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 Come una fiamma...fuoco ardente che brucia
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COMMENTO E TESTIMONIANZE CONTENUTE NELLA VIDEOCASSETTA 
“Come una fiamma.....fuoco ardente che brucia”
Biografia di don Quintino Sicuro
di Stefano Campanella

 Presentazione di Mons. Vittorio Fusco, Vescovo di Nardò - Gallipoli.

 “Il filmato che state per vedere, vi darà la possibilità di conoscere una grande figura ancora poco conosciuta, ma che racchiude un messaggio veramente attuale e fortissimo per il nostro tempo: la figura di don Quintino SICURO, brigadiere della Guardia di Finanza, poi eremita e sacerdote, morto nel 1968 e prossimo alla beatificazione, alla gloria degli altari.

Attraverso le varie tappe della sua vita, che il filmato vi farà ripercorrere, voi vedrete come don Quintino a poco a poco ha scoperto quella che era la sua vocazione: di congiungere la vita eremitica con la missione sacerdotale.

Questo abbinamento non è molto frequente nella storia della chiesa. Gli eremiti, di solito, erano dei semplici laici, come da parte loro i sacerdoti non possono essere eremiti perché devono servire il popolo, devono stare in mezzo al popolo.

Però don Quintino ha sentito ed ha realizzato questo abbinamento e credo che questo lo renda particolarmente significativo per noi, soprattutto per noi sacerdoti, non perché tutti possiamo recarci nell’eremo, abbandonare le nostre parrocchie, ma per dirci che la cosa più essenziale è l’interiorità, è la preghiera, è la passione veramente per Dio e per i fratelli, perché questo fuoco ardente che brucia, che attira anche i lontani ed anche se non è il sacerdote a spostarsi, a muoversi e vivendo nell’eremo sono i fratelli che vanno a lui e trovano in lui l’incontro con Dio”.

“Povero non è chi non ha nulla,
ma chi desidera molto.
Ricco non è chi possiede molto,
ma chi non ha bisogno di nulla”.
Quintino

 COMMENTO

Basta una piccola fiamma per appiccare un incendio.

29 maggio 1920. Dio benedice con una nuova vita la famiglia Sicuro che viveva nella piccola Melissano, diocesi di Nardò, provincia di Lecce.

E’ l’ultimo di cinque figli di Cosimo e Maria Potenza. Per questo viene battezzato con il nome di Quintino.

C’è un fuoco nell’animo di quel bambino, che presto si sarebbe manifestato con una vocazione

A 12 anni chiede di entrare nel collegio dei frati minori di S. Simone, ma non riesce a superare gli esami di ammissione. Ripiega sulla scuola. Si scrive all’Istituto Industriale di Gallipoli ed il suo temperamento ardente impara ad esprimersi con il linguaggio di questo.

Sig. Serafino CHETTA -  amico d’infanzia

“A Gallipoli, di fronte al cimitero, allora, piantavano i piselli e noi con le biciclette andavamo da Melissano a Gallipoli alla scuola. Lui, appena si arrivava vicino al cimitero, faceva finta di cadere con la bicicletta, entrava in una campagna e si riempiva le tasche di piselli e li portava ai gallipolini: dieci piselli, venti piselli, una sigaretta popolare, perché fumava. Poi la sigaretta la prendevamo e la fumavamo insieme. Aveva queste uscite, però era un bravissimo ragazzo, un amicone, insomma”.

All’inizio di una lotta fra passioni contrapposte e vedendo incerta perfino la meta della sua vita. A 19 anni prima di conseguire il diploma lascia gli studi e si arruola nella Guardia di Finanza; ma la fiamma più che sul cappello gli arde dentro.

Conosce un prete don Luigi Falsina, che diventa il timoniere della sua rotta spirituale.

