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 Don Quintino, eremita e apostolo
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Don Quintino, eremita e apostolo
Il Servo di Dio testimonia che il silenzio è necessario all'uomo

Un ricordo a quarant'anni dalla morte

 

Quarant’anni fa, colpito da infarto, muore il Servo di Dio don Quintino Sicuro. La mattina del 26 dicembre 1968, l’eremita di sant’Alberico s’era recato in cima al monte Fumaiolo, per benedire i nuovi impianti sportivi. Muore, quindi, mentre esercita il suo ministero di “sacerdote in eterno”. Il sacerdozio – soprattutto secondo la spiritualità di san Francesco d’Assisi – è l’unica vera meta dell’intera sua esistenza terrena, l’unica aspirazione della sua anima sempre pronta alle scelte estreme e radicali, l’unico ideale che ispira e sorregge l’eroismo d’ogni sua decisione, sempre covata e realizzata con perseveranza straordinaria ed esemplare. “Le improvvise circostanze - scrive il 7 gennaio 1957 ai suoi familiari – mi hanno messo sulla strada del Sacerdozio e ben volentieri ho accettato, vedendovi in esse la volontà del Padre. Gli anni della vita eremitica hanno preparato il passo che in questi giorni ho fatto”. La lettura e l’interpretazione d’ogni accadimento della sua vita, quindi, sono ispirate dal desiderio di “ascoltare” la voce del Padre, alla quale soltanto intende adeguarsi e ubbidire. E la chiamata “diretta” dell’Amore l’ha intuita già da anni, sin dalla sua adolescenza; solo che le vicende della storia terrena, quella che scrivono gli uomini con criteri e metodi umani, gli avevano impedito più volte di dare seguito agli intimi impulsi della sua anima.

La prima vocazione

Già nel 1932, a soli 12 anni, manifesta la volontà di farsi frate, ma non supera l’esame d’ammissione; nel 1947, a 27 anni, dichiara il medesimo desiderio, ma il Superiore lo ritiene “vittima di un falso punto d’orgoglio”; nel 1949, appena due anni dopo la sua entrata nel Convento dei Frati Minori, espone il proposito di dedicarsi alla vita eremitica, ma “per il Padre Provinciale non è altro che una tentazione del demonio”.

Don Quintino, con umiltà sincera, ispirata dalla sua profonda fede, ubbidisce ogni volta agli uomini; ma continua con eroica perseveranza a dare ascolto anche alla voce interiore, che gli parla nell’intimità del suo animo. Umile e forte, docile e risoluto, sereno e combattivo, don Quintino non cessa mai di leggere e d’interpretare tutti gli accadimenti della vita sempre come espressione della volontà di Dio: e sente che l’Amore lo vuole “tutto suo”, anche se nei modi e nei tempi che a lui, povero e piccolo “zingaro di Cristo”, restano totalmente ignoti. Eroismo estremo della fede, che gli fa vedere la stessa sua madre naturale, che pure l’ha tenuto in grembo, l’ha generato e nutrito, solo come colei, della quale Dio, per propria grazia benevola e gratuita, s’è voluto servire, perché “donasse” a Lui e all’umanità redenta un uomo destinato alla vita eremitica e  sacerdotale. “La sua breve agonia – scrive nel giugno 1953 alla sorella, per consolarla della morte della madre avvenuta qualche mese prima – fu assistita dalla Mamma Celeste, che se la prese con sé subito dopo la morte in Paradiso. Non ha fatto neanche un’ora di Purgatorio. La sua grande offerta ha portato l’immenso godimento eterno (…). Rallegrati nel Signore per sì belle notizie”.

Sulle orme di San Francesco

Il nostro Servo di Dio, sacerdote conquistato dalla spiritualità francescana, ripercorre molte orme tracciate dal santo d’Assisi. Egli, infatti, dopo le prime esperienze giovanili fatte nel suo paese natale, sentita la chiamata di Dio, non esita a ignorare i giudizi del mondo e nemmeno di “tradire” le aspettative dei suoi genitori, che a buon diritto sognavano per lui un futuro certamente diverso. Don Quintino abbandona genitori e amicizie, rinuncia a comodità e benessere, e si dedica a vivere interamente la sua “pazzia”. Dialoga con Dio e Lo ascolta, ma nello stesso tempo rispetta e ubbidisce agli uomini che la Provvidenza gli mette come guida nel cammino della sua vita. Abbandona la divisa di guardia di finanza e si fa frate Minore, lascia il saio francescano e indossa i “panni” dell’eremita, sempre mirando alla vetta, alla quale sente di dover aspirare ogni istante della sua vita, cioè al sacerdozio. Ritiratosi nella solitudine dei monti, solo con se stesso e con Dio, porge l’orecchio alla voce interiore che gli suggerisce la ragione ultima del suo operare: egli si deve votare completamente alla riedificazione della “casa” di Dio, perché vi possano abitare tutti gli uomini che lo vorranno. Esce dal mondo per poche ore al giorno e per brevi periodi di tempo, ma per poi ritornarvi, presto e spesso, colmo dei messaggi ricevuti e carico dei convincimenti maturati nella meditazione solitaria: li vuole e li deve trasmettere, in gaudio e con pace, a tutti gli uomini, credenti e non, cristiani e non. E’ pronto a tutto, anche alla derisione  dei benpensanti e agli sberleffi dei malevoli.

