Home Su Commenti Notizie Link Ricerca Comunicazioni
 Atti del 3° Convegno Studi
Precedente Home Su Successiva

 

Atti del 3° Convegni Studi
"Spiritualità francescana nell'esperienza eremitica di don Quintino"
Melissano, 30 maggio 2008

Saluto del Presidente dell’Associazione
Ins. Egidio Scarcella

 Buona sera a  tutti.

A nome dell’Associazione “Amici di don Quintino”, della quale mi onoro di esserne il Presidente, con vivo piacere porgo il più caloroso saluto e ringraziamento a voi tutti che avete voluto, con la vostra presenza, dimostrare  quanto sia cara la memoria del nostro concittadino don Quintino Sicuro.

Saluto in modo particolare tutte le autorità civili e religiose, qui convenute, la rappresentanza della Guardia di Finanza di Gallipoli guidata dal Maresciallo Ruggeri, il Presidente dell’Associazione Carabinieri in congedo Mar. Giorgio Marsano, i Carabinieri della locale Stazione, i Vigili Urbani e la Protezione Civile di Melissano.

Un doveroso saluto e un sentito ringraziamento giunga, infine, ma non per minore importanza, al professore Franco Fasano, socio dell’Associazione, e al professore Cosimo Scarcella, per essersi messi a disposizione e impegnati personalmente per la buona riuscita del convegno.

Quello che stiamo per affrontare è il terzo convegno.

Il primo convegno, per il XXV della morte del servo di Dio, nel 1993. Relatori: il prof. Luigi Scorrano e Fra Rufino dell’Ordine francescano rinnovato, il qui presente professore Fasano e padre Fernando Librando. Gli argomenti trattati furono: “Attualità della testimonianza di don Quintino Sicuro” – “Eremitaggio: uomini inutili?”

Il secondo convegno, che durò tre giorni, a 30 anni dalla morte: nel 1998. Relatori: dott. Luigi Russo da Bologna, il teologo romano prof. Giulio Cipollone, il giornalista Adolfo Mattei,  ed il qui presente prof. Cosimo Scarcella. Furono trattati i seguenti temi: “Dall’orrore della guerra alla scelta di pace” - “Messaggio per il futuro da un profeta dei nostri giorni” - “Da Melissano un esempio di scelta ed umanità vera”.

Nel 2008 il terzo convegno, quello odierno, a 40 anni della morte.

Il sogno dell’Associazione è quello di raccogliere, in un’unica pubblicazione, tutti gli atti dei  convegni, a futura memoria e ai fini più prossimi della causa di beatificazione del Servo di Dio.

Ora ho il piacere di cedere la parola al professore Franco Fasano che introdurrà i lavori del terzo convegno e coordinerà gli interventi del dibattito che, sicuramente, ne scaturirà.
 

Prolusione del prof. Fasano Franco
Dirigente Scolastico Istituto Istruzione Superiore
“Filippo Bottazzo” Casarano

Quando pensiamo alla figura di Don Quintino Sicuro vediamo soprattutto l’uomo di Religione tutto preso dallo spirito della contemplazione e immaginiamo che questo non abbia dei riflessi apprezzabili nella vita degli altri.

Non è così. 

L’uomo di contemplazione non dimentica di essere uomo.

Se San Francesco è tra i suoi modelli (ma di questo parlerà dopo il prof. Cosimo Scarcella) dobbiamo ricordare che il Santo di Assisi, anche quando si raccoglie in preghiera e meditazione non dimentica che l’una e l’altra deve riversarsi positivamente sugli uomini ai quali è destinato il suo messaggio.

Anche  Don Quintino Sicuro, che può apparire più isolato per propria scelta, in fin dei conti sa che la sua preghiera,  la sua contemplazione potranno avere effetto in termini di proposta alternativa a più consueti modi di vita.

  Possiamo chiederci se una figura come quella di Don Quintino Sicuro possa comunicare qualcosa di attraente soprattutto per i giovani di oggi.

Siamo tanto abituati ad essere trasformati dal rumore della cronaca quotidiana che modi di vita inconsueti ci sembrano al limite della credibilità.

        Vorrei però ricordare un  piccolo fatto che non è passato inosservato nei mass- media: un paio di anni fa un regista ha girato un film semplicemente riprendendo quella che era la vita quotidiana dei monaci di una abbazia francese situata sulle Alpi al confine tra Francia e Italia:

        “Il grande silenzio”.

        Il film ha avuto un successo impensabile; ha affascinato milioni di spettatori. E’ sembrato un fenomeno strano ma non lo è poi tanto se si pensa che rimane, sotto la superficie agitata delle nostre giornate, l’aspirazione a un modo di vita totalmente diverso che non sappiamo bene definire ma che il silenzio di quei religiosi sembrava rendere comprensibile e tangibile.

        Don Quintino Sicuro apparteneva ad una famiglia non priva di qualche agio in un tempo in cui la situazione generale non era molto florida. Eppure quando arriva alla sua scelta più importante, e ci arriva per tappe successive, quella scelta ha il valore di un  totale distacco da un modo di vita al riparo dalle difficoltà e un correre il rischio di doversi misurare quotidianamente con difficoltà alle quali è più difficile mettere riparo.

        Questo potrebbe essere un utile spunto di riflessione per chi volesse indicare, ai giovani ma non solo, Don Quintino come modello di vita. 

        Il suo carattere aveva una vena di ribellione ma egli dà regola a questo quando sceglie di entrare in un corpo militare dove una severa disciplina è alla base di vita e di azione. Questo non vuol dire che abdica ad una sua caratteristica: vuol dire semplicemente che egli intende incanalare in  direzione positiva un impulso che va dominato.

E’ un modo che egli persegue per realizzare la propria personalità. Quando sceglie la vita religiosa egli però si lascia alle spalle quella disciplina. Scopre che non era quello che cercava.

        Una regola codificata non è ancora una regola interiore. La scelta della condizione religiosa gli apre una nuova prospettiva. Anche questo lascia perplessi e poco convinti i familiari che vedevano nel lavoro in Finanza di Quintino una sistemazione, quella sistemazione che i genitori di solito sognano o si sforzano di realizzare per i propri figli.

        Capacità di scegliere dunque ma anche capacità di riflettere sulle proprie scelte ma di riorientarle coraggiosamente fino ad avere certezza di aver compiuto quella giusta. Questa capacità oggi sembra mancare ai giovani spesso troppo divisi tra impulsi provvisori e necessità  di un minimo di certezza.

        Influisce su questo anche un orizzonte di abitudini completamente mutato.

        Oggi un giovane è abituato a vivere le sue decisioni non tanto in seno alla famiglia o in una chiara assunzione di responsabilità verso se stesso quanto all’interno di un gruppo difficilmente in grado di influire sulle sue eventuali scelte.

        Don Quintino è ancora l’uomo che si pone di fronte a se stesso e medita il proprio percorso di vita; un giovane di oggi teme la responsabilità personale e si mette al riparo del gruppo di cui fa parte.

        Possiamo chiederci se sia improponibile oggi dunque il modello di Don Quintino?

        Direi di no, perché il richiamo alla responsabilità personale deve costituire sempre la marcatura più forte in ogni azione da compiere e in ogni decisione da prendere. La responsabilità della propria vita è e resta sempre un fatto strettamente personale; Quintino Sicuro non ci appare, pur nella scelta della vita solitaria un mistico che si distacca dal mondo. Anche se non lo afferma esplicitamente il suo impegno è anche per gli altri e a favore degli altri.

        La vita di preghiera e di solitudine non cancellano i tratti di quella umanità che in lui rimane viva e che si esprime anche in  particolari circostanze familiari. Quando egli accorre accanto alla madre gravemente ammalata noi vediamo non tanto l’uomo di religione che conforta con il pensiero della vita ultraterrena quanto il figlio che prova umanamente il dolore di quel distacco che di li a poco avverrà. E’ questa espressione di umanità che rende vicino al nostro sentire anche la sua religiosità.

        E’ questo che ce lo fa sentire fraterno, vicino, un conterraneo amico, tutt’altro che distaccato dalle evenienze della vita. L’esempio forse più significativo sta in questo, nella capacità di far procedere parallelamente la solitaria vita dello spirito e la capacità di donare agli altri: coraggio e speranza. Se questa capacità, indipendentemente da una scelta religiosa, fosse una qualità anche dei giovani d’oggi allora potremmo dire che un esempio come quello di Don Quintino rimane come un fermento attivo all’interno della nostra società.

Non si tratta certo di copiare comportamenti e modi di vita; si tratta di cogliere i fondamenti di un insegnamento e tradurli in azione nella situazione della vita di oggi.

        Intitolare una scuola, una sezione di l’azione cattolica, una associazione tra professionisti (tra medici di base),la stessa Associazione che ha dato a questo convegno  ad un personaggio di cui si vuole indicare l’esemplarità significa farlo conoscere e chiarire il senso delle sue scelte e del suo operare. Siamo sicuri che questo si faccia e anche in questo modo Don Quintino Sicuro continui a trasmettere il messaggio di cui tutti noi  ci facciamo, oltre che testimoni convinti, anche  diffusori.
 

