. Luigi Amaducci. Non li ho scritti, io ma li ha scritti lui in data 1° ottobre 1985, nel contesto di introduzione dell’iter giuridico per la beatificazione del nostro eremita. Il vescovo Amaducci, allora, delineando la personalità di don Quintino, parla di un suo “erompente edonismo”. Erompente, ragazzi; erompente edonismo, avete capito? Non era un po’ cretinaccio, un handicappato; era un piacione, diremo; gli piacevano le ragazze, che gli andavano appresso; sapeva cosa fare. Ecco chi era don Quintino, all’inizio. Il vescovo parla di erompente edonismo, ragazzi. Non edonismo così così; no, dava proprio giù, deciso sempre - continua il vescovo - “a toccare il fondo di ogni esperienza umana”. Vivaddio, una persona decisa; vivaddio! Non era  (come accade talora anche ai nostri giorni) come qualcuno che sta un po’ nelle file dei figli di Maria e poi va a fare la fila alla prostitute agli svincoli autostradali; come certa gente che va in chiesa alla domenica e poi ruba sopra il peso alla bilancia, che fa usura, spalleggia sottobosco i poteri pseudo - mafiosi. Dove stiamo? Che meraviglia, invece, la dirompenza fino in fondo che ebbe don Quintino! Mi fa sognare la Maddalena che ha tanto peccato, ma ha tanto amato: finalmente una donna amante fino all’estremo. Che cosa ne facciamo, invece, delle mezze misure, delle mezze calzette, dei baciapile che poi, in tutta la loro vita non si muovono di un dito rispetto all’apertura da fare al prossimo. Non servono, è gente inutile, non serve! Che testimonianza diamo a Roma, capitale del cattolicesimo: in chiesa ci va appena l’8%; perché? Certamente l’andare in Chiesa è un gesto altissimo di qualificazione, è un gesto di appartenenza e di coerenza testimoniata. Ma – diciamocelo con carità – tra i cattolici abbiamo di tutto: usura, pedofilia, mafia, ‘ndrangheta, commercio delle armi. Il santo Padre nella bellissima lettera Adveniente Tertio millennio fa una lista impietosa di queste incoerenze che offendono la nostra religiosità cattolica. Questo nostro don Quintino, invece, deciso sempre a toccare il fondo di ogni esperienza umana.

Altro corsivo. Continua il vescovo Amaducci: “distinguendosi per sacrificio e abnegazione”. Estremo, ancora una volta: dinanzi  a don Quintino si aveva la sensazione fisica della presenza di Dio. Un Dio che si rivelava attraverso gesti concreti, un Dio quantificabile, perché il nostro linguaggio non arriva più. Perché? Le mediazioni sono certamente difficili; dobbiamo essere testimoni concreti, visibilmente testimoni, facilmente riconoscibili. E qui comincio a interrogare me; ma sarebbe bene che ci interrogassimo tutti, come comunità e come singoli. Perché con il cuore non si può bleffare, con la facciata si può bleffare, ma con il cuore non si scherza.

Il vescovo Amaducci continua: “Don Quintino fu un vero contestatore”. Don Quintino è morto nel 1968, l’anno della contestazione, per cui possiamo dire che lui, a livello germinale, fu figlio di un tempo di contestazione. C’è chi risolve la contestazione uccidendo e gettando bombe, e c’è chi la risolve impegnando la propria vita e pagando di persona. E conclude il vescovo Amaducci con un ultimo corsivo, che dice: “Tutto a tutti, senza preferenze”. Don Quintino uintinoQsi è lasciato andare: che favola questo abbandono totale! Lo dicevamo prima: l’amante è per sua natura estremo. Un amante, se non è estremo, non è amante. Non serve. Del resto lo stesso Bertold Brecht (che, se mi consentite, era più laico del nostro amico Maffei ed era anche un bravo ragazzo, al di là delle etichette) dice: che cosa ne facciamo di un testimone, che non è disposto a farsi pestare la faccia per l’idea in cui crede? Cosa ce ne facciamo? Facciamo come san Pietro e protestiamo: “non lo conosco”?

