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DON QUINTINO SICURO, OPERATORE DI PACE
del Prof. Cosimo Scarcella 
Melissano, 29 maggio 2009 - in occasione della commemorazione della nascita del Servo di Dio

SOMMARIO

 

1. 1. Introduzione: la pace secondo il Cristianesimo

p. 1

2. 2. 1939-1959: Don Quintino testimone della pace come fedeltà alla chiamata di Dio

p. 5

3. 3. 1989 – 2009. Il “nuovo disordine mondiale” e il suo superamento

p. 11

1. 4. Don Quintino e la “riscoperta” di valori per la pace nel nostro tempo

p. 14

1. Introduzione: la pace secondo il Cristianesimo

Cos’è la pace? E’ mancanza di guerra oppure realizzazione di un certo stile di vita individuale e collettiva? Chi è un operatore e chi è un nemico della pace? Ci può essere una pace universale tra i popoli senza una pace individuale di ciascuna persona? La pace nel mondo è un traguardo raggiungibile o una chimera della fantasia umana?

Sono queste le domande che dobbiamo inizialmente porre alla nostra considerazione e verificare se abbiano possibili risposte adeguate, che permettano d’intraprendere un cammino positivo di costruzione della pace. In questo cammino ci saranno di grande aiuto il pensiero e l’esempio di uomini, che con le loro scelte concrete hanno “costruito” pace, forse nella misura di qualche briciola, ma certamente contribuendo all’arricchimento del bene tra gli uomini. Uno tra i tantissimi esempi lo troviamo nel modo di vivere del Servo di Dio don Quintino Sicuro.

Tentiamo di percorrere insieme un cammino, che ci permetta di giungere a qualche risposta alle domande che ci siamo poste.

Nel libro de La Sapienza (XI, 21) c’è scritto: “Ha regolato ogni cosa in numero, peso e misura”, volendo significare che tutte le cose sono disposte ciascuna a suo posto. Sant’Agostino, tenendo presente questo testo della Sacra Scrittura, in molte sue opere sottolinea come la disposizione ordinata del mondo sia possibile, solo in quanto ci sono assieme una pluralità di esseri e un elemento comune, che consente loro di stare uniti in armonia e in una sistemazione ben definita e mirabile. Questa visione di ordine universale, che concilia le diversità e le identità e che rende comprensibile la pluralità e l’unità, investe tutti gli aspetti del mondo e della vita. Non c’è posto per alcuna forma di esclusione né c’è alcuna imposizione di assimilazione: ogni realtà è quello che è e tale deve rimanere; ogni persona umana è quello che nasce e per tale deve essere rispettata, senza la minima differenza di razza, di sesso, di cultura, di credo religioso, di capacità intellettive, di ceto sociale, di successi professionali. La pace, quindi, è la tranquillità dell’ordine di tutte le cose disposte ciascuna al suo posto.

Gli occhi degli uomini, soprattutto di quelli del nostro tempo, non sono abituati a sollevarsi verso il cielo, per seguirne i diversi momenti: il regolare alternarsi del giorno e della notte, l’avvicendarsi delle stagioni, i movimenti degli astri, i mutamenti della volta celeste. Quanto si apprenderebbe nella contemplazione attenta dell’armonia, che governa milioni e milioni di astri, in confronto dei quali la terra rimane un minuscolo pianeta abitato da alcune forme di vita. E, allo stesso modo, i nostri occhi sono troppo occupati a stare dietro ai sofisticati strumenti del nostro lavoro quotidiano, per poter osservare e godere delle meraviglie, che sono insite nella vita degli esseri animali, dai più piccoli e deboli ai più forti e selvaggi. E, ugualmente, i nostri occhi sono troppo serrati e quasi imprigionati nei pensieri tenebrosi causati dalle eccessive preoccupazioni quotidiane, perchè siano in grado di prestare attenzione alle bellezze del mondo della vita dei vegetali. Sembra che i nostri occhi rimangano assillati solo dal seguire le vicende del mondo degli uomini, che si riducono quasi sempre a un lista di contrasti, di lotte e di guerre, tanto da avere l’impressione che la vera giungla sia quella della vita degli uomini.

Di qui, allora, le domande che ci siamo poste: ci può essere pace tra gli uomini, e che cos’è la pace. In quasi tutto il pensiero antico si accenna alla pace o quando si parla del suo opposto, cioè della guerra, o quando si discute della tranquillità dell’animo e della concordia tra gli uomini, quali condizioni della felicità individuale e di una comunità politica ideale. Con il Cristianesimo, invece, la pace è una verità piena in sé e per sé, è una realtà ricca che ha un valore morale rilevante e che acquista un spessore etico importante, caratteristiche proprie dell’essenza della natura umana. La pace, per il Cristianesimo, infatti, è dono che Dio concede agli uomini, i quali assumono su di sé la responsabilità di custodirlo e realizzarlo nella storia dei tempi; la pace, cioè, è la riconciliazione dell’umanità con Dio, che Cristo ha conquistato per l’eternità con la sua opera redentrice, e che gli uomini debbono accogliere e rendere reale già in questo mondo, completandola giorno dopo giorno con le proprie scelte libere e responsabili. Solo in questo modello di pace c’è la perfezione; quindi, l’uomo che “costruisce pace” è colui che, disciplinati tutti i moti del suo animo secondo i suggerimenti della sua ragione, realizza il “regno di Dio” già sulla terra, cioè quel regno, in cui ogni cosa viene organizzata nell’assoluto rispetto della dignità della rispettiva natura, secondo quanto è stato creato dalla Verità, che è Dio stesso.

Nel 1963, papa Giovanni XXIII indirizzava al mondo l’enciclica Pacem in terris, con la quale affrontava i massimi problemi, che in quegli anni caratterizzavano la vita collettiva dei popoli e ne minacciavano la pacifica convivenza. Nell’enciclica il termine “pace” non escludeva il senso corrente, ma lo superava e lo integrava nel riferimento esplicito e incisivo all’ordine da Dio stabilito anche per l’umanità che vive nel tempo e nella storia, che però appare quanto mai lontana dal desiderarlo e dal perseguirlo. L’enciclica, infatti, si apre con un’introduzione, nella quale si ricorda che la pace in terra, che è un anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio; e, mentre si evidenzia l’ordine “mirabile” dell’universo, si accusa con dolore lo “stridente contrasto con il disordine che regna tra gli esseri umani e tra i popoli”, quasi che i loro rapporti non possano essere regolati che per mezzo della forza bruta, della diffidenza reciproca, dell’odio, della guerra. Invece, la pace ordinata e feconda tra gli uomini deve fondarsi sul principio che ogni essere umano è persona, cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili. Solo così si può costruire la pace nella convivenza sociale in tutti i suoi diversi livelli: tra i singoli uomini, tra individui e poteri pubblici, tra le diverse comunità politiche, tra individui e comunità politiche particolari e l’umanità nel suo complesso. I consensi vasti e unanimi riscossi dall’enciclica testimoniano sia l’ampiezza dei temi trattati sia l’apertura con cui si scorgevano e s’interpretavano i “segni dei tempi”.

La Pacem in terris di Giovanni XXIII è il cardine tra le voci elevate a favore della pace dai suoi predecessori e dei suoi successori: si stabilisce senza incertezze che costruire la pace – dono mirabile della sapienza creatrice di Dio - significa che ciascun uomo deve conoscere e rispettare l’ordine naturale del mondo, e onorare sempre e non profanare mai l’ordine che deve regolare anche la vita dell’umanità. Infatti, già nel 1917, verso la fine della prima guerra mondiale, papa Benedetto XV aveva consacrato una sua enciclica al tema della pace e aveva insistito sull’aspetto di pace come “magnifico dono” dato da Dio agli uomini, i quali, invece, stavano combattendo quella guerra, che era solo ”un’inutile strage”. Celeberrimi, poi, sono il discorso radiofonico di Pio XII del 24 agosto 1939 e la sua presa di posizione contro la seconda guerra mondiale che stava per essere scatenata, lanciando il forte ammonimento: “Tutto è perduto con la guerra, niente è perduto con la pace”.