Relatore prof. Cosimo Scarcella
Docente di filosofia 
Istituto Istruzione Superiore Liceo Classico di Casarano

 SPIRITUALITA’ FRANCESCANA NELL’ESPERIENZA EREMITICA
DI DON QUINTINO SICURO

 1. Premessa

 Papa Giovanni Paolo II, nel 1982, in occasione della celebrazione della memoria dell'ottavo centenario della nascita di san Francesco d’Assisi, inviò al mondo una sua lettera pastorale, che pensò bene di aprire con le parole con cui Tommaso da Celano (primo biografo del poverello d’Assisi) aveva presentato il Santo: “Splendeva come stella fulgida nel buio della notte e come luce mattutina diffusa sulle tenebre”. Proseguendo un suo precedente discorso del 1981, inviato per radio ai numerosi membri delle quattro famiglie francescane, alle religiose e a quanti altri seguivano le orme del padre serafico, il Sommo Pontefice mise in luce alcuni punti particolarmente significativi della spiritualità francescana, esponendo le novità che essa sembrava e sembra ancora offrire agli uomini anche del nostro tempo.

Il Papa, infatti, usando le parole di frate Masseo (uno dei primi compagni del poverello), rivolge al santo la stessa domanda del buon confratello: "Perché a te tutto il mondo viene dietro?", e risponde così: “gli uomini ammirano e amano il santo d'Assisi, perché vedono realizzate in lui, in maniera esemplare, quelle cose alle quali essi maggiormente anelano, senza tuttavia riuscire spesso a raggiungerle nella propria esistenza, e cioè la gioia, la libertà, la pace, l'armonia e la riconciliazione tra di loro degli uomini e delle cose”. E in ciò la spiritualità francescana ha lasciato un'impronta indelebile, non solo tra i credenti cristiani, ma in tutti gli uomini di buona volontà e in quasi tutte le espressioni della civiltà occidentale, tanto che a ragione si possono applicare allo spirito francescano le parole del vangelo: "dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che egli ha fatto".

San Francesco d’Assisi è una gloria dell’Italia, che ebbe il privilegio di dargli i natali. Anche Melissano ha avuto il privilegio di donare i natali a Don Quintino Sicuro, il quale rappresenta - e continua ad essere – un inestimabile patrimonio spirituale, culturale e morale del nostro paese: ognuno di noi, quindi, deve sentire il bisogno di conoscere in maniera approfondita la vita, il pensiero e la spiritualità di don Quintino, intuendone i motivi ispiratori e imitandone le ragioni ultime.

Una conoscenza, ovviamente, che non può e non deve né rimanere nel chiuso della nostra cittadina, né tanto meno ridursi a una pura conoscenza sterile di ogni insegnamento pratico: don Quintino è innanzitutto maestro di vita vissuta con estrema totalità ed esempio di testimonianza perseguita e realizzata con indiscutibile coerenza.

San Francesco, dopo le prime esperienze giovanili fatte nell’ambiente socio-culturale dell’Assisi del 1200, non ebbe paura di “delirare”, cioè di uscire fuori dal solco della vita comune dei suoi tempi, e nemmeno di “tradire” le aspettative dei suoi genitori, che pure sognavano per lui un ottimo e brillante futuro. Con l’audacia che solo la forza dell’amore estremo e senza riserve può dare, con la determinazione che solo la convinta lucidità dell’animo appassionato può sostenere, con la gioiosa disponibilità a tutto affrontare e tutto vincere per la realizzazione dei suoi progetti intimamente formulati, San Francesco abbandona la vita “normale”, ripudia genitori e amicizie, rinuncia a ricchezze e benessere, e si dedica tutto e interamente a vivere la sua “pazzia”: si ritira nella solitudine dei monti e, nel profondo silenzio dell’anima e nell’incontaminata sacralità della natura, porge l’orecchio alla voce interiore che gli suggerisce il senso vero del suo esistere e la ragione ultima del suo operare: intuisce di doversi votare alla totalità senza riserve, alla più completa dedizione di tutto se stesso per la riedificazione della “casa” di Dio, che è, poi, la dimora destinata anche a tutti gli uomini. Dà ascolto a questa voce, vuole approfondirne il messaggio più autentico, entra in dialogo sincero con se stesso e con il Tutto. Sceglie con assoluta determinazione di tagliare con i modi di pensare del mondo e di vivere in coerenza con l’infinita Totalità. Esce dal mondo, ma per ritornarvi carico dei suoi convincimenti: li vuole e li deve trasmettere, in gaudio e con pace, a tutti gli uomini, credenti e non, cristiani e non. E’ pronto a tutto, anche alla derisione dei benpensanti e agli sberleffi dei malevoli. Ma la verità trionferà e molti lo seguiranno e continuano a seguirlo ancora ai nostri giorni. 

Anche don Quintino Sicuro si presentò allora – e si ripresenta oggi anche a noi - come l’uomo totale che, con lucida persuasione e convinta adesione, scoprì in sé stesso i sensi veri dell’essere umano, valutò con serietà il contesto sociale in cui la storia l’aveva fatto nascere e vivere e, di conseguenza, impresse alla sua vita quelle svolte che, a suo modo di sentire, uniche gli facevano realizzare una vita piena e degna dei suoi intimi convincimenti.

Don Quintino Sicuro, che viveva con impegno nella realtà della Melissano d’allora, siccome non lo soddisfaceva interiormente, decise di cambiare nel tentativo di trovare modi di vita più appaganti, finchè giunse alla svolta radicale: si separò dal mondo e si rifugiò nel silenzio della solitudine, in cui, andando al di là della realtà mondana, trovò la verità. Scelse, quindi, di rimanere e operare nel mondo, ma di non essere più del mondo. Comprese, come san Francesco, che tutte le mostruosità dell’umanità si racchiudono nella smania che l’uomo ha di diventare il centro e il termine della propria esistenza. Egli volle diventare eremita, cioè uno che vive in solitudine ma tra la gente, in modo da ricordare agli uomini che essi valgono non per quello che fanno, ma per quello che sono. E faceva tutto ciò con grande spirito di servizio. La sua solitudine, quindi, serviva a scoprire e vedere la verità, per poi avvicinarsi agli altri e comunicarla loro. Aveva capito che la più grave povertà, di allora come di oggi, è la mancanza di pace, la paura della sofferenza, della morte; aveva compreso che il vero deserto sta nella vita caotica delle città piccole e grandi, per cui era necessario creare oasi di pace e di riconciliazione. E realizzò tutto ciò in atteggiamento costante improntato alla gioia, alla libertà, alla pace e all’armonia tra di loro degli uomini e delle cose. La sua esperienza eremitica diceva allora e continua a dirci anche oggi che c’è bisogno di momenti di solitudine, per saper leggere nell’animo nostro, per divenire capaci di non condividere sempre e comunque i modi di pensare e di agire dei più e della moda del momento.

Un primo motivo, che contraddistingue tanto la spiritualità francescana quanto l’esperienza eremitica di don Quintino Sicuro, è quello di essere, usando termini dei nostri giorni, di “inattualità” o “postmodernità”.

 2. La spiritualità francescana è “postmoderna”

Oggi, infatti, per esprimere l’atteggiamento di chi vuole cercare e realizzare modi di pensare e di agire improntati a sincerità e autenticità personali e, comunque, lontani da ogni forma di passivo adeguamento ai sistemi di vita dominanti e alla moda, uno dei termini maggiormente usato è quello di “postmodernità”. Questa parola, però, spesso viene applicata in modo anche improprio e in molti ambiti della vita quotidiana, rimanendo, così, caricato di forti significati che ricadono anche nell’economia, nell'etica, nella filosofia e nella religione. In senso generale, comunque, la postmodernità si pone come l'ultimo momento del “tempo attuale”, in cui la persona più pensosa, vivendosi delusa di se stessa, cerca modi adeguati per correggere il proprio cammino in tutto ciò che scopre di ingannevole e di frustrante. La postmodernità, quindi, costituisce l'altra faccia della modernità, quella che diffida di sè e si autoaccusa, e nello stesso tempo, cerca di superare le contraddizioni culturali e i presupposti di natura anche religiosa, che stanno alla base del modello di vita proprio di quella società “attuale”, che viene percepita come infelice, violenta e talora del tutto disumana.

La postmodernità si erge, allora, a un tribunale vero e proprio, che pone sotto accusa l’intero progetto di un’intera società: e non solo lo critica e lo aggiusta nei confronti dello stile di vita, ma gli intenta un processo implacabile nei confronti della sua stessa concezione e interpretazione della vita e dei suoi presupposti morali e culturali.