Amici miei, passiamo oltre, anche se brevemente; questo è solo un assaggino, e dovremmo fermarci delle giornate intere a riflettere. Noi ci siamo innamorati di don Quintino per questo suo carattere dirompente, proprio perché ci piace essere anche noi “estremi”, e non mezze calzette. Ci piace, ci vediamo dentro in questa sua visione di cose. In che senso, allora, possiamo parlare di messaggio, introducendoci direttamente al contesto della guerra da superare. Il titolo della mia relazione è Dall’orrore della guerra alla pace. Qui c’è una scansione dinamica: “da … a”, dalla guerra (che è uno squilibrio di potere, di forze politiche e non, di potenze militari) alla pace. L’equilibrio ricomposto in tema di servizio. Sapete che nessun diritto canonico può obbligar un uomo ed una donna ad amarsi? no! No, non c’è nessun diritto, né civile né canonico né penale che possa farlo. Il diritto registra il fatto: cerchietto al dito e “potete andare in nome della società”. Chi può obbligare un uomo e una donna ad amarsi? Certamente non il diritto. La guerra, quindi, coincide in una prima esperienza di potere e di forza e, quindi, dell’uso del potere e della forza: cioè, nell’uso della forza e della violenza. Ma c’è anche il potere mentale proprio di certe ideologie di discriminazione in nome del sesso o del censo. Ma si tratta di gente tutta arruolata. Il potente del mondo è predisposto ad arruolarsi, laddove invece il vangelo fantasticamente dice: guai a voi ricchi, perché avete più problemi per sganciarvi da un’autogestione di potere, cioè da un clima di guerra, grazie al quale pensate di scagionarvi da un clima di servizio. Il Cristo prese possesso di Gerusalemme su di un asino, e non su di un  cavallo bianco, che competeva ad un imperatore. Che vogliamo fare? Dall’orrore della guerra alla scelta della pace. La parola scelta - come è stato un pò insinuato, mi sembra opportunamente, da chi mi ha preceduto - di fatto è una parola difficilissima. E sì, perché ci obbliga a cambiare, cambiare, cambiare. Don Quintino è stata una persona che ha cambiato un sacco di volte, ma in un clima di ascensione e non di precipizio. Salta il criterio della famiglia, salta l’esperienza militare, salta l’edonismo, salta il francescanesimo (certo non nel suo messaggio, ma nel modo di viverlo). Che favola! Questa persona libera come il vento, estrema, che non scappa dalla gente, ma si ritira per amare di più, per servire di più. E così lo vediamo tra Macerata e Loreto, e poi lo vedremo a S. Alberico, nella sua parrocchia a servizio tutto a tutti. Non una fuga, ma un investimento estremo. Va contro corrente. Un bel ragazzo, un bel figlio del Salento, diciamolo pure.

Secondo: carriera militare. Ad un certo punto capisce che non gli serviva. Nel libro scritto dal suo commilitone Duilio Farneti parla esattamente del fatto che lui, pur non avendo preso mai parte alla lotta armata, pur non essendo stato mai coinvolto in fatti di sangue, stava dentro con gente militare, e serviva anche bene. Ma capisce, tuttavia, che non risolveva i suoi problemi. Non solo: lui ha fatto parte del plotone modello arditi. Ragazzi attenzione. I migliori ragazzi del gruppo venivano messi lì dentro; e cosa dovevano fare? Mimetizzarsi, strisciare per terra come i serpenti, armati fino ai denti, corpo d’assalto, diremmo. Confidandosi con un suo amico, dice: ma che sto a fare qui? Ma che stiamo a giocare? Ma che sto a fare io qui? Che bello! Queste scelte evolutive addizionali di crescita senza fine, in un parametro che lo vedeva coinvolto con progetti, che superavano l’orizzonte umano. Io mi sto quasi ad accalorare, non vi voglio addolorare: ho ancora una decina di minuti; ve ne regalo cinque, così ci vedremo la prossima volta. Cerchiamo di lasciare appetito per la prossima volta.

Vorrei concludere brevemente. Esiste nella vita di don Quintino un punto che io chiamo frattura-fusione. Frattura, in quanto si stacca dalla famiglia, dall’arma, dalla vita edonistica (citando il Vescovo Amaducci), da una vita conventuale a Treia. Ma si stacca, per fondersi con l’amore di Dio e dei fratelli. Libertà radicale, frattura e fusione. Qualche volta penso: si legge nei giornali che i ragazzi italiani sono i più mammoni del mondo e a 35 anni dicono ancora: mamma che mi riscaldi il caffè? E questi mammoni si sposano senza frattura. Ma una frattura non realizzata significa non fusione con la propria donna e con il proprio uomo. Come per noi preti, rabbini, vescovi: di chi noi fa una frattura, evidentemente non si può fondere. Nessuna automobile può partire il freno a mano inserito. Dove vai? Anche se metti la quinta marcia, neanche a spingere: è ridicolo. Il punto di frattura-fusione si rivela applicato con una scansione temporale evidentemente precisa anche a livello cronologico.

Non mi soffermo più oltre; voglio sottolineare due principi che ci accompagnino possibilmente uscendo da qui. Primo: solo l’amante è estremo, perché un  amante, che non è estremo, non è un amante. Che andiamo all’eremo o che non ci andiamo, se ci guardiamo dentro senza ipocrisia già sappiamo se stiamo amando o no. Secondo: cosa che mi sembra importante è il fatto del pagare di persona: il mondo è pieno di ciarlatani; ma di gente che propone alternative, pagando di persona nel mondo, non se ne vede.

La storia di Don Quintino è quella di un travaglio esistenziale straordinario, che fatto sbocciare nel suo cuore l’Amore radicale, estremo. E’ un mistero suo, ma che rimane tale anche per noi. Noi possiamo e dobbiamo solo contemplare questo mistero in silenzioso rispetto e sognando di poterlo imitare nei gesti che lo hanno reso visibile; e forse è possibile per ciascuno di noi, se ne avremo il coraggio. 