In seguito, nel marzo 1967, Paolo VI firma l'enciclica Populorum Progressio, in cui mette la pace e la giustizia sociale in connessione così stretta che istituisce, proprio per questo, anche la Pontificia Commissione Giustizia e Pace, affidandole il “compito di (…) promuovere il progresso dei popoli più poveri, di favorire la giustizia sociale tra le nazioni, di offrire a quelle che sono meno sviluppate un aiuto tale che le metta in grado di provvedere esse stesse e per se stesse al loro progresso”; e nel medesimo anno istituisce la Giornata Mondiale della Pace da celebrare l’1 gennaio d’ogni anno.

Anche Giovanni Paolo II insisterà sull'inutilità della guerra e sulla necessità del dialogo per risolvere i conflitti tra le nazioni. Nel suo messaggio per la “Giornata Mondiale della Pace” del 1982, invitava tutti a riflettere sul tema della pace come “dono di Dio affidato agli uomini” e rimarcava il fatto che “questa è una verità, che interroga personalmente ciascuno di noi, quando si tratta di definire i propri impegni e di prendere le proprie decisioni; di conseguenza, è una verità che interpella l'umanità intera, in quanto siamo responsabili gli uni degli altri”

Benedetto XVI ha rivolto ai bambini per il suo messaggio Giornata Mondiale della Pace del 2007, perché essi “con la loro innocenza arricchiscono l'umanità di bontà e di speranza e, con il loro dolore, ci stimolano a farci tutti operatori di giustizia e di pace”, per cui invitava a concentrare la comune attenzione sul tema: Persona umana, cuore della pace”. E per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno 2009 ha dedicato il suo messaggio alla riflessione sul tema Combattere la povertà, costruire la pace: la situazione di povertà vecchie e nuove d’intere popolazioni finisce per avere sulla pace gravi ripercussioni negative, tanto da costituire una “seria minaccia”, in quanto intere popolazioni vivono oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri s'è fatta più evidente e costituisce un problema che s'impone alla coscienza dell'umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone sono tali da offenderne la nativa dignità e da compromettere, conseguentemente, l'autentico ed armonico progresso della comunità mondiale”.

Dunque, davanti al dilemma “pace o guerra” l'uomo si ritrova costretto a confrontarsi con se stesso, con la sua natura, col suo progetto di vita personale e comunitaria, con l'uso della sua libertà. L'uomo, in definitiva, quando s’interroga sulla pace, è obbligato a interrogarsi sul senso e sulle condizioni della propria esistenza, personale e comunitaria. Infatti, la pace, nella sua essenza, è prima di tutto un bene proprio degli uomini e, dunque, di natura razionale e morale, frutto della verità e della virtù: essa si alimenta nell’animo dell’uomo, scaturisce dalla sua volontà libera guidata dalla ragione verso il bene comune, da raggiungere nella verità, nella giustizia e nella solidarietà. La pace, pertanto, è un dono elargito all’umanità, ma la cui realizzazione è affidata alle scelte del singolo uomo, qualunque sia il tempo e il luogo dove vive e qualunque sia il ruolo sociale che la storia gli assegna. Nessuno è esonerato dalla responsabilità di ricercare la pace e di operare per stabilirla con impegno personale e comunitario lungo tutto il corso della sua vita. Il dono della pace, dunque, è sempre anche una conquista e una realizzazione di ciascuno di noi.

Ma perché gli uomini s’incamminino per questa strada e operino concretamente per la costruzione della pace, è necessario che si dotino – per usare un’espressione d’un altro nostro illustre conterraneo, modello esemplare di “operatore di pace”, don Tonino Bello - di “occhi nuovi per poter vedere le nuove povertà”. Don Tonino, infatti, ha lasciato a questo riguardo una sua pagina provocatoria e incisiva, nella quale sostiene che a fare problema, più che le nuove povertà, sono gli “occhi nuovi” che ci mancano. Ed elenca dettagliatamente molte forme di povertà, e le raggruppa in povertà “provocate” dalla carestia di occhi nuovi, in povertà “tollerate” da noi a causa del nostro egoismo, e povertà “rimosse” dai nostri occhi, che, anche se sono lucidi di pianto, si fanno vincere dalla pigrizia o dalla paura. Si tratta di nuove povertà che sono “frutto di combinazioni incrociate tra le leggi perverse del mercato, gli impianti idolatrici di certe rivoluzioni tecnologiche, e l'olocausto dei valori ambientali, sull'altare sacrilego della produzione”.

Il problema della pace nel mondo, quindi, va esaminato, capito, meditato in tutte le sue dimensioni, da quelle del singolo uomo a quelle degli Stati grandi e piccoli, ricchi e poveri. E qualunque sia la sua dimensione, il problema della pace nel mondo va risolto prima di tutto e soprattutto nel segreto dell’animo di ciascun uomo. La pace va perseguita certamente mediante incontri dei responsabili delle nazioni e delle religioni, va stabilita certamente mediante accordi e trattati, ma essa, nella sua vera essenza, nasce veramente solo dalla rettitudine e dall’onestà di ciascun uomo, sia esso semplice cittadino o responsabile di uno Stato: la pace ha origine dall’ampiezza della propria generosità, scaturisce dalla profondità del proprio altruismo, si genera dalla forza del proprio senso di solidarietà umana. Senza l’intima convinzione che ciascuno di noi è unico totale insostituibile responsabile dell’altro, col quale deve stare in rapporti di complementarietà e solidarietà, la pace sarà sempre una chimera. Certo, la pacificazione del mondo è un ideale sommo, che talora assume le dimensione dell’utopia e del bel sogno, e tuttavia, è con tremore che dobbiamo prendere consapevolezza che una parte del processo di pace universale sta nelle mani di ciascuno di noi, nella sua vita quotidiana, nelle scelte d’ogni giorno, nei motivi che determinano il senso del nostro esistere, cioè, nel nostro concreto quotidiano schierarci a favore della pace o della guerra, dell’altruismo o dell’egoismo, della solidarietà o dell’indifferenza, dell’autenticità e della banalità. Se qualcuno di noi, o per distrazione o per superficialità o per insensibilità, non dà il suo contributo, la pace sarà sempre monca, incompleta e fragile; e se, anche in buona fede, aspettiamo a guardare ciò che fa il nostro vicino per poi decidere il nostro comportamento, non facciamo altro che entrare in un circuito di egoismo, che alimenta solo buone intenzioni, ma lascia il nostro ambiente e, di conseguenza, anche la situazione dell’umanità nello stato di povertà materiale e di miseria morale.

2. 1939-1959: Don Quintino testimone della pace come fedeltà alla chiamata di Dio

Alla luce di questi messaggi e di queste testimonianze, non è difficile delineare la figura di don Quintino, anche quale operatore di pace, analizzando le scelte da lui compiute, valutando il lavoro da lui svolto con coerenza ed energia instancabile, interpretando le motivazioni più vere dei suoi comportamenti. Talora, soprattutto noi in quanto suoi compaesani, non conosciamo adeguatamente la vita e l’operato di questo nostro concittadino, perché ci affidiamo alla lettura di qualche stralcio dei suoi scritti, o ci accontentiamo di leggere quello che altri hanno scritto su di lui, o addirittura ci limitiamo ad ascoltare qualche frammento di ricordi di persone, le quali sono venute a conoscenza di qualche episodio, e talora anch’esse solo per sentito dire. Invece, la vita di don Quintino va studiata con la dovuta attenzione e con la profondità necessaria, per penetrare nell’animo di un uomo apparentemente così semplice, ma nella sostanza così profondo ed energico. E quanto più “banali” possono sembrarci i suoi anni giovanili, tanto più apprezzabili sono le decisioni fatte da lui nell’età matura; così come quanto negative potranno essere state alcune esperienze della sua giovinezza prima della vita eremitica, tanto più apprezzabili sono il coraggio e la radicalità delle sue decisioni successive.