Il primo aspetto della società attuale che viene giudicato e criticato è proprio quel mito della razionalità, che viene tanto proclamato e difeso da un numero sempre maggiore di popoli. A causa del crescente dominio di questo mito, la “razionalizzazione” dominante sempre più soprattutto nell'occidente permea tutte le manifestazioni culturali, dalla teologia alla filosofia, dalla politica all’ economia, dalla sociologia all’arte. Questo spirito sistematico, però, si fonda e accresce inevitabilmente un'ansia di dominio, d’imposizione e di sfruttamento, che giunge alla sua massima espressione nella ricerca scientifica, nei progressi tecnologici e nello spirito del capitalismo. Questa mentalità razionalistica, inoltre, si istituzionalizza attraverso i vari sistemi, sino a trasformarsi in puro funzionalismo. A questo punto, l'interesse, la praticità e la funzionalità sostituiscono gradualmente i valori dell'essere e della gratuità, e sfociano in una totale e scontata commercializzazione del mondo intero. Si entra, così, in conflitto cοn la stessa natura, che viene vissuta e trasformata in fonte inesauribile di benefici e, di conseguenza, trattata come un magazzino da svuotare. Anche la stessa modernità che pretende di sostenere, almeno teoricamente, l'autonomia e la dignità del singolo e unο spiccato individualismo, non ha portato né la pace nè l'alleanza tra gli uomini, e tra questi e la natura; anzi, essa è stata fonte permanente di conflitti, tensioni e divisioni, fino a giungere alla dolorosa esperienza del malessere della cultura, quale si manifesta nella crescente coscienza dell’infelicità dell’uomo, nell'aggressività delle persone, nella disillusione generalizzata.

Ιl pensiero postmoderno processa, quindi, l’eccessivo predominio della ragione calcolatrice, e accusa tutte le sue pretese che vogliono occupare ogni campo del pensiero e dell’agire umano. La sfiducia e la critica postmoderne, mentre si levano contro i sistemi globalizzanti della società di oggi, contro i suoi dogmi e le sue promesse, svelano anche tutti i discorsi mascherati di dominio e tutte le grandi fabulazioni sull'emancipazione: e rivendica un gusto particolare per l'antimodello, quale si manifesta in molti settori della vita attuale, nella quale si contrappone spesso l'irrazionale al razionale, l'antisociale al sociale, l'antisanto al santo, l'antievangelico all'evangelico, l'antivirtuoso al virtuoso. Tutti i grandi princìpi e i solenni proclami vengono smascherati in nome di una realtà ben più modesta ma più autentica, meno idealista ma più realista, meno razionalizzata ma più vitale.

Ιn questo processo generalizzato contro gli assoluti e contro i miti, la postmodernità opera anche una purificazione radicale degli idoli di Dio. Anche la religione viene messa in causa profondamente, benchè l'ateismo postmoderno non si presenti con l'aggressività di un Marx e di un Nietzsche, ma con la rassegnazione disperata di un Camus o con la serenità stoica di un Sartre. Dio non è più il contendente dell'uomo; è l'infinito impossibile a cui si deve rinunciare, visto che l'unica esperienza possibile è veramente quella umana, in un mondo che si apre e si offre gradualmente e solo in prospettiva, mai nella sua totalità. La postmodernità, dunque, presenta differenti posizioni umane, riguardo alle quali si deve avere un atteggiamento critico e creativo, per poter dare una risposta adeguata alle sfide di turno.

Cosa sempre possibile se si parte da una fede viva e dalla forza dell'amore disinteressato, quali contiene la spiritualità francescana delle origini e di oggi: con il suo senso del concreto e il suo amore per tutte le realtà, anche apparentemente irrilevanti, offre i presupposti per intavolare un dialogo con il frammentario, una comunicazione con il diverso e un rapporto di dialogo tra individuale e sociale, tra uomo e uomo, tra uomo e natura. Μa per questo si richiede una fede nuova e rinnovata nella vita e una fiducia nella stessa realtà. Ε bisogna pensare in profondità, se non si vuol essere una massa o moltitudine addomesticata. Viviamo in un tempo di scandaloso disimpegno mentale, in un'epoca nella quale i mezzi di comunicazione di massa ci risparmiano dal pensare e dal coraggio di decidere, visto che ogni cosa si trova già perfettamente programmata in un supersistema di interessi previamente orchestrato.

Da ogni parte anche oggi si ricerca un nuovo modello di umanità; ma per raggiungere tale traguardo bisogna arrivare certamente a una civiltà dell'universale ed a un'umanizzazione delle idee fondamentali che governano la vita dei singoli e dei popoli. Μa quest'universo lo si può raggiungere solo attraverso esperienze e incontri civilizzati, reazioni e convivenze civilizzate, cioè attraverso un pensiero civilizzato, che si contrapponga al pensiero terrorista e alla cultura della violenza e della morte. Se “il futuro dell'uomo dipende dalla cultura”, come spesso ripeteva Giovanni Ρaolo ΙI, dobbiamo produrre una cultura ricca dei migliori ingredienti umani, perché il futuro sia più umano e più felice. Occorre una rivoluzione permanente, basata sul rispetto e sull'amore dell'altro e della natura.

Ιl dinamismo della spiritualità francescana, rivisitata nel 1900 anche dall’esperienza eremitica di don Quintino Sicuro, può prestare un grande servizio alla causa della nuova cultura, di cui c’è bisogno e che dovrebbe essere modellata sulla dottrina del personalismo sviluppato soprattutto in quattro direzioni:

a. del personalismo comunitario, in grado di porre le condizioni che rendano possibile il conseguimento del grande affratellamento di tutti gli uomini, mediante una cultura della pace, della convivenza civile e del rispetto reciproco, capace di costruire una società più a dimensione d’uomo;

b. della cultura ecologica e universale, in grado di stabilire un inseparabile sistema di reciprocità, capace di trasformare il mondo in dimora veramente degna della dignità dell’uomo;

c.  della cultura del dialogo, in grado di rispondere, secondo lo spirito del francescanesimo, anche oggi al nobile intento di offrire uno spazio spirituale e umano finalizzato a un dialogo efficace tra le diverse filosofie, le diverse culture e le diverse religioni;

d. della cultura della gioia veramente festosa, forse del tutto assente all’uomo di oggi, che è terribilmente serio e privo di gioia vera. Ιl pensiero francescano, testimone eccezionale della gioia vera e piena, può apportare gli elementi necessari per creare una nuova cultura, nella quale l'uomo sappia ridere e comunicare mediante anche la gioia.

Ιl futuro, spazio riservato solo a coloro che sanno offrire speranze legittime, diventerà realtà solo se si sarà generosi con il presente: in questo nostro presente la spiritualità francescana testimoniata dall’esperienza eremitica di don Quintino costituisce un grande contributo – in qualunque ambito penetri ed operi - per la trasformazione della società, perché sia più accogliente e fraterna. Umana.

 3. Don Quintino e la spiritualità francescana

 Don Quintino, ancora di tenera età, sperimentò la delusione di entrare nella vita religiosa francescana, che pure desiderava intraprendere, ma che gli veniva negata, perché non riuscì, nel 1932, a superare l’esame di ammissione. Ma il suo convincimento di doversi consacrare all’apostolato generoso e incondizionato e di doversi dedicare alla salvezza delle anime in modo esclusivo e totale non solo non s’attenuava, ma cresceva sempre di più: “Per un clero sacerdotale  - scrive alla sorella il 30 marzo 1963 - non v’è altro che l’assillo di dare anime a Dio, perciò, quando si presenta l’occasione, ne è felicissimo”; e persino durante il viaggio fatto a piedi e in mezzo a ogni difficoltà per giungere a Lourdes a visitare la Vergine da lui ritenuta il vero suo sostegno per il raggiungimento dei suoi ideali alti ma difficili, saluta come intervento diretto di Dio la possibilità di avere, lui “umile Suo sacerdote, la possibilità di esercitare anche il ministero. Infatti, in qualche chiesa – scrive – fui al confessionale: una volta per due ore. Parlai anche ai fedeli e lungo le strade quante anime ho incontrato: gente che si fermava, che voleva sapere, che si mostrava felice di incontrare chi parlava della Madonna e che chiedeva preghiere, partecipando così, con tutto il consenso, seppure con qualche meraviglia, alla mia impresa (Relazione sul viaggio a Lourdes).

Nel maggio 1939, però, sette anni dopo questa sua prima delusione, lasciò il suo paese natale e si arruolò nel Corpo della Guardia di Finanza. Possiamo immaginare che l’abbia fatto, per una insoddisfazione sociale, ma soprattutto personale: l’ambiente contadino e piuttosto chiuso del suo paese poco si confaceva al suo spirito irrequieto e votato alle cose grandi e alle scelte estreme. Da quello che scriverà nel tema di esame per l’ammissione al Corso Allievi Sottufficiali nel 1943 possiamo indurre il suo carattere integrale, la sua volontà determinata, la sua dedizione incondizionata nel sentire e compiere le sue scelte: “Ogni superiore deve, però, ricordare che esso è posto al comando per il bene della sua Patria e dei suoi dipendenti: che nessun sacrificio è mai troppo grande quando incorre il bene dei soldati. Sacrificarsi per loro è un dovere, ma un onore, perché poi i soldati con quegli esempi sapranno a loro volta dare anche il massimo sacrificio per la Patria”.