La guerra lo scaraventa sul fronte greco albanese, un’esperienza che lo segna profondamente

Viene assegnato al plotone Arditi, uomini pronti a tutto, con il compito di penetrare nelle file nemiche, sgozzare le sentinelle e aprire un varco agli altri compagni d’arme.

L’ orrendo incubo sta per stringersi intorno a lui quando nel buio compare un raggio di luce, primo segno della futura folgorazione.

Sig. Duilio  FARNETI - compagno d’arme

“Quintino, non so mai per quale ragione, fu rinchiuso con altri tre in un capanno e pronti per essere uccisi l’indomani. Ma una donna vestita di nero, pallida in volto, prima dell’alba, tolse il chiavistello da fuori e ci raccomandò di scappare.

Quintino ravvisò in quella donna vestita di nero la Madonna”.

Alla fine della guerra quel messaggio diventa più chiaro. Già sottobrigadiere in un cinema di Trento viene sconvolto dalla visione del film sulla Madonna di Lourdes.

Il giorno seguente decide: Mi darò tutto al mio Signore: però chiede aiuto alla Madre Celeste dicendo: tento ma con Te.

Nel giro di pochi mesi a 27 anni, nonostante lo scetticismo di Don Falsina, Quintino abbandona una carriera promettente, sicura, ben retribuita, nella Guardia di Finanza. Si congeda dalla fidanzata per iniziare un cammino sulle orme di Cristo.

Invano i parenti tentano di dissuaderlo, poi si arrendono e lo aiutano ad entrare in convento.

Dopo 2 anni di noviziato tra i frati minori concluso a Treia  in provincia di Macerata, si accorge che neanche il saio dà pace al suo spirito. Lo depone ai piedi dello stesso crocifisso davanti a cui si era prostrato per la vestizione due mesi prima.

Comincia una vita più austera, fatta di penitenza, preghiera, abbandono totale alla provvidenza in un eremo situato nei boschi della vicina Montegallo: una decisione all’inizio non compresa ma che poi si sarebbe rivelata limpida come l’acqua dei monti Sibillini la quale si riflette a quel giovane eremita, trae forza dall’alto per portare ristoro a quanti si scoprono assetati

Padre Giuseppe CONCETTI o.f.m.

“Io ero studente di liceo e insieme con altri compagni avevamo anche dei dubbi sulla sua scelta, perché, onestamente dico, che io ho pensato che fosse quasi una scusa per poi prendere il secolo, ho pensato.

Ma quando l’anno dopo venne a trovarci a S. Liberato, vicino a Sarnano, un conventino di montagna, dove stavamo per un mese di vacanza, l’ho scrutato a fondo,  dai capelli ai piedi e negli occhi, ed ho visto l’occhio trasparente, angelico, un sorriso pulito.

Lì ho capito io stesso che è stata una scelta sincera fatta proprio per amor di Dio”.

Quintino ristruttura con le sue mani il romitorio e l’antica chiesetta dedicata a S Francesco entrambi ormai diroccati. Lavora alacremente per realizzare una Via Crucis lungo il sentiero che porta a valle, riuscendo con supplichevole insistenza a non farsi negare l’aiuto di cui ha bisogno. Sceglie di vivere delle offerte spontanee della gente del posto e di camminare scalzo, sempre, d’estate ed anche d’inverno, con la neve e sul ghiaccio.

Sig. Sebastiano BUCCI da Corbara di Montegallo

“Andavamo ad Ascoli  e aspettavamo il postale, perché prima non c’era mica la strada. Si aspettava il postale lì dove c’era mia…(moglie) lì.

Lui stava scalzo, c’era la neve, c’era il ghiaccio. Io allora portavo un sacco per portare la roba e lo posai per terra e dissi: Don Quintino….Quintino, allora non era prete, Quintino metti qui insieme a me i piedi, ma lui niente da fare…..Aveva i piedi screpati (screpolati), faceva freddo eh!.