Le difficoltà, le delusioni, le perplessità, le stanchezze, persino le sventure di chi ci ha preceduto e ha combattuto per l’avvento della pace, devono essere meditate come lezioni utili, dalle quali spetta a tutti gli uomini ricavare la saggezza necessaria per aprire nuove strade, più razionali e più coraggiose, al fine di costruire la pace individuale e tra tutti gli uomini. Da qui nasce il bisogno di conoscere anche alcuni avvenimenti del periodo storico in cui si svolse la vita di don Quintino, per poter poi comprendere meglio le scelte che egli fece, spinto da un profondo amore per gli uomini e guidato dalla fede cristiana nella lettura e nell’interpretazione dei “segni dei tempi”. Infatti, vi sono molte proposte di modelli di vita umanamente esemplare, così come vi sono molte concezioni e numerose idee intorno alla pace, e sono tutte degne di considerazione e di rispetto. Il cristiano, ovviamente, condivide e realizza la visione cristiana di pace, ma non per questo può non tenere conto o dimenticare gli insegnamenti dei tanti pensatori dell’antica Grecia e della vecchia Roma, così come non può non conoscere e apprezzare adeguatamente le dottrine dell’induismo e dell’ebraismo, i bei messaggi dell’Islam; e così, infine, dovrà approfondire sempre meglio la comprensione del pensiero di non pochi storici e filosofi moderni. Nella dovuta considerazione deve tenere anche Il variegato mondo pacifista in tutta la sua complessità, in quanto ha al suo interno differenziazioni dovute al momento storico e ai riferimenti culturali. Questa rapida panoramica serve a dare un quadro generale della quantità ingente di uomini che hanno anelato e anelano tuttora alla pace, ciascuno con convincimenti e metodi propri.

Il cristiano, da parte sua, si rifà all’insegnamento di Gesù Cristo, il quale, dopo essere resuscitato, si presenta agli apostoli la sera dello stesso giorno di Pasqua e, stando al testo del vangelo di Giovanni, dice loro: "La pace sia con voi", facendo intendere chiaramente che la pace che lui ha conquistato con il suo sacrificio e che ora vuole lasciare in eredità ai suoi è la piena comunione con Dio, frutto della sua opera redentrice. Gesù,quindi, predica l'avvento del Regno di Dio, cioè, il regno del Padre Celeste, che offre agli uomini la salvezza promessa dai profeti. Allora è assolutamente necessario prendere una decisione, per aderire alla sua persona e coinvolgersi nell'annuncio della buona notizia. In questo modo, per Gesù, il valore della fedeltà e della testimonianza alla sua persona è più importante del valore della stessa pace con gli altri uomini. Infatti, sebbene viva in un momento di dominazione straniera, Gesù non si schiera né con i patrioti né con i collaborazionisti; piuttosto invita tutti a essere fedeli a Dio, facendo intendere che, riguardo alla pace che è il regno dell’armonia nell’unica volontà divina, non importa la situazione esterna, quanto la fedeltà a Dio che chiama. Per questo, usando una forma di esprimersi per contrapposizioni comune nel suo tempo, Gesù afferma che non è venuto a portare la pace, ma la guerra, e che i primi nemici dell’uomo saranno i suoi stessi familiari, intendendo dire che non si può sacrificare la fedeltà alla chiamata di Dio, per non entrare in conflitto con la propria famiglia.

E don Quintino ha fatto ciò con audacia eroica e con forte perseveranza. Alla giovanissima età di 19 anni, nel maggio 1939 lasciò il suo paese natale e si arruolò nel Corpo della Guardia di Finanza. Possiamo immaginare che l’abbia fatto anche per una insoddisfazione sociale, e forse soprattutto personale: l’ambiente contadino e piuttosto chiuso del suo paese poco si confaceva al suo spirito irrequieto e votato alle cose grandi e alle scelte estreme. Rimane nella Guardia di Finanza per circa 8 anni, ma prova un’intima insoddisfazione anche per questa vita dedicata alla società civile: sentiva il bisogno della scelta senza confini e senza ritorno. Per 8 anni ripensa la sua esistenza nella ricerca del suo senso più autentico; nell’intimità del suo animo sente sempre chiaramente che quella non è ancora la strada che corrisponde ai profondi aneliti del suo spirito; si rende sempre più conto d’essere chiamato alla vita monastica e sacerdotale. E vuole rispondere con totalità e senza riserve alla chiamata che gli parla con forza, anche se lo lascia pienamente libero. Gli si frappongono, tuttavia, seri e gravi ostacoli. Ma egli, forte nell’umiltà verso gli uomini, ma altrettanto energico nell’obbedienza alla voce della sua anima, non s’arrende e scrive alla sua guida spirituale: “Perché (sarei) ‘la vittima di un falso punto di orgoglio’, quando il mio sentire è veramente alto e santo e non esaltazione momentanea come tanti definiscono? Il mondo non può darmi quella pace spirituale che si gusta all’ombra pia e santa di una casa religiosa e per questo, solo per questo, ho deciso di abbandonare il mio attuale regime di vita, per mettermi sulla giusta strada. (…). E’ vero che è molto difficile donarsi completamente a Dio e servirlo come si deve, dopo averne viste e provate di tutti i colori, però non possiamo escludere la possibilità di riuscire” (Lettera del 18 giugno 1947 a don Luigi Falsina).

E realizza il suo desiderio: nel settembre del 1947 abbandona la divisa della Guardia di Finanza e, in spirito di immensa obbedienza verso coloro che riteneva e credeva fossero la voce di Dio, entra nel Convento francescano di Potenza Picena. Sente, però, ancora inappagato il suo sentimento più profondo, e appena due anni dopo, nell’estate del 1949, chiede ai superiori di potersi dedicare alla vita eremitica; però “Il Padre provinciale – scrive - concluse che la mia vocazione alla vita eremitica non è altro che una tentazione del demonio, quindi niente eremita, la veste del Poverello d’Assisi, e il 7 settembre facilmente la vestizione. Non ho voluto insistere e siamo rimasti così d’accordo, però ho ottenuto di non andare al noviziato, se non quando avrò completato gli studi generali. Intanto il Signore mi farà conoscere meglio la Sua volontà”. (Lettera del 7 giugno 1949 a don Luigi Falsina). Ubbidisce e legge anche questi avvenimenti come programmazione provvidenziale, tanto che nell’ottobre successivo scriverà: “Ora capisco perché il Signore non mi ha concesso l’eremo. Quanto è buono Gesù! Stupisce la Sua Provvidenza! Ringraziamolo assieme don Luigi, per così grande grazia concessami. Come sto bene adesso spiritualmente. Mi sembra di essere in Paradiso” (Lettera del 5 ottobre 1949 a don Luigi Falsina). Ma, esattamente un mese dopo, comunicherà al suo “carissimo” don Luigi: “Quando riceverà la presente sarò già all’eremo. Domani nel Convento dei Frati Minori di Ascoli lascerò il saio e poi coi panni della Provvidenza, da vero sposo di Madonna Povertà, imboccherò il nuovo sentiero. Preghi perché il sacrificio non sia vano” (Lettera del 5 novembre 1949 a don Luigi Falsina). Si ritira nella solitudine più totale, lontano da tutto e da tutti, solo con se stesso, in profondo impietoso scandaglio della sua anima, in dialogo serrato e disponibile con il Tutto, con l’Infinito, con l’Amore: quello che ha tutto dato senza chiedere ad alcuno nient’altro, se non che gli sia consentito di amare senza alcun ricambio o tornaconto. Don Quintino vive solo nella solitudine della sua anima e nell’unica sacra incontaminata verginità della natura per 35 giorni, quando – come scrive ai suoi familiari il 10 dicembre 1949 - rompe il “lungo silenzio durante il quale non ho cessato di pregare per voi la Vergine Santissima, perché vi fosse più vicina in così particolare circostanza”; e rompe il silenzio dedicato alla conversazione intima e personale con il Tutto, non per “giustificare il passo fatto” e nemmeno “per pacificarvi del mio nuovo stato di cose”, in quanto ritenuto superfluo; lo fa per dire alla sua famiglia “semplicemente di aver fatto la volontà di Dio e di star bene, perché sulla sua strada”.