A questa missione di eremita e sacerdote rimase fedele sino alla fine della vita. Pochi mesi prima della morte, annotando la lettera pastorale che il 9 aprile 1968 il suo vescovo aveva inviato per la giornata dedicata alla preghiera per le vocazioni, don Quintino ne sottolinea (forse per l’omelia da rivolgere ai suoi fedeli) tre passi fondamentali. In primo luogo, rimarca come la parola “vocazione” assume il suo significato pieno, solo quando si tratta di vocazione sacerdotale e, senza esitazione, la delinea con queste parole: “Essa viene da Dio direttamente come un raggio di luce sfolgorante che illumina i più intimi e profondi recessi della coscienza, e si esprime praticamente in una donazione totale di una vita all’unico e sommo amore, quello di Dio”. Non è certo una definizione astratta e teorica, ma la traduzione di tutta la sua vita, intessuta di colloquio intimo con Dio e di assidua testimonianza presso gli uomini.

La figura del sacerdote

In secondo luogo, passa a delineare la figura del “sacerdote” della Chiesa Cattolica e lo vuole definire in quell’identità che lo differenzia dalla figura sacerdotale d’altre confessioni religiose; scrive, allora, con espressioni colme di zelo pastorale e col tono vibrato del testimone dell’Amore che la Chiesa Cattolica, per “irradiare la Verità e la Grazia“, non si serve di “professionisti mercenari, non organizza una rete di propagandisti di mestiere”, ma manda degli “uomini singolari, poveri e generosi, liberi da ogni legame, interiormente vincolati dal più sacrosanto vincolo, quello dell’amore consacrato, unico, casto, perenne; manda dei seguaci di Cristo che a Lui danno tutto; manda dei giovani pieni di fuoco, manda degli eroi che per la chiesa di Cristo, come Cristo, sono pronti a dare la vita; li manda al popolo di Dio: ai piccoli, ai poveri, ai sofferenti, agli affaticati”. Non sta facendo altro – con una spontaneità che può sembrare forse inconsapevolezza – che “narrare” il suo ministero sacerdotale tanto bramato, così prodigiosamente ottenuto, così puntualmente compiuto.

In terzo luogo, don Quintino, che, pur non essendo del mondo, vive e opera nel mondo, si domanda con accorata sofferta preoccupazione: “Ma dove sono questi eletti, queste vocazioni che sembrano decidere delle sorti del Cristianesimo?”. Sulle orme del vangelo, prende dolorosamente atto che la messe è molta, ma gli operai sono pochi; ma subito dopo avverte in termini chiari e perentori: “E’ dovere di tutta la comunità cristiana (il popolo di Dio) di dare incremento alle vocazioni; anzitutto con una vita perfettamente cristiana; il massimo contributo viene offerto dalle famiglie, le quali, se animate da spirito di fede, di carità e di pietà, costituiscono il primo seminario”. E con tono di vibrata partecipazione si rivolge alle famiglie: “Se tra i vostri figlioli vi fosse qualche vocazione, cercate di incoraggiarla; Cristo ha bisogno di giovani buoni, amanti del Vangelo, sprezzanti della vita comoda e insignificante, pronti a pagare di persona per il bene dei fratelli e per la gloria di Dio”. Come non vedere qui la trascrizione della sua “storia personale”, della sua sofferenza interiore, quando aveva scelto di voler “seguire” Colui che lo chiamava, e di dover continuare ad amare anche chi lo aveva generato e partorito?

La vita in solitudine

Don Quintino, pertanto, ha compreso e insegnato che tutte le sofferenze e le angosce degli uomini sono causate dall’egoismo ottuso e miope, che rende l’anima un “deserto”. Bisogna dare spazio agli “altri” e ai “diversi”, ci avverte più volte; solo così si riuscirà a capire cosa sia la vita e a cosa tenda l’intera storia dell’umanità.  Per questo egli si fa eremita e apostolo: cioè, uomo che vive in solitudine, mentre continua a stare tra  gli uomini, per ricordare loro che essi valgono non per quello che hanno o che fanno, ma soltanto per quello che sono. La solitudine vissuta e proposta dal nostro Servo di Dio è quella che non isola, ma che unisce, rendendo sempre più intimi e più forti i legami con gli altri. Egli ha compreso che la più grave povertà, d’ogni tempo e luogo, è costituita dalla mancanza di pace interiore, dal rifiuto della sofferenza, dal rigetto della morte; ha capito concretamente che il deserto vero sta nella vita caotica delle nostre città, piccole e grandi, per cui era ed è necessario creare oasi di pace e di riconciliazione. La sua esperienza eremitica e sacerdotale insegnava allora, e continua a insegnare ancora oggi, che l’uomo ha estremo bisogno di solitudine, per ascoltare e leggere nel suo animo; solo così diverrà capace di sentire la voce della verità, che lo guiderà nel cammino non facile della vita quotidiana individuale e con gli altri.

 

Melissano, dicembre 2008.

                                                                          Cosimo Scarcella 

(Tratto dal Corriere Cesenate del 2 gennaio 2009 - pag. 5)