Prima non voleva mettere i piedi ma poi io insistevo e mise i piedi sul sacco. Non si poteva stare per il freddo e dopo io volevo coprirli con i lati del sacco. E lui: no, no, non me li coprire altrimenti dopo non posso camminare più a piedi”.

Sig.ra Ada ANTONINI ROSSI da Montegallo

“Era un freddo … un gelo … sembrava … tanto era freddo! Spezzava questo gelo! Allora io gli ho detto: - don Quintino, al Signore dispiace che tu soffri così! – No, no - mi ha detto – io non sento freddo, sto tanto bene!-. Andava e veniva sempre scalzo e io gli ho detto: - ma perché devi soffrire così, il Signore non vuole! – No, io non sento freddo; io sto bene così, dammi una bacinella d’acqua. Io volevo scaldarla, ma lui: - no, no, se è calda è peggio. Quando gli ho dato la bacinella d’acqua, come mette i piedi dentro quest’acqua, quest’acqua è diventata tutta sangue. Allora io dico: Dio mio! Don Quintino, ma guarda, tutti i piedi rovinati, tutti spaccati. E lui:  sono i geloni, perché fa freddo, quando viene il caldo così passano”.

Scende spesso dalla montagna al paese, dove, dopo un primo periodo di diffidenza hanno imparato a voler bene a quello strano tipo malvestito, ma pulito e dignitoso che dispensa sorrisi, parole di speranza, testimonianza di fede, che si offre di assistere i moribondi al loro capezzale, senza chiedere mai nulla.

Sig.ra Ines  ROSSI da Montegallo

“Papà lo vedeva così scalzo, tutti i piedi feriti e allora: adesso ti faccio un paio di scarpe, però te le devi mettere!. Allora dice: - Sì, sì, me le metto. Allora papà fece queste scarpe e gliele ha date. Lui, tutto contento, dice: - va bene-.  E’ rivenuto e andava scalzo lo stesso e allora dice papà: - che ne hai fatto delle scarpe? E lui: - Guarda, Remo, c’è un ragazzo che deve partire per l’Australia e allora, dice, aveva bisogno di queste scarpe e gliel’ho date, però fà conto  che l’ho messe io”.

Sono molti, ancora oggi a ricordare la sua grande generosità

Sig.ra Maria  Teresa ELEUTERI da Montegallo

“Io vivevo in una famiglia molto povera. Ho conosciuto don Quintino che mi ha dato una mano. Io a un certo punto, a dieci anni, stavo molto male e Quintino mi ha procurato dei soldi per andare a Fermo per curarmi; ci ha aiutati anche finanziariamente per andare avanti giorno per giorno. Lui, quello che raccoglieva lo portava a mamma, non avendo il papà”.

Non importa che il mondo mi dice pazzo; basta che piaccia all’Amore scrive ai genitori chiedendo loro: non pensatemi un semplice mendicante ma un apostolo sulle orme del maestro. Non abusa della generosità di chi gli offre da mangiare confidando nella provvidenza; prende solo l’indispensabile per la necessità del momento. E continua a confidare anche quando la provvidenza, per provare la sua fede, lo lascia per lunghi periodi a stomaco vuoto tanto da costringerlo a reprimere la fame masticando l’erba.

Non possa giorno senza partecipare alla santa Messa e non c’è messa in cui dopo la comunione Quintino non si lasci rapire da un profondo raccoglimento. Resta immobile con gli occhi chiusi anche oltre la fine della celebrazione. Nel suo animo culla ancora il sogno dell’infanzia: farsi prete.

Riesce a spiegare la sua vocazione di sacerdote eremita al Papa Pio XXII, dopo aver raggiunto a piedi Roma sotto il peso di una croce.

Torna confortato dalle parole del Santo Padre e felice per aver potuto assistere da piazza S. Pietro alla proclamazione del dogma dell’assunzione di Maria al Cielo.

La permanenza all’eremo di Montegallo dura 4 anni, fino a quando Don Luigi Giafardoni non decide di trasferirsi nella costruzione, troppo piccola per due persone.