Apparentemente è una fredda comunicazione quasi d’obbligo, dovuta in considerazione dei naturali vincoli parentali; invece è l’espressione della grande umanità di Quintino, che sente – proprio nel dialogo solitario con la sua storia di uomo integrale – tutta la complessità dei suoi sentimenti carnali. Lui sa che la svolta, che ha dato alla sua esistenza, in realtà è la conclusione meditata e sofferta del lungo itinerario che lo ha condotto al compimento di ciò che da sempre aveva covato, intuito, amato, sperato, ma solo ora realizzato. Quella scelta che lo ha portato gradualmente ma decisamente, lentamente ma pazientemente, dal mondo piccolo all’Infinito sconfinato, dagli uomini terreni all’Umanità mistica, dal tempo che passa all’Eternità imperitura. Lo conferma quello che dirà, quasi sei mesi dopo, con umiltà filiale al suo “amico” spirituale, quando, appunto il 28 maggio dell’anno successivo (1950), pur non essendo ancora finito il periodo del silenzio che si era “proposto all’inizio della nuova santa vita”, vuole dare brevi tranquillizzanti sue notizie; tutto quello che scrive è questo: “Sto benissimo. Godo la beata solitudine di un eremo santo, nascosto tra il verde degli alberi su un monticello aperto e ventilato. Come è bello vivere interamente abbandonato nel dolce amplesso del Padre!”. Lo stesso giorno scrive una breve lettera anche ai suoi familiari per rassicurarli sulla sua salute e sulle sue condizioni generali, e afferma: “Non pensate a male, miei cari, perché sto benone (…). E’ impossibile dire le grandi gioie che si gustano quassù al sevizio dell’Amore. Ora sì che posso dirmi veramente ricco, poiché possiedo il tesoro dei tesori, Iddio. Ogni altra cosa è vanità che ben presto si chiude nel passato”. E, siccome non ritiene ancora passato il periodo di silenzio propostosi, li prega di non distrarlo né con visite inutili e nemmeno con lettere dispersive, e li esorta: “Siate felici, miei cari, come lo sono io, nell’immaginarmi quassù in un Eremo santo nella beata solitudine”.

“Siate felici!”. Quanta umanità in quest’augurio rivolto alla sua famiglia, che Quintino sapeva che a Melissano doveva subire commenti e critiche non certo benevoli. Conosceva l’ambiente del suo paese natale: gente sicuramente buona e semplice, ma dal cuore poco sensibile e dalla mente piuttosto chiusa nel misurare le scelte dell’ex finanziere. I più accomodanti e benevoli, mentre compativano “quei poveri genitori”, perché era capitata loro la disgrazia di avere quel figlio strano, certamente “giudicavano” con parametri terreni e umani, forse anche giusti umanamente, ma del tutto diversi dalle considerazioni e dai motivi che avevano condotto il loro compaesano a “ridursi a chiedere l’elemosina”. Quintino lo sapeva benissimo. E non caso né involontariamente aveva interrotto il suo silenzio nel dicembre precedente e aveva scritto ai suoi: “Poco importa se la gente mi dice pazzo. Basta che piaccia all’Amore. E voi, miei cari, non pensatemi ora un semplice mendicante, ma un apostolo sulle orme del Maestro. Sono felice, credetemi! Il Padre, nel dolce amplesso nel quale sono interamente abbandonato, non mi fa mancare nulla”. E’ lo stato d’animo che confermerà nella lettera successiva scritta alla famiglia il 24 agosto: “Son sempre con l’Amore, quindi benone”.

Don Quintino non ha scritto saggi e volumi sul problema della pace, e non ha lasciato nemmeno numerosi riflessioni; però è stato un grande “costruttore di pace”, nel senso più autentico del messaggio cristiano: ha amato molto la volontà del suo Dio, che è la pace, tanto da non temere di tagliare con le opinioni del mondo e di compromettere la propria pace personale; e questa pace cristianamente intesa l’ha costruita con la sua vita quotidiana, mediante vittorie, sì, ma vittorie su se stesso, non distruggendo nemici, ma distruggendo l’inimicizia. Sulla bocca di Cristo, infatti, la beatitudine degli operatori di pace discende dal comandamento nuovo dell’amore fraterno; e don Quintino, in questa prospettiva, è stato un grande innamorato della pace, in quanto egli ha amato Dio e i fratelli, così come ha fatto anche don Tonino Bello, il quale ha scritto: “chi ama perdutamente una persona e imposta tutto il suo impegno umano e professionale su di lei, attorno a lei raccorda le scelte della sua vita, rettifica i progetti, coltiva gli interessi, adatta i gusti, corregge i difetti, modifica il suo carattere, sempre in funzione della sintonia con lei (…). L'amore per Cristo, se non ha il marchio della totalità, e' ambiguo”.

Ci troviamo dinanzi a espressioni, nelle quali non è difficile scorgere la radicalità della scelta che si opera, il tormento interiore in cui si macera e si matura l’anima che anela veramente alla verità e all’amore, l’umanità intera che ricerca il confine estremo da varcare per penetrare nella Realtà vera della pace e dell’armonia universale. Totalità completa e disponibilità estrema a seguire sempre con fedeltà gli impulsi dell’intimità del proprio animo, seguendone la voce interiore, senza alcun rispetto nei confronti di soluzioni accondiscendenti e compromissorie. Radicalità estrema: innamorato dell’umanità e devoto della natura creata dall’Amore, don Quintino si lascia affascinare dalla Totalità, nella cui prospettiva deve essere riconsiderato ogni aspetto terreno, dal vincolo di famiglia al dovere sociale, dall’impegno nel mondo alla vocazione del mondo, dal senso vero del singolo uomo creato dall’Amore al significato autentico dell’intera storia dell’umanità in cammino faticoso e lento, ma inarrestabile e sicuro verso la Divinità autentica. Con audacia, allora, ripudia ogni modalità di pensare e di agire grettamente umano e angustamente terreno, e va alla ricerca di una modalità più convincente: la trova nella solitudine pensosa della sua anima, immerso in un silenzio assoluto perché potesse ascoltare la voce dell’Amore. La trova; la fa sua, la vaglia, la pondera fino a condividerla, in quanto maggiormente confacente agli aneliti nascosti della sua anima. Tutte le conquiste che compie nella meditazione solitaria non le tiene per sé, perché l’Amore è diffusivo, ma le partecipa al “popolo di Dio”: ogni giorno, infatti, scende dalla cima del suo eremo e va a valle, nei paesi, tra le comunità locali, in mezzo alla gente, ne ascolta le confidenze e i problemi, dà i suoi suggerimenti, propone i suoi consigli, ma soprattutto sta attento a riferire il più fedelmente possibile ciò che intuisce che Dio vuole dire per mezzo della sua bocca. E porta sempre e dovunque conforto nella sofferenza e sostegno nel cammino sulle strade dell’amicizia e della solidarietà.