Ma anche questa vita dedicata alla società civile non lo soddisfaceva intimamente: aveva bisogno della scelta senza confini e senza ritorno. Per otto anni ripensa la sua esistenza nella ricerca del suo senso più autentico; e sente d’essere chiamato alla vita monastica e sacerdotale. Ma chi doveva e poteva aprirgli le porte, gli pone davanti seri e gravi ostacoli. Ma don Quintino, forte nell’umiltà verso gli uomini, ma altrettanto umile nell’obbedienza alla voce della sua anima ispirata da sinceri aneliti, non s’arrende e scrive alla sua guida spirituale: “Perché ‘la vittima di un falso punto di orgoglio’, quando il mio sentire è veramente alto e santo e non esaltazione momentanea come tanti definiscono? Il mondo non può darmi quella pace spirituale che si gusta all’ombra pia e santa di una casa religiosa e per questo, solo per questo, ho deciso di abbandonare il mio attuale regime di vita, per mettermi sulla giusta strada. Non credo che ‘la bella donzelletta’ delle mie avventure amorose possa ostacolare il santo cammino, in quanto non serbo altro che rimorso di tutto ciò che ho commesso in passato.(…). Una cosa sola mi preoccupa ed è lo studio. Se con l’aiuto del Signore riuscirò a vincere sì grande ostacolo, potrò senz’altro marciare felicemente sino al raggiungimento del santo ideale. E’ vero che è molto difficile donarsi completamente a Dio e servirlo come si deve, dopo averne viste e provate di tutti i colori, però non possiamo escludere la possibilità di riuscire, perché molti più peccatori di me abbandonarono il mondo per darsi a una vita tutta diversa, e il Signore li accolse premiandoli largamente” (Lettera del  18 giugno 1947 a don Luigi Falsina).

E realizza il suo desiderio: abbandona la divisa della Guardia di Finanza e, in spirito di immensa obbedienza verso coloro che riteneva e credeva fossero la voce di Dio, entra nel Convento francescano di Potenza Picena. Sente, però, ancora inappagato il suo sentimento più profondo, chiede nuovamente ai superiori di potersi dedicare alla vita eremitica; però “Il Padre provinciale concluse che la mia vocazione alla vita eremitica non è altro che una tentazione del demonio, quindi niente eremita, la veste del Poverello d’Assisi, e il 7  settembre facilmente la vestizione. Non ho voluto insistere e siamo rimasti così d’accordo, però ho ottenuto di non andare al noviziato,  se non quando avrò completato gli studi generali. Intanto il Signore mi farà conoscere meglio la Sua volontà”. (Lettera del  7 giugno 1949 a don Luigi Falsina). Ubbidisce e legge anche questi avvenimenti come pianificazione provvidenziale, tanto che nell’ottobre successivo scriverà: “Ora capisco perché il Signore non mi ha concesso l’eremo. Quanto è buono Gesù! Stupisce la Sua Provvidenza! Ringraziamolo assieme don Luigi, per così grande grazia concessami. Come sto bene adesso spiritualmente. Mi sembra di essere in Paradiso” (Lettera del  5 ottobre 1949 a don Luigi Falsina). Ma, esattamente un mese dopo, comunicherà al suo “carissimo” don Luigi: “Quando riceverà la presente sarò già all’eremo. Domani nel Convento dei Frati Minori di Ascoli lascerò il saio e poi coi panni della Provvidenza, da vero sposo di Madonna Povertà, imboccherò il nuovo sentiero. Preghi perché il sacrificio non sia vano. Ai miei non ho ancora scritto, ma scriverò; se non le dispiace si faccia vivo anche lei con una bella letterina. Non si preoccupi se passerà molto tempo prima di ricevere ancora mie nuove, perché senz’altro bene” (Lettera del  5 novembre 1949 a don Luigi Falsina).

Si ritira nella solitudine più totale, lontano da tutto e da tutti, solo con se stesso, in profondo impietoso scandaglio della sua anima, in dialogo serrato e disponibile con il Tutto, con l’Infinito, con l’Amore: quello che ha tutto dato senza chiedere ad alcuno null’altro, se non che gli sia consentito di amare senza alcun ricambio o tornaconto. Don Quintino vive solo nella solitudine della sua anima e nell’unica sacra incontaminata verginità della natura per 35 giorni, quando – come scrive ai suoi familiari il 10 dicembre 1949 - rompe il “lungo silenzio durante il quale non ho cessato di pregare per  voi la Vergine Santissima, perché vi fosse più vicina in così particolare circostanza”; e rompe il silenzio dedicato alla conversazione intima e personale con il Tutto, non per “giustificare il passo fatto” e nemmeno “per pacificarvi del mio nuovo stato di cose”, in quanto ritenuto superfluo; lo fa per dire alla famiglia “semplicemente di aver fatto la volontà di Dio e di star bene, perché sulla sua strada”.

Apparentemente è una fredda comunicazione quasi d’obbligo, dovuta in considerazione dei naturali vincoli parentali; ma è l’espressione della grande umanità di Quintino, che sente – proprio nel dialogo solitario con la sua storia di uomo integrale – tutta la complessità ineluttabile dei suoi sentimenti carnali. Lui sa che la svolta che ha dato alla sua esistenza in realtà è la conclusione meditata e sofferta del lungo itinerario che lo ha condotto alla conclusione da sempre covata, intuita, amata,  sperata, ma solo ora realizzata. Quella scelta che lo ha portato gradualmente ma decisamente, lentamente ma pazientemente,  dal mondo piccolo all’Infinito sconfinato, dagli uomini terreni all’Umanità mistica, dal tempo che passa all’Eternità imperitura. Lo conferma quello che dirà, quasi sei mesi dopo, con umiltà filiale al suo “amico” spirituale, quando, appunto il 28 maggio dell’anno successivo (1950), pur non essendo ancora finito il  periodo del silenzio che si era “proposto all’inizio della nuova santa vita”, vuole dare brevi tranquillizzanti sue notizie; tutto quello che scrive è questo: “Sto benissimo. Godo la beata solitudine di un eremo santo, nascosto tra il verde degli alberi su un monticello aperto e ventilato. Come è bello vivere interamente abbandonato nel dolce amplesso del Padre!”. Lo stesso giorno scrive una breve lettera anche ai suoi familiari per rassicurarli sulla sua salute e sulle sue condizioni generali, e afferma: “Non pensate a male, miei cari, perché sto benone (…). E’ impossibile dire le grandi gioie che si gustano quassù al sevizio dell’Amore. Ora sì che posso dirmi veramente ricco, poiché possiedo il tesoro dei tesori, Iddio. Ogni altra cosa è vanità che ben presto si chiude nel passato”. E, siccome non ritiene ancora passato il periodo di silenzio propostosi, li prega di non distrarlo né con visite inutili e nemmeno con lettere dispersive, e li esorta: “Siate felici, miei cari, come lo sono io, nell’immaginarmi quassù in un Eremo santo nella beata solitudine”.

“Siate felici!”. Quanta umanità in quest’augurio rivolto alla sua famiglia, che Quintino sapeva che a Melissano doveva subire commenti e critiche non certo benevoli. Conosceva l’ambiente del suo paese natale: gente sicuramente buona e semplice, ma dal cuore poco sensibile e dalla mente piuttosto chiusa nel misurare le scelte dell’ex finanziere. I più accomodanti e benevoli, mentre compativano “quei poveri genitori” perché era capitata loro la disgrazia di avere quel figlio strano, certamente “giudicavano” con parametri terreni e umani, forse anche giusti umanamente, ma del tutto diversi dalle considerazioni e dai motivi che avevano condotto il loro compaesano a “ridursi a chiedere l’elemosina”. Quintino lo sapeva benissimo. E non caso né involontariamente aveva interrotto il suo silenzio nel dicembre precedente e aveva scritto ai suoi: “Poco importa se la gente mi dice pazzo. Basta che piaccia all’Amore. E voi, miei cari, non pensatemi ora un semplice mendicante, ma un apostolo sulle orme del Maestro. Sono felice, credetemi! Il Padre, nel dolce amplesso nel quale sono interamente abbandonato, non mi fa mancare nulla”. E’ lo stato d’animo che confermerà nella lettera successiva scritta alla famiglia il 24 agosto: “Son sempre con l’Amore, quindi benone”.

In queste espressioni, nelle quali non è difficile scorgere il linguaggio dei grandi mistici, quali Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, s’impone con estrema evidenza la spiritualità di San Francesco. La radicalità della scelta, il tormento interiore in cui si macera e si matura l’anima che anela veramente alla verità,  l’umanità intera che ricerca il confine estremo da varcare per penetrare nella Realtà vera e concreta. Totalità completa e disponibilità estrema ad acconsentire all’intimità del proprio animo, seguendone la voce interiore, senza alcuna considerazione esclusivamente umana e senza alcun rispetto nei confronti di soluzioni accomodanti e compromissorie. San Francesco è l’apostolo della radicalità estrema: innamorato della umanità autentica e devoto della natura creata dall’Amore, si lascia affascinare dalla Totalità, nella cui prospettiva deve essere riconsiderato ogni aspetto terreno, dal vincolo di famiglia al dovere sociale, dall’impegno nel mondo alla vocazione del mondo, dal senso vero del singolo uomo creato dall’Amore al significato autentico dell’intera storia dell’umanità in cammino faticoso e lento, ma inarrestabile e sicuro verso la Divinità autentica.