A trentaquattro anni Quintino china il capo, lascia quello che ormai era diventato il suo mondo e parte alla ricerca di un altro eremo.

Lo trova in provincia di Forlì nel territorio di Balze. E’ l’eremo di S. Alberico. Lo accompagna sul posto il parroco di Capanne, che lo aveva accolto subito in casa sua.

Don Berardo CASINI – Parroco di Capanne –

 “Non è che rimase molto entusiasta del luogo, dell’ambiente, perché come posizione è sprofondato in una gola di monti, a differenza dell’eremo di San Francesco che spaziava e aveva davanti a sé un grande orizzonte. Io dissi a lui che c’era affluenza di gente, durante le feste tradizionali, ma poi anche il venerdì perché si era soliti celebrare la messa e c’erano diversi pellegrini.

Venne su, prese a fare le pulizie, ce n’era tanto bisogno, e poi rimase”.

Ottiene dal vescovo di Sarsina Mons. Carlo Bandini, il permesso di diventare il custode di quel luogo. L’incontro è l’inizio di un reciproco rapporto di stima e ammirazione; poi avrebbe trasformato il vescovo nel primo biografo di don Quintino.

Ben presto tutti imparano a conoscerlo, ad apprezzarlo e a volergli bene.

Dopo un anno Quintino bussa nuovamente alla porta del vescovo. Gli chiede un aiuto per realizzare il grande sogno della sua vita: diventare sacerdote. Un’impresa difficile per la sua età e per la sua scarsa cultura. Mons. Bandini lo invia a Firenze  dove c’è un centro per le educazioni tardive. Quintino ci va a piedi, sempre scalzo e con una croce sulle spalle. La penitenza ottiene il miracolo con l’unico sacrificio di dover abbandonare la divisa da eremita. Da Firenze passa a Roma, poi a Bologna.

I grandi sforzi vengono premiati il 3 dicembre 1961, quando nella chiesa di Balze Mons. Bandini impone le mani sul suo capo per ordinarlo prete.

Ritornato a San Alberico prima di iniziare la sua attività pastorale, per sciogliere un voto alla Madonna si reca in pellegrinaggio a Lourdes a piedi sfidando pioggia e neve del duro inverno.

Lo accompagna un giovane suo conterraneo Vincenzo di Racale che da pochi mesi si era unito a lui nella vita eremitica.

Al rientro Don Quintino dedica tutte le sue energie all’eremo. Ne vuole fare un centro di preghiere e di meditazione, ma occorre innanzitutto ristrutturarlo ed ampliarlo. Si rimbocca le maniche della talare e se ne occupa lui stesso con l’aiuto di alcuni muratori. Provvede alle spese con le offerte indirizzate dalla provvidenza

Al termine dei lavori S. Alberico dispone di ben 14 stanze con acqua corrente decorosamente arredate, finalizzate ai ritiri spirituali.

Inoltre chiede ed ottiene di poter dotare la chiesetta di una tibia del santo anacoreta tuttora esposta alla venerazione dei fedeli.

La già nota ospitalità di quell’eremita, che non esita a dividere il poco che ha con chiunque vada a trovarlo e il luogo più accessibile e più accogliente fanno aumentare il numero dei pellegrini, molti per questo, diventano testimoni di quanto riesce ad ottenere  la fede di don Quintino.