Gli anni, durante i quali don Quintino matura le sue scelte, sono quelli in cui si combatteva la seconda guerra mondiale e quelli immediatamente successivi: la guerra era stata il conflitto più cruento che la storia ricordi. Iniziato il 1 settembre 1939 con l’invasione della Polonia, avrebbe incendiato in Europa, prima, e si sarebbe esteso, poi, ad altri continenti. La sua durata sarebbe stata drammaticamente lunga: si sarebbe concluso, infatti, solo il 2 settembre 1945 in Estremo Oriente, dopo il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Erano stati sei lunghi e dolorosi anni di guerra, con un carico di morti e di distruzioni, che lasciò aperte vaste e laceranti ferite in tutto il mondo destinate a far soffrire ancora, per lungo tempo, interi popoli. Il conflitto, che taluni s’illudevano potesse concludersi rapidamente, aveva ucciso milioni di uomini e di donne, aveva bruciato energie e risorse, e aveva devastato intere città e regioni.

Nelle pagine di storia di quegli anni sono conservate le memorie dei drammi che obbligavano gli uomini del tempo a prendere, con decisioni spesso difficili e dolorose, netta posizione da che parte stare: dalla parte dell’egoismo opportunistico o della verità scomoda, dalla parte del compromesso o della giustizia, dalla parte dell’ipocrisia sociale o della fedeltà alla propria anima. Sono pagine di storia ancora aperte, e che ancora ci interpellano personalmente; la seconda guerra mondiale, infatti, ci rende tutti consapevoli di quali nefandezze può essere capace l’uomo, quando giunge al disprezzo di se stesso e alla violazione dei diritti umani.

Don Quintino fece le sue scelte. Nel maggio 1939, arruolatosi nel corpo della Guardia di Finanza, veniva assegnato alla Brigata di Frontiera di Chiavenna; nel gennaio del 1941 veniva mobilitato per il fronte Greco-Albanese, e durante il 1942-1943 partecipa alle operazioni di guerra nei Balcani. Lo scrittore Duilio Farneti, “compagno d’arme” di don Quintino, racconta le terribili situazioni che dovettero affrontare i Finanzieri del proprio battaglione (il 3°); Quintino era stato assegnato al 1° battaglione, ma anch’egli – riferisce il Farneti - “finì nell’inferno dell’eccidio di Cefalonia, da dove poi uscirà miracolosamente illeso”. Dopo essere stato aggregato alla Compagnia Deposito di Roma, dalla fine del 1943 fino al maggio del 1945 è partigiano con la II^ Brigata “Garibaldi”, viene catturato dai Nazifascisti, ma riesce a evadere dal carcere e, travestito da sacerdote, raggiunge in bicicletta l’Italia del Sud liberata; rientra nel Corpo della Guardia di Finanza presso il Circolo di Brescia; nei primi mesi del 1946 è promosso sottobrigadiere e viene assegnato prima alla Compagnia di Bolzano, poi alla Brigata di confine col Brennero e, infine, al Nucleo Polizia Tributaria di Trento. Inizia, da questo momento, il lungo periodo di riflessione che accompagnerà Quintino fino alle sue decisioni definitive, per ubbidire cristianamente alla voce del Dio che è la pace.

3. 1989 – 2009. Il “nuovo disordine mondiale” e il suo superamento

I vent’anni che intercorrono dal 1989 al 2009 hanno fatto registrare in ogni campo – culturale, politico, economico, giuridico, religioso e anche militare - mutamenti così radicali che non è eccessivo affermare che è stato stravolto l’intero assetto del mondo, che è stato generato un innegabile “nuovo disordine mondiale”. Se impegnarsi per l’avvento della pace e dell’amore significa difendere l’ordine e l’armonia del mondo e dell’umanità, consegue che in questi venti anni hanno trionfato la guerra e l’odio. E se il “cuore della pace” è la persona umana, consegue che in questi venti anni è stata violata la dignità dell’uomo e dei popoli. E se è così, occorre porre mano urgentemente a ogni iniziativa che possa far superare problemi e contrasti, al fine di ristabilire il più possibile il rispetto dell’ordine del mondo e dell’armonia sociale fra gli uomini e tra i popoli. Opportune quanto mai, quindi, si offrono le indicazioni che provengono dal messaggio e dalla testimonianza di don Quintino: rimeditare le ragioni profonde, che hanno determinato a suo tempo le sue scelte e il suo comportamento, è un ottimo modello, che può guidare le nostre menti e i nostri cuori nell’operare oggi le nostre valutazioni.

Parlare di “nuovo disordine mondiale” potrebbe sembrare un quadro forse pessimistico o comunque sproporzionato. Ma non è così, in quanto non è difficile rendersi conto che ci troviamo di fronte a situazioni vere ed effettive.

Partiamo dalla considerazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. Essa è preceduta da un Preambolo, che si articola in sette punti, i quali, iniziando tutti con le parole “Considerato che”, fanno intendere che si tratta di una serie di giudizi e valutazioni condivisibili da tutti.

Nel primo punto si afferma che il “fondamento della pace nel mondo” è costituito dal riconoscimento di uguali diritti “a tutti i membri della famiglia umana”. La formula, forse un po’ retorica, è densa di significato: richiama l’esordio della Carta delle Nazioni Unite, sottoscritta, tre anni prima nel 1945, dai rappresentanti di cinquanta stati, i quali si proclamavano anzitutto “decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra”, convinti della necessità di “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo”. Sono due documenti, nei quali è assolutamente chiaro il rifiuto della guerra, ma è altrettanto certo il rapporto strettissimo di esclusione reciproca tra guerra e diritti: la guerra è la negazione dei diritti fondamentali dell’uomo (in quanto li disconosce e li viola), e i diritti dell’uomo ripudiano la guerra, togliendole qualunque elemento di legittimità.

Nel secondo punto, riprendendo il messaggio di Roosevelt al Congresso degli Stati del 5 gennaio 1941, si affermano le famose “quattro libertà”: di parola, di credo, dal timore (o dal terrore) e dal bisogno. Anche in queste affermazioni non manca la retorica dovuta a notevole carica emotiva. Ma proprio questo richiamo impreciso e generico ci fa riconoscere in esso l’ideologia “europea e occidentale”: cioè, “l’ideologia della libertà”, nel senso che indica una visione politica e culturale del mondo, una forma quasi di autorappresentazione collettiva non immune da falsa coscienza.

Si sa che la rappresentazione dell’Europa prima e dell’Occidente poi, come terra della libertà, è una costruzione ideologica, accompagnata dal grande pregiudizio, secondo cui esistono popoli per natura e per cultura “servili”, destinati, quindi, a soggiacere a ogni forma di dispotismo. Qualche volta, nella sua lunga storia (soprattutto in età moderna con la dottrina dei diritti naturali), l’Occidente ha tentato di svincolarsi da questa sua pesante ombra: ha riconosciuto, pertanto, che il modello di vita libera ha valore universale grazie al valore universale dei diritti umani, e ha accettato la verità, secondo cui pregiudizi da combattere, oscurantismi da rischiarare, errori e orrori da eliminare esistono ovunque, anche quindi in Occidente, in cui, dopo la barbarie nazifascista, non si poteva più evocare un Occidente patria di libertà.

Ed è qui il paradosso: dopo la sconfitta del nazifascismo, anzi proprio in virtù di essa, è rinata, ancora una volta e in forma nuova, la ideologia di un Occidente depositario della libertà degli uomini. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, infatti, nasce insieme alla “cortina di ferro”, con la più rigida contrapposizione tra Oriente e Occidente che la storia abbia conosciuto. E l’Occidente è tornato a identificarsi come il solo mondo libero, anche se nel corso degli anni ha screditato moltissime volte questa sua immagine: chi può dimenticare il sostegno dell’Occidente, quando non la stessa creazione, di regimi autoritari e liberticidi dentro e fuori del proprio emisfero, regimi responsabili di violazioni efferate dei diritti fondamentali, e pur di volta in volta giustificati in nome della difesa della libertà contro la minaccia del nuovo dispotismo dell’Oriente?

Si poteva sperare, e in molti abbiamo sperato nel 1989, che la caduta del muro (materiale e metaforico) potesse finalmente creare le condizioni politiche per una pace durevole, se non perpetua, e, con essa, per una realizzazione effettiva dell’universalità dei diritti dichiarata quarant’anni prima dall’assemblea “quasi universale” delle Nazioni Unite. E invece il tentativo di costruzione di un nuovo ordine mondiale ha preso tutt’altra strada.

