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 Don Quintino Sicuro l'eremita di Melissano
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Don Quintino Sicuro “l’eremita di Melissano (LE)”
di Giuseppe De Ramundo

 Melissano è un piccolo comune del Salento, situato tra il verde della “Serra” e l’azzurro del mare Jonio, come Alessano è un piccolo comune del Salento, circondato dal verde degli ulivi, poco distante dal mare Adriatico.

Ora, mentre quest’ultimo è noto, sia in campo locale che nazionale, per aver dato i natali a don Tonino Bello, Vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi, l’uomo del “grembiule”, sapiente metafora per esprimere il suo modo di intendere la Chiesa, Melissano lo è, e lo sarà sempre di più, per averci donato don Quintino Sicuro, l’uomo “dai piedi scalzi”, nel senso vero della parola, per significare che l’autentico servizio alla Chiesa si esplica attraverso il sacrificio di sé, in povertà assoluta, come Francesco d’Assisi, di cui sentirà sempre il fascino.

Don Quintino, ultimo di cinque figli, nasce a Melissano (Lecce) il 29 maggio 1920 da Cosimo Sicuro, agricoltore, e Maria Potenza, casalinga, che non disdegnava di aiutare il marito nella coltivazione dei campi.

Fin da ragazzo si sente chiamato ad una vita particolare, anche se ancora non sa cosa fare di concreto. Esprime intanto il desiderio di farsi frate francescano, ma il superiore del conventi di San Simone, frazione di Sannicola (Lecce), non lo ammette perché, avendo lasciato momentaneamente gli studi per aiutare il padre nei lavori agricoli, non riesce a superare l’esame di ammissione alla scuola media, come allora era prescritto. Decide quindi di frequentare la scuola tecnico-industriale di Gallipoli e ne consegue la licenza.

Nel 1939, prima ancora di terminare gli studi tecnici, decide di arruolarsi nel corpo della Guardia di Finanza, dove viene accolto a tutti gli effetti il 26 novembre 1939 e inviato alla brigata di frontiera di Chiavenna.

Durante la seconda guerra mondiale è destinato al fronte greco-albanese e sfugge fortunosamente all’eccidio di Cefalonia.

Fa il partigiano nella seconda brigata “garibaldina” e, a guerra finita, frequenta la scuola sottufficiali della Guardia di Finanza. E’ promosso brillantemente sottobrigadiere e, poco dopo, decorato con la croce al merito di guerra. Ma la sua aspirazione era quella di essere decorato al merito della pace. Entra in una profonda crisi spirituale e decide definitivamente di abbracciare la vita religiosa.

Fa domanda alla Congregazione dei “Poveri Servi della Divina Provvidenza”, fondata da don Calabria, ma non viene accolto. Ritorna, allora, al suo primo amore e, per interessamento dei Minori Francescani, entra nel convento di Ascoli Piceno (Macerata) e Treia, dove, il 18 settembre 1949, fa la vestizione religiosa.

Ma non è ancora la vita a cui aspira, anche se vive nel raccoglimento, nella preghiera e nella penitenza. Egli sente, quasi fisicamente, la chiamata all’eremo, alla completa solitudine, a essere solo con Dio.

Lascia, allora, l’ordine francescano e, vestito dimessamente con barba lunga e piedi scalzi, tanto da sembrare un barbone, si ritira all’eremo di San Francesco a Montegallo in provincia di Ascoli Piceno.

Nel comunicare ai suoi familiari la decisione di ritirarsi nell’eremo, candidamente scrive: “Non importa se il mondo mi dice pazzo. Basta che piaccia all’Amore! Sono felice, credetemi. Il Padre, nel dolce amplesso del quale sono intera,ente abbandonato, non mi fa mancar nulla. La popolazione delle borgate vicine, dove mi porto per una buona parola, mi vuole tanto bene e in essi trovo la cara mamma lontana, sorelle, fratelli. Deponiamo tutto nelle mani del Signore, tutto andrà per il meglio. I figli non sono fatti per i genitori, ma per la missione a cui la Provvidenza li destina”.

E’ di quel periodo l’episodio di un bambino che, avendolo visto passare per la strada, corre in casa e grida: “Mamma, ho visto passare Gesù!”.

Dio si rivela attraverso lo sguardo ed il sorriso di Quintino, perché Quintino era pieno di Dio: questa è la fede.

Il lungo cammino fisico e spirituale di don Quintino lo porta, pellegrino, in vari eremi: Montegallo (AP), Monte Carpegna (AP) e, più famoso di tutti, S. Alberico (FO), che lo vede, oltre che eremita, sacerdote fedele e operoso.

Su indicazione di Mons. Carlo Bandini, suo appassionato ed autorevole biografo, prima ricostruisce l’eremo, ridotto ormai ad un cumulo di macerie, e poi ne fa un centro di accoglienza e spiritualità per tanti sacerdoti e laici, che s’inerpicano lassù in cerca di pace e di verità. Pervaso dall’ansia di portare Cristo ai fratelli, vive donando e donandosi fino alla morte improvvisa a soli 46 anni.

Verso la fine del ’68 quasi presagisse la fine, si reca a Melissano per salutare i familiari r gli amici prima di Natale. Nel viaggio di ritorno sosta all’Abbazia delle Tre Fontane a Roma per un ritiro spirituale. A Natale è a Balze, ove celebra la messa di mezzanotte, dopo la quale si intrattiene a lungo, inginocchiato, in preghiera davanti al Santissimo. Chiede di confessarsi e confida al parroco di sentire d’aver terminato la sua missione terrena. Al mattino del 26 dicembre 1968 è colpito da infarto e muore, mentre, in un ultimo slancio di generosità, spinge l’auto, in difficoltà per la neve, che lo stava portando in cima al Monte Fumaiolo per benedire i nuovi impianti sportivi.

Quella del Servo di Dio don Quintino è stata una vita di contemplazione e di penitenza, congiunta al servizio dei fratelli. Con l’esempio e con la parola è stato per tutti, sacerdoti e laici, un efficace richiamo alla fede e alla preghiera. Ha donato Dio agli uomini, speranza ai sofferenti, conforto ai malati, fiducia a tutti.

“La più grande tristezza – affermava spesso – è non essere santo. Non vivere da santo è vivere da folle”.

(tratto dalla pubblicazione trimestrale dei Religiosi Amigoniani – Terziari Cappuccini dell’Addolorata -  n. 114 luglio/settembre 2007, pp. 6-8)

 
Foto della pubblicazione