Sig.ra Pasquina BARTOLUCCI da Rimini

“Una domenica ci siamo recati a Sant’Alberico, c’era anche don Quintino. Di solito, come sempre, si portava su il brodo già fatto, tortellini e quella domenica è stato proprio così. Ad un certo punto, arrivati su c’era gente e allora io ho detto: - Qui abbiamo fatto … un lavoro fatto male perché ne avevamo portato su un po’ pochi; avevamo portato su i tortellini per noi, per Vincenzo e per don Quintino: circa per quattro di noi e loro, circa per cinque sei persone. E poi, ad un certo punto, arrivava della gente e ho detto a don Quintino: - adesso bisogna cambiare menù, come si fa?. Non basta per tutti! – E allora lui ha detto. – Non ti preoccupare che dopo ci pensiamo – e comincia a fare questo preparativo: erano già cotti e comincia a mescolare. Le persone erano quattordici o quindici, adesso non ricordo più bene. Lui faceva le porzioni ed è stato abbastanza per tutti quanti e tutti abbiamo mangiato i tortellini, brodo con i tortellini, porzioni normali.

Io e mio marito abbiamo detto: - Mah! Da dove li ha presi, non lo so!”.

Prodigi ancora più grandi sono quelli che fanno rifiorire le coscienze.

Sig. Egisto PAGLIARANI da Rimini

 “Io non ero proprio un cattolico, si, ero cattolico della domenica, oppure di Pasqua e Natale insomma; da lì mi cambiò radicalmente, me, la mia famiglia e tutti quanti”.

 

Nonostante la talare e le scarpe don Quintino continua a vivere da eremita. L’anelito e la penitenza lo porta ad usare una pietra come cuscino  e per il suo sostentamento si affida sempre ai beni della provvidenza che non manca mai. Per pregare si alza alle quattro del mattino e spesso si trattiene davanti al tabernacolo fino a notte fonda. Continua a mantenere un atteggiamento di umiltà che lo rende schivo davanti all’unica cinepresa che ne cattura l’immagine in movimento

Dottor Massimo SCARANI da Sarsina

“Don Quintino mi consegnò la sua casola della prima messa, fatta diciamo di un tessuto di seta rossa decorata con oro zecchino che purtroppo i topi gli avevano rovinato.

Me la consegnò, perché io abitavo a Bologna vicino al convento delle Carmelitane Scalze e le Carmelitane Scalze erano molto amiche di Don Quintino e gliela rimediarono; riuscirono a rammendare tutto e riportargliela come era prima. Io ricordo, ero felice quel giorno e quando io e Marco nel 67 venni con la mia 500 vicino all’eremo per riconsegnare questa bellissima casola che le Carmelitane gli avevano rimediato, gli avevano rimesso a posto.

Ecco di questo episodio esiste anche un filmato fatto dal mio amico con una super otto, mentre portiamo questo pacco  a Don Quintino e lui si schermì, non voleva farsi riprendere. Era molto schivo, era molto riservato. Tutte le volte che io ho cercato di fotografarlo, di firmarlo di registrarlo, non aveva piacere, non voleva. Questo era un po’ il suo carattere. Non amava parlare proprio molto di sé, però era molto sorridente, gli occhi erano sempre meravigliosamente luminosi; ci accoglieva come veramente un padre, era il migliore amico che io abbia potuto avere”.

Ad ottobre del  1968, quasi mosso da un presagio, don Quintino torna a Melissano per salutare i familiari. Fa tappa a Montegallo per rivedere gli amici di un tempo, passa anche da Faenza per ritrovare il suo amico Vescovo che ha appena  rinunciato alla cura della Diocesi per limiti di età.

Nella notte di Natale di quell’anno confessò a lungo nella chiesa delle Balze, poi dopo aver celebrato Messa, resta ancora in chiesa al buio, in ginocchio davanti al tabernacolo fino all’una.

Si alza solo per insistenza dell’arciprete che lo invita a recarsi a riposare

Prima di ritirarsi però, vuole confessarsi.

Don Gino PELLIZZER – parroco di Balze di Verghereto –

“Al termine della confessione mi disse.” Don Gino sento che la mia missione in questo mondo è finita.” Al che io restai quasi stupito, nel senso che non mi aspettavo una cosa del genere e dico:” ma cosa intendi dire” “ E’ che io non ho più nulla da realizzare su questa terra. Mi sento che quello che dovevo fare l’ho fatto. Io l’ho incoraggiato e lui a insistere che  proprio si sente che tutto era esaurito in lui”.