Infatti, dal 1991 la guerra, pure messa al bando dalla Carta dell’Onu e dalla Dichiarazione universale, è tornata a imporsi, nella realtà e nella coscienza diffusa, come la condizione normale della politica internazionale. L’ideologia della libertà – riaffermata e anzi rifondata sulla dichiarazione dell’indissolubilità del vincolo tra diritti e pace – si è pervertita; anzi capovolta: la nobile idea della pace attraverso i diritti è stata rovesciata nell’idea perversa dei diritti attraverso la guerra.

Le “nuove” guerre globali che si sono succedute negli ultimi vent’anni possono essere considerate le tappe progressive di questo rovesciamento. L’antefatto lo troviamo nella guerra del Golfo nel 1991: una guerra concepita come mezzo per ristabilire il diritto (internazionale) violato, violando il medesimo diritto. Poi, nel 1999, la Serbia: una guerra presentata come forma di legittimo soccorso a popolazioni civili (figura, pare, piuttosto insolita) per tutelare i diritti violati, punire i colpevoli e riparare i torti (figure, queste, riprese dalla dottrina della guerra giusta). Dopo, nel 2001, l’Afghanistan: una guerra giustificata come legittima difesa, ma da molti in realtà vissuta negli Stati Uniti come legittima vendetta, per la repressione di crimini contro l’umanità da parte di chi li ha subiti o potrebbe ancora subirli. Infine (almeno per ora), nel 2003, l’Iraq: una guerra giustificata con lo scopo di prevenire crimini eventuali, distruggendo mezzi di distruzione di massa, e dopo che questi sono risultati inesistenti, con lo scopo di instaurare libertà e democrazia. Il rovesciamento si compie con la dottrina occidentale, che proclama l’universalizzazione di questo obiettivo.

Il nucleo di questa ideologia capovolta possiamo riassumerla in questi termini: la comunità internazionale ha il diritto-dovere di reprimere e/o prevenire, anche con mezzi estremi, i mali estremi, cioè le violazioni di massa dei diritti umani, i crimini contro l’umanità. Ma, se le istituzioni proprie della comunità internazionale non decidono di intervenire, o non sono in grado di farlo, o comunque non lo fanno, o non potrebbero farlo tempestivamente ed efficacemente, non per questo viene meno l’obbligo di tutelare anche con la violenza i diritti violati e di scongiurare con repressioni preventive altri crimini futuri: in quanto obbligo universale, esso spetta all’umanità, ossia alla generalità degli stati, e, quindi, dei singoli stati o di gruppi di stati; in casi estremi, per assolvere a questo obbligo, si può considerare tale atto bellicoso, proprio in virtù del suo scopo, atto “umanitario” (come in effetti è stata definita la guerra contro la Serbia).

Ci troviamo precipitati in un grave enorme “nuovo disordine mondiale”, che abbiamo il dovere di comprendere il più a fondo possibile e cercarne le possibili vie d’uscita. Del resto, il tipo di civiltà, che è iniziato a formarsi già da qualche secolo, ha condotto l’uomo a concludere che l’umanità è mortale; e – fatto molto significativo – l’umanità ha cominciato a rendersene conto. L’umanità ha capito la minaccia della guerra atomica: l’arma atomica avrebbe potuto distruggere l’intero genere umano. E l’umanità ha saputo intelligentemente porre fine a simile minaccioso pericolo, eliminando la cosiddetta “guerra fredda” e realizzando quella forma di pace, che potremmo definire dell’arca di Noè, in quanto solo la paura del reciproco completo annullamento teneva insieme animali ed esseri così diversi e tra di loro incompatibili.

Ma proprio questo fatto ha posto l’umanità di fronte a problemi, ai quali non aveva fatto in tempo a prepararsi. Profondi processi hanno mutato fortemente le condizioni di vita sulla terra, e nel secolo appena passato hanno avuto tale accelerazione che hanno originato impetuosamente una nuova realtà, creata in pratica dalle mani dell’uomo e, quindi, artificiale. L’uomo si era posto lo scopo di addomesticare e di sottomettere la natura, e ci è riuscito in larghe parti del mondo: questo gli ha fatto immaginare d’essere il dominatore della natura, tanto da fare di essa tutto quanto serviva ai suoi bisogni. Ma queste vittorie gli si sono rivoltate contro. Nel processo di sfruttamento della natura, infatti, nascevano problemi colossali, che non venivano risolti a tempo dovuto, in quanto la loro soluzione aveva bisogno di interventi globali e richiedeva azioni comuni a livello mondiale. Ma “la guerra fredda” e la pace forzata lo impedivano.

Nel corso di quest’ultimo ventennio, però, i problemi si sono rivelati in tutto il loro aspetto di serietà e di minacciosità. Oltre ai problemi in sé, sono venute emergendo sempre più chiaramente molte contraddizioni rimaste a lungo nascoste: nella realtà, infatti, il sistema artificioso creato dall’uomo aveva originato una profonda alienazione dell’uomo, assolutamente inaccettabile per una umanità veramente civile: l’uomo si è estraniato sempre più da se stesso, riducendosi a un “ingranaggio” ai margini dei meccanismi statali ideologizzati. Anche in questo caso s’è verificato un capovolgimento dei termini: l’uomo, anziché essere il fine da rispettare in ogni attività umana diventa il mezzo, di cui si servono tutte le iniziative dei potenti di turno. La persona umana, da cuore dell’organismo dell’umanità, è ridotta a elemento strumentale, di cui servirsi quando è efficiente e da espellere come inutile scoria , quando non ha una rilevante capacità produttiva.

Inoltre, diveniva sempre più evidente l’usura dei valori, su cui si fondava il sistema socio-politico occidentale: erano valori che rispondevano certamente alle eterne esigenze dell’uomo, ma che si rivelavano sempre più soggetti alla corrosione: scomparendo l’ambiente in cui si erano formati come fattori di progresso, divenivano sempre più privi di significato. Al di là, infatti, d’ogni valutazione critica della forza e della debolezza del collettivismo dell’oriente precursore di dittatura, è necessario riflettere anche sullo stampo consumistico dell’individualismo occidentale, che sprona l’uomo al benessere dell’avere e al profitto a ogni costo. E’ ormai necessario un confronto tra i due “vecchi blocchi”, in quanto i problemi originati dalla loro crisi li abbiamo tutti davanti agli occhi. Sono i problemi globali dell’ecologia, dell’economia mondiale, della demografia, dell’energia, dell’alimentazione, della medicina e della sanità. E questi problemi globali sono collegati e dipendenti con i problemi politici interni a ciascuna nazione e internazionali.

La caratteristica propria del mondo moderno è quella d’essere un tutto intero, un tutto unico e interdipendente, negli eventi positivi e nelle vicende negative. In questi anni, purtroppo, parliamo di situazioni negative, per cui dobbiamo prendere atto che il disordine nuovo è davvero “mondiale”.

4. Don Quintino e la “riscoperta” di valori per la pace nel nostro tempo

Di fronte a questa situazione, ciascun uomo deve porsi oggi, come fece don Quintino a suo tempo, alcune domande fondamentali, tra cui queste quattro basilari: chi è l’uomo moderno? Che cosa è il mondo che è cambiato? Che cosa c’è di nuovo nel rapporto dell’uomo con il mondo? che cosa significa il passaggio della civiltà dalla condizione precedente alla situazione nuova? Sono quattro domande che deve porsi il singolo uomo, ma che esigono risposte totali, in quanto coinvolgono l’umanità intera. E, sempre facendoci guidare dallo spirito dei messaggi lasciatici dal nostro Servo di Dio, tentiamo qualche risposta adeguata.