Don Quintino Sicuro, inizialmente, valuta le diverse situazioni usando con grande coerenza il metro umano, che la sua formazione adolescenziale e la storia personale gli hanno fornito. Sente che si tratta di un metro di valutazione giusto, ma non del tutto e veramente umano. Con audacia, allora, ripudia questo modo di pensare e di agire e va alla ricerca di altri metri: trova e medita il metodo di Francesco d’Assisi; lo fa suo, lo vaglia, lo pondera fino a condividerlo, non perchè più convincente, ma perché maggiormente confacente agli aneliti nascosti ma urgenti della sua anima. E’ la meta ultima che sente di doversi prefiggere: lo fa con interiore convinzione, che non comunica a nessuno, perché vuole salvaguardarla gelosamente in tutta la sua integrità. Come la mamma custodisce nel suo grembo il frutto dell’amore che l’ha fecondata, così Quintino custodisce e fa crescere nel suo animo il seme che nel silenzio s’è annidato nella sua vita: e vuole fecondarlo sino alla sua maturazione adulta. Prende tempo non per titubanza o prudenza umana, bensì per tutela e garanzia della verità; avanza con lenta oculatezza non per debolezza o dubbio, bensì perché sa che la verità cammina con le voci storiche degli uomini, che rimangono sempre e comunque strumenti, di cui vuole servirsi l’Armonia universale nel comporre la musica della storia. E gli uomini – con l’accettazione e l’approvazione della Regola francescana - consentirono al fraticello d’Assisi di dare vita a quel vasto inarrestabile movimento spirituale, che dal 1200 a oggi è andato sempre più crescendo; l’ubbidienza devota  e l’umile fiducia di Quintino nei confronti di tutti gli uomini che dovevano accettare e condividere le sue scelte, hanno reso possibile la realizzazione del suo progetto di vita, fatto nella meditazione solitaria con se stesso e con l’Amore. Al sacerdozio attraverso l’esperienza eremitica.

Ma non c’è passo che fa, senza il consenso degli uomini “delegati” da Dio. Scrive a don Luigi Falsina il 20 novembre 1950, mentre si trova all’Eremo di San Francesco a Corbara di Montegallo: “Leggendo la vita della beata Canosa, sono venuto a conoscenza di un vecchio eremo S. Giovanni in monte Colo’, nei paesi di Lovere. E siccome mi piacerebbe, fra un anno o due, quando il Padre vorrà, portarmi un pochettino lassù (ovunque si può fare un po’ di bene) verrei ad occuparlo, sempre che l’autorità ecclesiastica non fosse contraria ed il posto si potesse abitare. Sappiatemi dire qualche cosa”. Circa tre anni dopo, con la lettera del 20 marzo 1952, comunica ai familiari: “Sembra che Gesù mi voglia altrove, in un’altra vigna a lavorare, ed io che tutto orecchie ad attendere la chiamata, non posso, quando il Padrone chiama, non rispondere. Abbandoniamoci fiduciosi al divino volere che non ci mancherà il porto sicuro. Gesù prima di ogni altra cosa, che ne ha il diritto! (…) Se mi sarà concesso rilasciare l’Italia…Siamo intanto tranquilli di quella tranquillità che viene da Dio”. Era tutto pronto per la sua partenza per l’Australia. Due mesi dopo sfuma tutto. E, il 30 maggio 1952, Quintino scrive sempre ai suoi familiari: “Ora sta tutto diversamente. (…) Sappiate che tutto viene dall’Alto, perciò cercate di vincere la spontanea tristezza che vi recherà la presente. Se così è andata, vuol dire che il mio campo di apostolato è in Italia ed io naturalmente sono felicissimo”. Di fronte a qualche reazione umana di qualche suo familiare, ammonisce con la lettera del 23 giugno successivo: “La notizia fu un po’ sorprendente, ma non mi scompose. Anche a San Filippo Neri gli furono negate le Indie dicendogli che le sue Indie erano Roma. Cosa ne sappiamo noi dei disegni del Signore! L’uomo fa un programma, il Padre traccia quello da svolgersi”. Anche San Francesco aveva fatto la stessa esperienza: tornò dalla terra di missione, perché aveva capito che la sua missione era l’Italia; e dall’Italia avrebbe fatto risuonare la voce forte dei suoi insegnamenti per tutto il mondo e per lunghi secoli.

Il 10 ottobre 1949 si stabilisce all’eremo di Montegallo, e vi rimane ininterrottamente fino al 3 giugno 1954, quando, dopo un breve soggiorno di appena quindici giorni all’eremo della Madonna del Faggio sul Monte Carpegna, si stabilisce all’eremo di sant’Alberico, dove rimarrà fino alla fine dei suoi giorni.

La meta cui anelava gli era costantemente davanti allo spirito: divenire sacerdote, ministro di quel Dio che voleva far conoscere a tutti quelli che avrebbe trovato durante l’intera sua esistenza sulla sua strada; poter stringere fra le sue mani il Gesù Cristo suo, per dispensarlo ogni momento all’umanità per la quale Egli si era  fatto uomo sulla terra. Era questo il sogno che nutriva sin da giovanissimo, e che non smetteva di covare con l’intima convinzione che avrebbe potuto superare tutte le difficoltà e sarebbe giunto al traguardo. Già nel 1947, ancor prima di abbandonare la divisa di finanziere, nell’accettare con umile sottomissione le conclusioni delle autorità religiose che per il momento gli sbarravano la strada all’ascesa verso il sacerdozio, concludeva l’esternazione della sua anima alquanto amareggiata, scrivendo con sentimenti di comprensibile e commovente umanità: “Spesso accade che piantine del vivaio, trapiantate, riprendano vita, ma crescono male; mentre altre, pur già vecchie e di cui non si spera che molto vagamente della riuscita, danno ottimi risultati”. Figlio di contadini, certamente era andato spesso in campagna e aveva osservato con sguardo investigativo i diversi modi della vitalità naturale, che talora sfugge e inganna ogni umano intervento e ogni terrena previsione. Con genuino spirito francescano spera che anche per la storia della sua vita valga quell’imprevedibilità che la storia della natura riserva come nei confronti della vita delle piante: la sua vocazione adulta attecchisse con la solidità delle piante ‘vecchie’. Tutto era contrario alla sua aspirazione al sacerdozio, dall’età al grado di preparazione non solo culturale, ma anche e solamente scolastica. Ma sorella natura aveva rivelato al suo sguardo attento che piante vecchie e senza speranza sono quelle che talora danno migliore riuscita. E conclude la sua lettera all’amico don Luigi Falsina: “E’ così, caro don Luigi! Non si sa mai…”: chiude con puntini di sospensione, volendo conciliare l’ubbidienza leale con la fedeltà  totale, cioè da una parte l’ubbidienza alla storia che scrivono gli uomini con i caratteri umani e, dall’altra parte, la lealtà verso la voce intima che si ascolta interiormente nel silenzioso dialogo con l’Infinito, e che registra ogni vicenda con i caratteri dell’amore saldo e incrollabile, che affonda le radici nel mistero dei cuori.

E arriva il tempo, nel quale giunge a maturazione l’evento: i primi “anni di vita eremitica hanno preparato il passo che in questi giorni ho fatto”, scrive il 7 gennaio 1957 alla sorella dalla Villa Grazia in Firenze, dove era stato accolto nella casa fondata per la preparazione al sacerdozio delle vocazioni adulte. E nell’aprile successivo confida al suo caro don Luigi: “Sto molto bene. Lo studio mi si rende sempre più facile, più interessante, perciò più piacevole. In ottobre spero poter incominciare, col nuovo anno scolastico, la teologia”. E inizia i suoi studi teologici. Nel dicembre di quell’anno (1957) scrive ancora a don Luigi: “Il latino non mi fa gustare la dotta spiegazione dei professori. Ora però comprendo meglio che non un mese fa e col tempo penso che  questa difficoltà si appianerà. Lei non mi dimentichi a Gesù onde possa realizzare il mio unico sogno: il Sacerdozio. Grazie.”.

 4. Il francescanesimo di Don Quintino affascina, interroga, orienta

 Consideriamo ora alcuni caratteri propri della spiritualità francescana testimoniati nella vita eremita di Quintino Sicuro, condotta quale preparazione solida e ascesa sicura verso la meta indicatagli dal “mistero” della vita: il silenzio nella gioia propria della sacra intimità dell’anima; la libertà totale, vera e autentica dello spirito umano; la penitenza radicale ed impietosa dell’io individuale; l’ubbidienza serena e incondizionata alle leggi della natura e della storia degli uomini. Sono tutti comportamenti attinti dall’esempio di san Francesco, che fanno dell’eremita Quintino Sicuro un esempio che affascina ogni uomo pensoso e retto e lo induce a interrogarsi seriamente per orientare con coerenza la sua vita.

Egli, infatti, è l’eremita del silenzio interiore che, nello stesso tempo, resta inscindibilmente unito in conversazione attiva con gli altri.  Tra i suoi appunti rinvenuti su un notes-diario (presumibilmente da datare nell’anno 1953) leggiamo “Con la silenziosa, ma attivissima vita d’amore guarire il mondo dal pernicioso male moderno che è, non diciamo l’azione, ma il frastuono dell’azione non vivificata dallo Spirito di Dio”. E in altri appunti (da datare forse nell’anno 1960) troviamo pagine dense sul significato del silenzio. “Noi – annota – abbiamo bisogno del silenzio per ritrovare Dio”; e, pur ammettendo che si può indubbiamente rimanere legati a Dio anche dedicandosi intensamente all’azione e all’apostolato, avverte: “Non dobbiamo farci eccessive illusioni: si tratta dell’apostolato soprannaturale, a base di disinteresse, di distacco da se stessi, di purezza di intenzione, di vera ricerca di Dio. (…) Il silenzio è amore, è vuoto che offriamo a Dio, perché possa colmarci come Egli vuole”. (…). Noi siamo gli uomini dell’aldilà. A che cosa, dunque, serviamo, se non riveliamo a fatti e a parole le realtà che non tramontano? (…). Un Dio di cui parlare, perché lo conosciamo; conoscenza che viene dalla contemplazione (…). Il silenzio ci dà uno sguardo nuovo su tutte le cose, qualcosa dello sguardo di Dio, che penetra sin nelle profondità degli esseri”.