Per il pranzo di Natale accetta l’ospitalità del parroco

“Ha pranzato con me, ha parlato con me, durante il pranzo è sempre nella gioia festosa con i commensali.

Ha parlato del più e del meno.. Era una bellissima giornata il giorno di Natale 1968. Un cielo tersissimo. “Domani devo andare a inaugurare le piste di scii, la sciovia”.  Io dico:”Non c’è la neve”. Oh dice: “domani c’è”; ed io mi sono messo anche a ridere perché è impossibile che oggi sia una bellissima giornata e domani ci sia la neve.

Che l’abbia indovinato così o perché i santi a volte prevedono cose che noi non possiamo capire. Il fatto è che il giorno dopo la neve c’era”.

In alcuni tratti la neve del mattino ha trasformato la neve in ghiaccio. Più volte la macchina che accompagna don Quintino stenta a percorrere la strada. In salita si ferma. I passeggeri sono costretti a scendere e a spingere. Giunto a destinazione don quintino fa appena in tempo per caricarsi lo zaino in spalla poi, senza dir parola, si accascia a terra stroncato da un infarto.

Il corpo del prete eremita viene accolto in un primo momento nel cimitero di Balze. Qualche mese dopo, assecondando un suo desiderio, ottenute le dovute autorizzazioni, venne traslato all’eremo in una grotta da lui scavata nella roccia per riprodurre quella di Lourdes.

Qui Don quintino continua in silenzio la sua missione.

Il Primo novembre 1985 nella Cattedrale di Sarsina due Vescovi aprono la fase diocesana del processo di beatificazione. Si conclude il 28 agosto 1991 con una concelebrazione di quattro Vescovi che spezzano il pane nel ricordo di questo prete che non conosceva Sciarden, Mariten, Chirchegard, non conosceva quasi nessuno perchè non ne sentiva il bisogno. Con lui era Cristo, con lui era la Provvidenza che lo arricchiva di tutto.

Il 16 dicembre 1993 l’apertura della fase vaticana del processo si svolge eccezionalmente al Comando Generale della Guardia di Finanza e vi partecipano un Cardinale ed un Vescovo. Sono i primi segnali di una attestazione di santità, a cui manca solo il riconoscimento formale da parte della chiesa.

Sig.ra Anna ROSSI da Montegallo

“Era la primavera del ‘85 e sono ritornata perché mio padre stava male.

Una mattina si alza e mi dice:” Anna l’altra sera mi è capitata una cosa, mentre ero a letto che pregavo Don Quintino mi è comparso vicino al letto e senza nessuna parola mi fa vedere un libro.

Mi sfoglia velocemente tutte le pagine scritte fitte fitte e in ultimo erano rimaste due pagine in bianco. Poi ha chiuso il libro e sopra c’era l’immagine della Madonna. Così come mi è apparso mi è scomparso.

Era vestito come lo ricordava lui quando era giù nel paese.

Papà dico io ma che cosa vuol dire, perché non capivo cosa significava. Allora papà mi ha detto: io lo pregavo per farmi guarire però lui mi ha fatto veder il libro della mia vita, mi ha fatto capire che non può guarirmi perché la mia vita è vissuta” dice.

Sfogliando quelle pagine fitte fitte era la vita già vissuta; le ultime pagine sono i due anni che mi sono rimasti da vivere. Soltanto pregando la Madonna che non mi dia sofferenza e che mia aiuti ad affrontare la malattia. Io effettivamente dopo non ci ho pensato, per me era stato un racconto qualsiasi e non ho pensato più a questo racconto. Invece dopo che è morto che è vissuto veramente due anni allora ho capito veramente che era un miracolo di don Quintino che non lo ha fatto soffrire e lui è morto sempre pregando con la corona in mano fino agli ultimi giorni che non riusciva più a reggerla”.