In primo luogo, il fenomeno della globalizzazione, e quindi il carattere di integrità del mondo, esigono cambiamenti di valori o, se si vuole, nuovi punti di vista sul significato dei valori millenari, che rispondono alla natura dell’uomo e lo distinguono in quanto essere sociale e come essere spirituale, cioè, un essere che non è fatto per vivere da solo senza gli altri o addirittura contro gli altri, ma per stare e collaborare insieme agli altri e, inoltre, un essere fatto non solo per l’appagamento di bisogni materiali e biologici, ma anche per la soddisfazione di bisogni di natura morale e spirituale. Si tratta di valori, che ci fanno andare al di là dell’uomo a una o più dimensioni, e donano le grandezze dell’integralità della natura umana. Sono i valori che, in maniera differente e a livelli diversi, hanno trovato il loro riflesso nelle religioni mondiali e nei grandi insegnamenti dell'umanesimo; e si tratta di valori che gli Stati, i movimenti, le società hanno sostenuto e sostengono sempre, più o meno ipocritamente, d’aver fatto propri, anche se spesso li hanno quasi sempre infranti con impudenza, falsificandoli e trasformandoli in armi del male. Ma è giunto il tempo in cui tali valori, nella loro interpretazione moderna, dovranno diventare la condizione indispensabile per salvaguardare lo stesso genere umano. Ovviamente questi cambiamenti non possono essere attuati mediante la forza o addirittura la guerra. E’ vero che conflitti e guerre sono stati parte integrante della storia degli uomini, per cui si può concludere che la violenza nel passato è stata ineluttabile; ma tuttavia, man mano che ci avviciniamo al nostro tempo, ci appare sempre più chiaro che la forza militare in sé non può risolvere alcun problema di natura morale e spirituale. E’ giunto il tempo di pensare alle vittime dei tragici errori ideologici: a cominciare dalle Crociate per arrivare alla “guerra fredda”. Errori che, oltre ad aver lasciato milioni e milioni di vittime innocenti di un terrore sfrenato e disumano, hanno deformato terribilmente la coscienza dei popoli. Se gli uomini sono seriamente preoccupati del loro futuro, è giunto il tempo di curare le anime malate e trascurate.

In secondo luogo, l’aspetto più serio della malattia, di cui soffre l’umanità, è la crisi nei rapporti tra uomo e natura, cioè la crisi ecologica. In essa si sono unite le conseguenze di vari processi: lo sviluppo senza ritorno della sfera tecnica, che distrugge la natura (compreso l’uomo), la cosiddetta esplosione demografica, la sfrenata sete di consumo (nella parte più sviluppata del mondo), la frattura profonda tra i livelli socio-economici nei vari Paesi e nelle diverse regioni.

In terzo luogo, un altro aspetto della grave situazione di oggi è quello della crisi dei principi, su cui deve fondarsi uno sviluppo sociale equo e giusto. Anche in questo campo non si può costruire e imporre con la forza un sistema di equità; s’impone sempre più legittimamente un cammino pacifico di evoluzione, attraverso riforme e tappe che assicurano la profondità del cambiamento con il minimo dei costi. Questa crisi della civiltà ha già portato agli uomini danni enormi: ha indebolito i legami sociali, i fondamenti della famiglia, i principi morali; e tutto sembra programmare l’autodistruzione. Dopo la “guerra fredda” la comunità mondiale sembrava che avesse le mani libere, per occuparsi dei nuovi gravi problemi, che minacciavano la sua realtà globale; invece, nonostante gli innumerevoli incontri al vertice, i congressi, le trattative, finora non si vedono risultati utili. Ai responsabili del governo dei popoli mancano ancora la dovuta valutazione precisa delle conseguenze delle loro azioni, un adeguato livello di responsabilità e una maggiore capacità di interazione a livello nazionale e internazionale.

Ci sono, però, le possibilità di superare l’attuale “disordine mondiale”. In fin dei conti la fonte dei problemi contemporanei non è all’esterno a noi uomini, ma è dentro di noi, nel nostro rapporto reciproco, nel nostro rapporto verso la società e verso la natura. Tutto il resto è un derivato. Dobbiamo innanzi tutto cambiare noi stessi. Servono senza dubbio soluzioni politiche e tecniche, ma non daranno nulla di concreto, se non saranno preparate, accompagnate, continuamente rafforzate da un radicale rinnovamento intellettuale, da una purificazione morale. Non è una conclusione pessimistica, ma una constatazione veritiera: i più grandi rivolgimenti della storia, infatti (si pensi all’origine dello stesso Cristianesimo), sono sempre stati preceduti da rivolgimenti delle coscienze. E noi ormai ci siamo lasciato alle spalle un’intera epoca storica e stiamo entrando in un nuovo mondo, ma non abbiamo ancora una coscienza adeguata di dove ci troviamo e dove stiamo andando. Sono avvenuti spostamenti giganteschi, che hanno posto al centro di tutti gli sforzi politici, spirituali e morali il compito dei compiti, quello di assicurare la sopravvivenza del genere umano e di tutto l’ecosistema. Per fare questo è necessario convincersi che la cosiddetta “civiltà tecnologica”, dopo che è giunta a contrapporre l’uomo alla natura circostante, ha esaurito il suo potenziale, per cui sta diventando prevalentemente distruttiva.

In breve: è giunto il momento di scegliere una nuova direzione di sviluppo universale, di cui si possono individuare almeno due tratti generali. In primo luogo, è necessario finirla con le guerre economiche, di classe, ideologiche; è necessario respingere la forza come strumento politico; è necessario che la collaborazione elimini la competitività; bisogna instaurare la civiltà della tolleranza reciproca, in cui vincano i principi della tolleranza in tutte le culture, della comprensione e dell’uso della differenza come fattore di progresso, accrescendo sempre di più la nostra capacità di considerare moralmente irrilevante un numero sempre maggiore di dissomiglianze fra gli esseri umani.

In secondo luogo, l’Uomo non è più una tabula rasa, su cui il potente di turno può scrivere la storia. Sono sempre più numerosi gli uomini che hanno accesso a informazioni ingenti, per cui non sono più prigionieri di ciò che viene loro raccontato, ma cercano risposte per conto proprio, perché non si accontentano di quelle date loro dai politici e dalle guide religiose. Si osservano chiari segni di lotta dello spirito umano, che si ribella sempre più decisamente contro tutte le forze che hanno impedito o che vogliono continuare a impedirgli di guardare intorno senza pregiudizi: si tratta di grandi rivoluzioni spirituali, che costituiscono una preziosa fonte di energia creativa e di slancio morale, elementi essenziali per superare la crisi della nostra civiltà. Il rendersi intellettualmente e moralmente autonomi ha consentito a un numero sempre maggiore di uomini di ampliare le possibilità di capire e di assimilare la realtà, ma ha indebolito le basi morali della convivenza umana: è giunto, ora, il tempo di definire alcune norme morali, dalle quali devono essere penetrati i principali valori umani universali. Si tratta dei valori del primato della spiritualità sulla materialità, della solidarietà sulla competitività, dell’altruismo sull’egoismo, della reciproca integrazione sulla reciproca eliminazione. Sono i valori testimoniati dal Servo di Dio don Quintino, che ci suggerisce indicazioni quanto mai utili e attuali, perché possiamo realizzare, anche ai nostri giorni, uno sviluppo a dimensione d’uomo. Oggi l’Uomo e l’Umanità si trovano in un momento di scelta: è giunto il momento in cui ogni uomo, ogni popolo, ogni nazione deve capire qual è il suo posto e il suo ruolo nello sviluppo mondiale. E’ indispensabile un impeto intellettuale e morale in questa nuova dimensione. Questo significa che dalla qualità della situazione spirituale degli uomini dipendono il cammino e la costruzione della pace universale.

Qual è il contributo specifico che il cristiano, in quanto seguace del Cristo, può e deve dare alla soluzione di questi problemi e alla costruzione della pace nel mondo?