Quanto sono diverse le modalità del mondo del nostro eremita da quelle del mondo degli altri uomini. Nel mondo storico degli uomini ogni cosa ha un valore e ogni valore ha un prezzo, i desideri sempre nuovi e il denaro sempre più cercato e accumulato si sovrappongono, la visibilità e il potere solamente meritano tutto. Nel mondo eremitico vissuto francescanamente da don Quintino Sicuro c’è un altro mondo, un mondo invisibile e diverso, abitato da un uomo che vive con altri ritmi e per altri valori, sconosciuti, se non addirittura vilipesi e derisi dal mondo storico. Ecco allora il messaggio ancora attuale: l’eremita ricorda al mondo – quasi sempre senza parole, ma comunicando con l’urlo della testimonianza della vita – che ogni uomo e ogni donna contano per quello che sono nella loro dignità umana uguale in tutti indistintamente, per cui essi debbono approfondire ciò che è interiore e davvero umano. E’ necessario, quindi, andare oltre il mondo storico, per leggere dentro i fatti e gli eventi: e questo possono e debbono fare tutti gli esseri umani. Solo in questo modo il mondo diventa luogo abitato da uomini solitari, ma non soli; anzi, sempre in compagnia di altre persone disponibili anch’esse ad ascoltare. E l’ascolto genera vita, e porta le persone ad esprimersi e a dire tutto. L’eremita, dunque, è tutta l’umanità.

Queste dimensioni sono possibili - ci avverte don Quintino - grazie alla “conoscenza che viene dalla contemplazione”. E lui stava in un perenne stato contemplativo. Scrive a una signora nella lettera dell’1 maggio 1965: “Bisogna, dunque, pregare giorno e notte, e quando ci svegliamo sempre, anche quando pare che Dio non ci ascolti o ci respinga, bisogna sempre picchiare. Questa continua preghiera non consiste in una continua tensione dell’anima, che finirebbe con l’esaurire le forze senza venirne a capo. Questo continuo pregare consiste nello scegliere da quella preghiera fatta o da quella lettura spirituale o meditazione, una verità o una frase, conservarla nel nostro cuore e ricordarla spesso, tenendoci il più possibile alla presenza di Dio, ed esponendogli i nostri bisogni, vale a dire mettendoci davanti a Lui in silenzio.  Allora, come la terra arida par domandare la pioggia, mostrando al cielo la sua aridità, così è l’anima nell’esporre i suoi bisogni a Dio, vale a dire, mettendoci davanti a lui in silenzio”. Anche il motivo che lo determinò ad abbandonare, dopo solo pochissimi giorni, l’eremo sul Monte Carpegna fu proprio la difficoltà che aveva trovato nell’ambiente per la sua contemplazione. “Lasciai Monte Carpegna, trasferendomi a Sant’Alberico, ove conto di fermarmi – scrive a don Luigi Falsina il 26 settembre 1954 – poiché lassù i villeggianti davano alquanto fastidio. Qui (a S. Alberico) mi trovo abbastanza bene. L’eremo resta a 1.200 metri d’altezza. Come posizione non è tanto bella (…).  Appena una cinquantina di metri dall’Eremo si gode una visuale meravigliosa. E’ l’eremo che resta in un posto mica tanto bello. A me ora non dispiace”. Ciò che cerca Quintino non sono l’accoglienza e la comodità del luogo; infatti, dopo poche settimane di permanenza a S. Alberico scrive, il 18 novembre 1954, a don Luigi: “Da quattro giorni che bufera. Quattro giornate eccezionali. Mai, in cinque anni di vita eremitica, ho visto simile spettacolo (…). Ieri sembrava che migliorasse e volli andare in paese per la S. Messa (occorreva più di mezz’ora di cammino spedito): ci arrivai, ma solo il Signore lo sa come… C’è un punto, poi, chiamato ‘le scalette’ (io lo chiamerei l’inferno) che fa venire i brividi solo a pensarlo. Tirava un vento così impetuoso e freddo che mi fece chiedere aiuto al Padre”. E così, ciò che ostacola la vita contemplativa di Quintino non è la presenza delle gente, ma la dispersione e la stupidità di certi ritrovi fatti all’insegna del perditempo e della distrazione insensata; infatti, scrivendo sempre a don Luigi alcuni mesi dopo, in previsione della festività di S. Alberico, esclama con evidente soddisfazione del suo bisogno pastorale: “Quanta gente quassù! Quante comunioni nella mia cara chiesetta! V’è sempre parecchia gente il venerdì a S. Alberico, ma nell’estate coi villeggianti delle Balze e le colonie e i campeggi vicini ancor di più” (Lettera a don Luigi Falsina del 15 luglio 1955).

Contemplare significa saper osservare ogni cosa e ascoltare ogni messaggio, al fine di scoprire verità sempre nuove e vedere beni sempre maggiori; e per don Quintino il silenzio della contemplazione era il modo migliore per ascoltare gli altri, avvicinandosi loro sino a condurli alla Verità eterna: nell’ascolto dell’altro si diventa veramente persone, che non hanno paura della diversità che le circonda; ma è necessario mettere a tacere tutto ciò che è puramente umano e psichico, facendo tacere ogni elemento contingente e porgendo l’orecchio alla voce della verità, che parla con un linguaggio umanamente ineffabile, perché superiore allo stesso pensiero. Nella contemplazione solitaria e silenziosa l’uomo si lascia affascinare e possedere dalla verità, con la quale instaura una relazione amorosa quasi fosse una persona vivente. E, colui che conosce e possiede la verità, può realizzare ogni propria aspirazione solo unendosi all’altro, e non lo lascia più: nella meditazione silenziosa si attua il grande mistero  del superamento delle diversità  e della loro unificazione totale; un mistero dell’amore alla Verità che unisce, e che fa guardare tutta la realtà, penetrandovi sin nella più profonda intimità. Don Quintino ha incontrato l’Eternità, e nell’eternità ha scoperto la propria identità.

Nella società contemporanea dominata dall’immagine manca lo spazio del silenzio ed è assente ogni dimensione contemplativa, per cui è una società di uomini anonimi, banali e indifferenti l’uno all’altro. Don Quintino Sicuro, quindi, è quanto mai attuale: sulle orme del grande Maestro di Assisi, ci ricorda la necessità del silenzio, per imparare ad ascoltare; ci esorta alla solitudine interiore, per saper leggere nel cuore proprio e degli altri, ammonisce ad essere sempre disponibili a seguire la verità anche quando essa è “estranea” ai modi di pensare e di agire della maggior parte degli uomini. E, con il suo perenne sorriso che rivelava la profonda pace della sua anima, ci esorta a fare tutto ciò nel maggior gaudio dello spirito e nella gioia più vera. Come la gioia di Francesco, che cantava ed esultava come un bambino semplice e innocente, perché sapeva stupirsi di tutte le cose e di tutti gli avvenimenti. E don Quintino sapeva stupirsi degli spettacoli della natura e degli avvenimenti umani, cogliendone sempre gli aspetti belli e buoni, e riuscendo con fresca ingenuità a scorgere anche nelle sofferenze umane e nelle calamità naturali aspetti positivi e messaggi di riscatto.

Il nostro eremita non era certo insensibile al fascino dell’arte e delle sue bellezze; basti pensare all’accortezza con cui restaurò l’eremo di S. Alberico e la meticolosa cura, con la quale provvedeva sia agli elementi importanti, come le stesse strutture murarie e la loro disposizione, sia agli oggetti necessari al culto liturgico e agli accessori opportuni per il decoro e la devozione dei fedeli, come i quadri  dei santi, che egli stesso fece dipingere. Sapeva, però, che si trattava di cose transeunti e prive di vero valore. Scrivendo alla sorella, che gli aveva comunicato la sua meraviglia per le grandi opere che aveva visitato a Roma in occasione dell’anno giubilare 1950, ne condivide gli apprezzamenti, ma l’ammonisce: “Tieni presente che è tutta roba che passa, cioè che appartiene al mondo, e perciò deve interessarti relativamente: quello che invece importa veramente deve essere la salvezza dell’anima e in ogni cosa devi vedere la volontà di Dio e cercarvi, naturalmente, solo il bene spirituale” (Lettera alla sorella Antonia del 10.01.1951).

Tutta la giornata di don Quintino veniva vissuta nella gioia: indimenticabile il suo perenne sorriso  sul volto disteso e tranquillo, specchio della sua anima serena e profonda. Questa serena padronanza di sé e della storia che lo circondava anche con i suoi imprevisti, però,era il frutto della speranza quotidianamente conquistata e che egli nutriva di libertà, di penitenza e di ubbidienza.