Dott. ADOLFO MAFFEI

Si può essere manager della carità e farla solo per se stessi. Dai tempi del catechismo mi ricordo un passaggio: “fai quello che senti”, e non capivo, perché bambino. L’ho capito dopo; e forse ho saldato, senza saperlo, il fioretto del regalino che ho fatto - senza nessun motivo - alla bambina handicappata che mi aspetta. Ci si pone poi - come cronisti, testimoni, semplici cittadini - di fronte a determinati episodi di magniloquenze, di management e quant’altro.

Cedo la parola al nostro vescovo, mons. Vittorio Fusco. 

Mons. VITTORIO FUSCO

Penso che ce ne andiamo a casa già con parecchie idee e stimoli su cui riflettere; quindi aggiungo solo un brevissimo pensiero.

Ogni volta che ci riuniamo per opera degli Amici di don Quintino, che ancora una volta ringrazio, noi riviviamo questa esperienza della inesauribilità di queste figure dei Santi canonizzati: e ci auguriamo che avvenga presto anche per il nostro eremita. Da noi vengono percepiti e riconosciuti tali, perché ogni Santo è un messaggio di Dio. E, se è un messaggio di Dio, questo impone il dovere, l’esigenza di leggerlo, decifrarlo: capire che cosa ci dice Dio attraverso quest’uomo, soprattutto quando il Signore ce lo fa nascere per le nostre strade, dal nostro sangue. Noi dobbiamo continuamente leggere e rileggere questa figura. Le biografie ci sono già di aiuto; ed io esorto sempre gli Amici di don Quintino a continuare la raccolta delle testimonianze; ci sono ancora le persone viventi che hanno conosciuto don Quintino; è un lavoro preziosissimo, che deve essere sempre portato avanti.

Che cosa ci dice il Signore attraverso don Quintino? Non finiremo mai di dirlo: io penso che il primo messaggio che ci dà ogni Santo, in generale, è quello della realtà di Dio, della resurrezione di Gesù (l’ha accennato un pochino Russo). Voi immaginate se dopo Gesù non ci fossero stati i Santi: ci sarebbe da chiederci se la Resurrezione sia una realtà, dal momento che nessuno ha seguito poi Gesù. Potremmo dire che Gesù ha detto delle parole, delle belle cose, ma poi tutto è finito lì. La schiera innumerevole dei Santi, anche quelli anonimi, quelli che la Chiesa ci fa ricordare il 1° novembre, quei Santi che non hanno un volto, perché potrebbe essere il volto di ciascuno di noi, ci danno la certezza che Gesù è risorto ed è vivo. Don Quintino è un cuore appassionato dall’incontro con Gesù. E’ stato detto benissimo da tutti gli intervenuti. Ma poi ogni santo ha un messaggio specifico.

Primo messaggio: cerchiamo di conoscere Gesù, cerchiamo di rivivere l’esperienza di don Quintino, di appassionarci al Vangelo attraverso incontri sacramentali, perché anche per noi Gesù non sia una parola, uno slogan, una ideologia, ma sia una persona vivente.

Un discorso molto impegnativo da portare avanti riguarda la singolarità di ogni Santo. I Santi sono diversi l’uno dall’altro. Io più ci rifletto, e quello che mi colpisce nella vita di don Quintino è l’abbinamento del sacerdozio con la vita eremita (ne parlavo proprio con Nicola). Questo, a ben vedere, non è molto comune nella storia della Chiesa. Il carisma della vita eremitica, normalmente, è stato vissuto da laici, gli eremiti sono laici; il sacerdote, di per sé, come può essere eremita? Egli deve stare in mezzo alla gente, in mezzo al popolo. Eremos, significa deserto. Don Quintino attraverso tutti quei passaggi imprevedibili, cui Dio lo ha guidato in questa continua incessante ricerca, è arrivato a questo approdo: essere eremita, ma anche sacerdote. Io credo che questo racchiuda un profondo messaggio, in modo particolare per noi sacerdoti, ma anche per tutti quanti i fedeli (ed è stato detto). Il silenzio, l’interiorità. L’ascolto di Dio. Questi Santi estremi, il Martire, la Vergine, la suora di clausura, l’eremita sono lontanissimi da quanto ognuno di noi può realizzare personalmente; però, in una forma più violenta, più concentrata, più luminosa, c’è sempre qualcosa che anche noi siamo chiamati a vivere, ognuno nella sua modalità.

Conoscere, praticare la figura di don Quintino significa fare nostra l’esperienza del deserto. Per noi non sarà andarcene sull’Appennino. Don Quintino se ne è dovuto andare dal Salento, perché qui non ci stanno le montagne. Un altro che ha fatto la stessa esperienza è il beato Giulio da Nardò, che è sepolto presso l’Abbazia di Montevergine in provincia di Avellino, nel cuore dell’Irpinia. L’eremitaggio si realizza fra luoghi impervi. Noi, confrontandoci con queste figure, dobbiamo trovare il nostro eremo, il nostro deserto, che per noi può anche non essere un luogo, ma un angolo della nostra camera, un tempo, un momento della giornata, più propizio per il silenzio e l’incontro con il Signore. Questo è il messaggio che mi sento di dare e che mi auguro continueremo a riflettere tante altre volte in modo particolare con i suoi concittadini di Melissano.