L’aspirazione alla pace è comune a tutti gli uomini in ogni parte del mondo; il credente in genere e il cristiano in particolare debbono, in quanto tali, accogliere e valutare quest’aspirazione con responsabilità nel suo doppio aspetto di dono e di compito. Se è vero che la pace tra gli uomini rappresenta un impegno che non conosce sosta, è anche vero, anzi lo è di più, che la pace è il dono, che viene offerto quotidianamente agli uomini dall’universo in cui vive. La pace, infatti, è una caratteristica dell'essere e del comportarsi dell’universo intero, che si manifesta sempre nella regolarità del suo ordine e della sua armonia: ciò per l’uomo costituisce una straordinaria chiave di lettura, che lo introduce alla comprensione del senso autentico della sua stessa esistenza sulla terra. A noi sembra che don Quintino abbia intuito e meditato questo messaggio posto dal Creatore in tutto il creato e abbia agito con grande consequenzialità. La settima beatitudine del Vangelo dice: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Questa beatitudine, insieme con quella dei misericordiosi, è l’unica che non dice come bisogna “essere” (poveri, afflitti, miti, puri di cuore), ma cosa si deve “fare”; e il Servo di Dio “ha fatto pace”, non nel senso, però, che si è riconciliato con i suoi nemici, bensì nel senso che ha aiutato i nemici a riconciliarsi; ha amato tanto la pace che non ha avuto paura di compromettere la propria pace personale, al fine di procurare la pace tra quanti trovava divisi tra di loro; “ha fatto pace”, soprattutto vincendo la lotta contro se stesso, contro il disordine della sua vita giovanile e contro gli errori che, in quanto creatura debole, inevitabilmente commette. Nell’antica Roma pacificatore era detto il sovrano, soprattutto l’imperatore romano. Augusto metteva in cima alle proprie imprese quella di aver stabilito nel mondo la pace, mediante le sue vittorie militari, e a Roma fece erigere il famoso altare della pace. Anche i cristiani sono operatori della pace: di quella pace, che promuovono mediante vittorie, ma – come don Quintino Sicuro - vittorie su se stessi e non sui nemici, non distruggendo il nemico, ma distruggendo l’inimicizia.

Per i cristiani il vero e supremo “operatore di pace” non è un uomo, ma Dio stesso. Proprio per questo quelli che si adoperano per la pace sono chiamati “figli di Dio”: perché somigliano a lui, imitano lui, fanno quello che fa lui. Pace non indica solo ciò che Dio fa o dà, ma anche ciò che Dio è. Questa concezione è presente soprattutto nella religione ebraico-cristiana; infatti, quasi tutte le religioni fiorite intorno alla Bibbia conoscono mondi divini in guerra al loro interno. I miti sull’origine del mondo dei babilonesi e dei greci parlano di divinità, che si fanno guerra tra loro. Su questo sfondo si può meglio cogliere la novità assoluta della dottrina della Trinità come perfetta unità d’amore nella pluralità delle persone. Anche di Cristo è detto che “è” lui stesso la nostra pace (Ef. 2, 14-17), per cui, quando dice: “Vi do la mia pace”, egli ci trasmette tutto lui stesso, tutto quello che è. E’ chiaro, allora, cosa significa per i cristiani essere operatore di pace. Non si tratta d’inventare o di creare la pace, ma solo di trasmetterla, cioè, di lasciar passare la pace di Dio e la pace di Cristo sul mondo e sull’umanità. Noi non dobbiamo né possiamo essere sorgenti di pace, ma solo canali della pace. In concreto, la pace è – riprendendo il pensiero di sant’Agostino - “la tranquillità dell’ordine”; basandosi su di essa san Tommaso dice che nell’uomo esistono tre tipi di ordine: con se stesso, con Dio, e con il prossimo e, di conseguenza, esistono tre forme di pace: la pace interiore, con la quale l’uomo è in pace con se stesso; la pace per cui l’uomo sta in pace con Dio, conformandosi pienamente alle sue disposizioni; e la pace riguardo al prossimo, per cui si vive in pace con tutti. San Giacomo nella sua Lettera dà indicazioni pratiche su ciò che favorisce o che ostacola la pace: “Dove c'è gelosia e spirito di contesa - scrive -, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall'alto, invece, è anzitutto pura; poi è pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia, senza parzialità, senza ipocrisia” (Gc 3, 16-18).

E’ da questo ambito personalissimo che deve partire ogni sforzo di costruire la pace. La pace è come la scia di un vascello che va allargandosi all’infinito, ma comincia con una punta, e la punta è, in questo caso, il cuore dell’uomo. Oggi si apre davanti agli operatori di pace un campo di lavoro nuovo, difficile e urgente: quello di promuovere la pace tra le religioni e con la religione, cioè sia delle religioni tra di loro, sia dei credenti d’ogni religione con il mondo laico non credente.

Il motivo che permette un dialogo serio tra le religioni - fondato non solo sulle ragioni di opportunità che conosciamo bene, ma su un solido fondamento teologico - è che “abbiamo tutti un unico Dio”: è questa la verità, da cui anche san Paolo partì nel suo discorso all’areopago di Atene. Ciascuno di noi può avere, così come in realtà ha, idee diverse su Dio (per noi cristiani Dio è “il Padre del Signore nostro Gesú Cristo” che non si conosce pienamente se non “per mezzo suo”), ma sappiamo bene che di Dio non ce ne può essere che uno, che è Padre di tutti, al di sopra di tutti, e agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti, come San Paolo ricordava agli Efesini.

I credenti, inoltre, non possono lasciarsi andare a risentimenti e polemiche neanche contro il mondo laico e secolarizzato. Accanto al dialogo e la pace tra le religioni, quindi, si pone già un altro traguardo agli operatori di pace: quello della pace tra i credenti e i non credenti, tra le persone religiose e il mondo secolare, indifferente o ostile alla religione. Sarà questo un altro banco di prova per ogni credente: dare testimonianza, anche con fermezza, della speranza che è in lui, ma farlo – come esorta san Pietro nella sua prima Lettera - “con dolcezza e rispetto” (1 Pt 2, 15-16). Rispetto che non significa tenere nascosto Gesú, per non suscitare reazioni, bensì ossequio dell’interiorità di ciascun uomo, che rimane nota solo a Dio, e che nessuno può violare o costringere a cambiare. Non è, quindi, un mettere tra parentesi la propria fede, ma un mostrare la propria fede con la vita.

Se questo è valido per il singolo credente, è quanto mai più pressante per le guide spirituali di tutte le religioni. Benedetto XVI, nel discorso pronunciato qualche settimana fa nella residenza del presidente Repubblica Shimon Peres, dove ha incontrato le principali autorità civili e religiose di Israele, ha scandito: i leader religiosi devono essere coscienti che qualsiasi divisione o tensione, ogni tendenza all'introversione o al sospetto fra credenti o tra le nostre comunità può facilmente condurre ad una contraddizione che oscura l'unicità dell'Onnipotente, tradisce la nostra unità e contraddice l'Unico Dio, che rivela se stesso come amore e fedeltà. "La sicurezza – ha ammonito - si basa sulla fiducia, non su blocchi di cemento", riferendosi al muro di divisione costruito da Israele per "controllare" l'ingresso dei palestinesi sul suo territorio, e ha voluto contrapporre l'immagine biblica di "un giardino ricolmo di frutti, non segnato da blocchi e ostruzioni", perchè la sicurezza, l’integrità, la giustizia e la pace, nel disegno di Dio per il mondo, sono inseparabili e sono il risultato congiunto dello sforzo dell’uomo e dell’amore di Dio per l’umanità; per questo risiedono come patrimonio comune nel cuore d’ogni uomo.

Melissano, 29 maggio 2009

Cosimo Scarcella

     
(alcuni momenti dell'incontro - dibattito del 29 maggio 2009, in occasione della commemorazione della nascita 
del Servo di Dio don Quintino Sicuro)