Quintino, sull’esempio di san Francesco, non usa quasi mai la parola libertà, ma tutta la sua vita fu, in realtà, una straordinaria espressione di libertà evangelica. Tutti i suoi atteggiamenti e le sue iniziative si fondano e si realizzano nell’interiore libertà e spontaneità dell'uomo, che ha fatto dell’amore la norma suprema della sua vita. La sua è una libertà radicale e profonda: egli si sente libero e vive quasi da sovrano nel mondo: grazie alla scelta di povertà estrema, Quintino si affrancò da ogni cupidigia terrena e da ogni ansietà, divenendo uno di quegli uomini che possiedono tutto proprio perché non posseggono nulla. “Il Padre mi tratta coi guanti bianchi – scrive ai familiari l’1 dicembre 1951 -. E’ proprio vero che chi per amore di Gesù e del Suo Vangelo abbandona casa, genitori, fratelli e sorelle, avrà il centuplo di quello abbandonato su questa terra e il Paradiso di là. Come è bello sapersi tutto di Gesù!”.

Fu libero da ogni attaccamento alle cose, di cui sapeva servirsi secondo vera necessità, e fu libero da ogni legame anche di sangue e comunque affettivo, che riuscì a rispettare sempre, senza farsene mai né determinare né dominare. Il suo abito eremitico, estremamente essenziale, sempre indossato con pudore, e  tutta la sua vita quotidiana sempre condotta nel rispetto di sé e degli altri, documentano la sua indipendenza tanto da tutte le cose, quanto dal giudizio di tutti gli uomini, compresi i benpensanti e i saggiamente prudenti. E se, nell’abbandonare la divisa di finanziere per indossare il saio del poverello d’Assisi, scrisse: “Come sto bene adesso spiritualmente. Mi sembra di essere in Paradiso”, quando depose anche il saio per abbracciare la vita eremitica, si vestì dei panni della Provvidenza, liberandosi ancor radicalmente da ogni legame umano; infatti, dirà ai propri familiari: “Deponiamo tutto, miei cari, nelle mani del Signore e ricordiamoci in Esso e vedremo che tutto andrà per il meglio. I figli non sono fatti per i genitori, ma per la missione a cui la Provvidenza li destina”; e, ormai abbandonatosi nell’amplesso dell’Amore totale, ma sentendosi ancora anche figlio della carne di uomini, si rivolse alla mamma, dicendole: “Benedicimi, o mamma, e perdonami se involontariamente ho ferito il tuo cuore, pregherò tanto per te”. Nel dicembre 1952 si recò a piedi nella sua Melissano, per stare a fianco della madre seriamente ammalata; ma, scaduto il tempo che si era concesso per gli “obblighi” filiali, ritornò nel suo eremo, dove vivrà la morte della cara mamma, avvenuta il 3 aprile 1953, come ogni altro evento veramente importante della sua vita, cioè, in intima silenziosa solitudine, dialogando con lo spirito della defunta. Apparentemente si premurava solo di sostenere la sorella, il fratello e gli altri parenti, ai quali scriveva venti giorni dopo: “E’ stata veramente dolorosa la perdita! Pazienza! (…). Coraggio, miei cari, l’Anima Benedetta ci sarà più efficace dl cielo”; in realtà, però, nel segreto del suo anima, certamente sentiva ancora pulsare il proprio cuore di figlio, e probabilmente gli tornavano in mente le parole da lui stesso scritte negli anni precedenti, quando nel dicembre 1951, chiedendo alla sorella notizie della mamma, sommessamente confidava: “Me la immagino sempre più giovane, con ottima salute e interamente abbandonata al volere del Padre Celeste. Coraggio mamma, non ti manca il mio ricordo costante”. Così sicuramente tornava a meditare fiduciosamente su quanto le aveva scritto pochi giorni prima della morte: “Ti raccomando, mia carissima! Sii sempre paziente nel sopportare la croce che Gesù ha messo sulle tue spalle e vedrai che non ti mancherà la forza di portarla”. Leniva il suo animo sofferente la certezza della felicità ormai eterna della mamma; una “anima privilegiata” gli aveva assicurato che ella “non ha fatto neanche un’ora di Purgatorio. La sua grande offerta Le ha portato l’immenso godimento eterno”. La sua libertà dalla mamma, che aveva collaborato a far nascere lui al mondo, per poi destinarlo e donarlo all’Amore, aveva ottenuto l’unica vera eterna libertà, cioè di essere e rimanere unita, nell’infinitudine  eterna, all’Amore vero e imperituro.

La libertà di don Quintino – come quella di san Francesco - non si oppose mai all’accettazione degli eventi che vita terrena nelle sue varie vicissitudini gli presentava. Proprio grazie alla sua libertà assoluta sapeva discernere con prudenza evangelica le pur legittime esigenze degli uomini dalla suprema volontà dell’Amore infinito, che diveniva sempre più chiaro e operante nel suo animo. Questa accettazione amorosa da parte sua non era mai un passivo subire la storia né uno sterile sottomettersi al fluire delle vicende personali e sociali. Infatti, egli interpretava e si serviva di ogni avvenimento, per guidarlo verso la realizzazione del suo progetto esistenziale. Infatti, la sua costante e perseverante ubbidienza alla storia e agli uomini che la scrivevano, compresi i familiari, i superiori ecclesiastici e la stessa Chiesa, scaturiva proprio dalla sua libertà totale. In don Quintino – come in san Francesco – brilla ancora oggi per noi di singolare luce l'ideale originario dell'uomo: quello di essere libero e sovrano nell'universo, nell'obbedienza alla natura e alla storia che l’umanità e la Provvidenza tessono e concretizzano. Francescanamente don Quintino vedeva in ogni accadimento e in ogni creatura l’aspetto positivo, cioè il bene; anche nel dolore fisico, nella sofferenza morale e nella stessa morte. Informato di una “disgrazia” accaduta a familiari, li pregava “a non allarmarsi dell’accaduto, poiché non è altro che un atto d’amore del Padre (…).Il Padre ci ama di gran cuore, perciò non si dica male quel che ha mandato, ma bene, perché tale è realmente per lo spirito: pieghiamoci con santa rassegnazione alla volontà di Dio” (Lettera ai familiari del 5 dicembre 1951). Sono convinzioni, che richiamano l’esclamazione di san Francesco: "Tanto è il bene ch'io aspetto che ogni pena m'è diletto".

Uomo di perfetta letizia e di somma libertà, don Quintino imita san Francesco nel sentimento della pace e della fraternità universale. La radice ultima della pace di questi grandi testimoni è la loro totale donazione all’Amore senza riserve. “Il Signore ti dia la pace” fu il saluto che san Francesco rivolse a tutti gli uomini. Egli fu davvero, secondo la parola evangelica, “un operatore di pace”; e don Quintino impegnò il suo apostolato anche a spegnere inimicizie e a gettare le fondamenta di nuovi rapporti di pace. La pace, secondo la spiritualità francescana, passa attraverso il perdono, in quanto non considera alcun uomo un nemico, ma in tutti si vede dei fratelli. Questo portò anche don Quintino a superare tutte le barriere del suo tempo e ad annunciare l'amore di Cristo a tutti senza esclusione, anzi sperando di portarsi sino alla lontana Australia. Potremmo intravedere quasi un albore di quello spirito di dialogo e di ecumenismo tra uomini di diversa cultura, razza e religione, che appare come una delle piú belle conquiste dei nostri tempi. Anzi, possiamo dire che san Francesco e don Quintino, vivendo a contatto e dentro la natura più incontaminata, estesero questo sentimento di fraternità universale a tutte le creature anche inanimate: al sole, alla luna, all'acqua, al vento, alla neve, al fuoco, alla terra, che chiamarono rispettivamente fratelli e sorelle e che circondarono sempre di delicato rispetto e tenerezza. “Abbracciò - è scritto di san Francesco, ma è riferibile alla vita di don Quintino - tutti gli esseri creati con un amore devoto quale non si è mai udito, parlando loro del Signore ed esortandoli alla sua lode”. L'atteggiamento di questi due uomini santi costituisce, però, nello stesso tempo, la migliore testimonianza che non si salvaguardano le creature e gli elementi della terra da un’ingiusta e dannosa manomissione, se non considerandoli nella luce sacra della loro creazione e della loro redenzione, come creature, cioè, affidate alla responsabilità, non al capriccio, dell'uomo e che, insieme con lui, attendono di essere, esse pure, “liberate dalla schiavitù della corruzione”.

Occorre, ora, risalire alla radice e scoprire per quale via tutti questi meravigliosi frutti fiorirono nella vita di questi campioni di santità. La pace, la gioia, la libertà e l’amore non si trovarono, infatti, riuniti nell’animo di questi due apostoli dell’Amore per un fortunato caso o per un dono di natura, ma grazie a una decisione e a un processo drammatico che essi racchiudono nell’espressione “fare penitenza”. Cosa, poi, intendessero per penitenza, ce lo dicono allo stesso modo, nonostante gli otto secoli che li separa. San Francesco all’inizio del suo Testamento descrisse così: "Il Signore concesse a me, frate Francesco, d'incominciare a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo". E, quasi di rimando, don Quintino si espresse così: “Purtroppo non sono ancora quello che dovrei essere. Lo sento e me ne dolgo. Dio mio, perdono! Tu, o Signore, che hai avuto sì gran misericordia, quando al servizio di satana facevo gran male tra i tuoi eletti, avrai ancora compassione e misericordia, ora che vivo in te e per te, ma che non ho ancora raggiunto quel grado di santità che desidero e che tu vuoi” (Appunti da datare forse nel 1954). In un momento decisivo della loro nuova vita, essi ascoltarono chiara e perentoria una parola di Cristo: quella che segnò tutto il resto dei loro giorni: "Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso". Il primo fondamentale  segno dell’amore vero e totale è la disposizione perenne ed eterna di rinunciare a se stessi per la persona amata. Ogni riserva e ogni residuo di egoismo costituisce l’elemento corrosivo che,  lentamente ma inesorabilmente, riesce a sgretolare ogni relazione d’amore. E il rinnegamento di sé fu la via attraverso cui Francesco e Quintino trovarono la loro “vita completa”. Essi giunsero alla gioia dell’amore totale attraverso la sofferenza quotidiana propria dell’umana esistenza storica, conquistarono la libertà profonda attraverso l’obbedienza talora anche dolorosa e il rinnegamento incondizionato di se stessi, si elevarono fino all'amore per tutto il mondo e di tutte le creature “odiando se stessi”, cioè, seguendo il comando del loro comune Maestro, vincendo il proprio egoismo. Nella spiritualità francescana, secondo la spiegazione che lo stesso san Francesco diede a frate Leone, la vera e perfetta letizia consiste nell’abbracciare, per amore di Cristo, ogni sorta di pena e di tribolazione. Tutti gli uomini, anche oggi, sono attirati da Francesco d'Assisi, perché egli ha accettato di essere “elevato da terra”, cioè crocifisso, sicché  non fosse piú lui a vivere, ma Cristo in lui, secondo la parola dell'apostolo Paolo. Don Quintino Sicuro aveva annotato in appunto del 1958: “La tua vita è triste, perché ne hai fatto un deserto. Tu devi popolare questo deserto, devi far entrare gli altri. Nella tua vita devi far entrare gli altri”: quando lo spazio e il tempo che dovrebbero occupare gli altri, lo riserviamo a noi stessi, il nostro animo si rimpicciolisce e la nostra vita si desertifica. L’amore vive e si alimenta di questo strano paradosso evangelico: chi ama se stesso si perde, chi perde se stesso si conquista; l’uomo autentico, in tutti i suoi limiti,  è destinato a dimensioni  smisurate e, nonostante la piccolezza della sua natura, tende all’infinito; e le dimensioni smisurate e infinite sono raggiungibili solo mediante il rinnegamento dell’io singolo ed egoistico. E il senso concreto e profondo del fare penitenza è questo: sciogliere se stessi negli altri fino a giungere all’infinito eterno; questo è il significato della citazione (estratta dal Salmo 62.2), che don Quintino fece scrivere sulle immagini stampate in occasione della ordinazione sacerdotale: “O Dio, il mio Dio Tu sei. . . Ha sete di Te la mia anima”.

A un mondo come il nostro, proteso con tutte le sue forze al superamento della sofferenza, ma che non vi riesce e anzi sembra precipitare in un’angoscia tanto più profonda quanto più si sforza di eliminare quelle che ritiene le cause principali della sofferenza stessa, Francesco d'Assisi e Quintino Sicuro, senza molte parole, ma con la straordinaria credibilità della loro vita, ricordano la via cristiana a questo traguardo, che consiste nel vincere, attraverso la partecipazione alla Croce di Cristo, la causa ultima della sofferenza e dell'ingiustizia che è il peccato e soprattutto il peccato dell'egoismo. Crocifiggendo in sé il proprio "io" vecchio, gli uomini superano il punto morto dell’individualismo che tende ad asservire ogni cosa al proprio interesse, rompono, cioè, il cerchio della morte ed entrano in un nuovo cerchio che ha per centro la Verità e per confini tutti i fratelli e ogni creatura. Don Quintino, recandosi a piedi a Firenze per essere accolto a Villa Grazia presso l’Opera Pia fondata dalla dottoressa Capelli, sperimentò forme estreme di umiliazione e di sofferenza, e così si confida con il suo Amore: “Amore mio, grazie per sì grande sofferenza, umiliazione e rifiuto. Mi sembra di vedere la tua SS. Madre col buon Giuseppe, nella mia persona, quando erano a Betlemme, in cerca di alloggio ove passare la notte, quella notte radiosa in cui nascesti tu. Anche io sono stato respinto e deriso, e anch’io ho dovuto rifugiarmi in un posticino alla meglio, ove passare la notte insonne. Caro Gesù, cosa mi regali in questa notte? Io non desidero altro che te! Perciò nasci nel mio cuore, come nascesti a Betlemme. Perdona, Gesù, quei figli che sentono così poco la carità!” (Appunto datato 17 novembre 1955).

Sollecitato e quasi costretto dal suo vescovo a scrivere un resoconto sul suo viaggio, fatto a piedi, a Lourdes per adempiere al voto fatto alla Vergine, don Quintino confessa: “Preferirei tacere, per quel senso di geloso riserbo che ciascuno prova in quel che riguarda i suoi rapporti personali con Dio”; ma lo fa per penitenza, cioè, rinunciando anche a qualche segreto angolo di intimità, che pure non potrebbe e forse non dovrebbe essere condiviso da alcun altro essere. E all’interno di queste confidenze amorose, ci regala un’esperienza che rivela tutta la sua santità, fatta di sacrificio e di amore, di umiltà e di fede, di sofferenza e di speranza. Ci confida sommessamente, ma con accorata umanità, alcune esperienze che rivelano la grandezza del suo animo, fatta di semplicità amorevole e di arduo eroismo, di umiltà serena e eccelsa grandezza, di coraggiosa umanità e immensa fede. Muniti, lui e il buon Vincenzo, soltanto degli indumenti essenziali, fiduciosi per la soddisfazione di ogni altro bisogno solo nella Provvidenza, che avrebbe certamente mosso gli animi di chi avessero incontrato per strada, affrontano e superano tante difficoltà e peripezie, sulle quali non si sofferma oltre misura, né si dilunga oltre lo stretto necessario. Eppure c’è un momento che don Quintino pare voglia curare in modo accurato, quando scrive: “Quante volte, sereni e felici, abbiamo consumato il pasto, a noi generosamente provveduto, in angoli remoti o sulla riva del mare, dove più del fisico, si ritemprava lo spirito, al contatto evidente della Provvidenza e nella contemplazione, sempre provvidenziale, di una natura che si presentava talvolta, specie al cospetto del mare, di una bellezza estasiante”. Ci pare di vedere san Francesco che, scioltosi nell’amplesso con l’Amore infinito, abbraccia in sé tutto il creato: è un abbraccio che umanizza e santifica ogni creatura, la quale diventa espressione genuina della carità effusiva, che penetra nell’universo e lo rende vivibile, perché amato umanamente e secondo la totalità della natura voluta e pretesa dall’Amore.

Non si possono terminare queste riflessioni su don Quintino Sicuro nel quarantesimo anniversario della sua morte senza sottolineare anche il suo speciale attaccamento alla Chiesa, come, del resto, aveva fatto il suo modello san Francesco. Le circostanze attuali della vita della Chiesa invitano, però, a considerare piú da vicino come si concretizzò, nella pratica, questa partecipazione attiva di questi uomini alle vicende della Chiesa proprie del tempo di ciascuno. Francesco visse in un'epoca caratterizzata da un grande sforzo di rinnovamento liturgico e morale della Chiesa che ebbe il suo punto culminante nel concilio ecumenico Lateranense IV del 1215. Non pochi ritengono che il poverello fosse presente personalmente alle assise di tale concilio; è certo, in ogni caso, che egli mostrò, in seguito, di essere perfettamente al corrente degli ideali e delle decisioni conciliari e di voler mettere la sua persona e la sua opera al servizio del progetto di rinnovamento elaborato dal concilio. Anche Don Quintino seguì certamente e visse le problematiche discusse al concilio ecumenico Vaticano II. "Tutta l'opera di rinnovamento della Chiesa che il Concilio Vaticano II ha così provvidenzialmente proposto e iniziato – leggiamo nei documenti conciliari - (...) non può realizzarsi se non nello Spirito santo, cioè con l’aiuto della sua luce e della sua potenza". Una tale azione decisiva dello Spirito santo non si realizza, però, normalmente se non attraverso degli uomini che si sono lasciati interamente conquistare dallo Spirito di Cristo e possono perciò trasfonderlo, nei modi piú diversi, sui fratelli. Anche oggi, quindi,come al tempo di Francesco e di Quintino, occorrono degli uomini resi nuovi dalla partecipazione alle sofferenze di Cristo, dei quali lo Spirito possa disporre liberamente per l’edificazione del regno. Senza di ciò, tutte le migliori direttive e indicazioni del concilio rischiano di rimanere lettera morta o, comunque, di non portare tutti i frutti desiderati per la Chiesa.

 
Partecipanti al convegno