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Domenica 5 giugno 2005
l’Azione Cattolica di Melissano, intitolata al Servo di Dio don Quintino
Sicuro, ha festeggiato il suo ventennale di rifondazione. Infatti, nel
1985 l’Associazione ha ripreso a camminare nuovamente, dopo che nel 1975
i responsabili del tempo decisero di porre fine all’esperienza
associativa.
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Per l’occasione, nel piazzale antistante la chiesa di Gesù
Redentore, i ragazzi dell’Azione Cattolica hanno organizzato una
festa e raccontato la loro storia tramite scenette, cartelloni,
nostra fotografica e canzoni. |
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Ai partecipanti è stato
distribuito l’opuscoletto preparato per l’evento con, tra gli altri, il
seguente articolo:
Caro
“Amico” ti scrivo
di
Giannina Scarcella
| Caro don Quintino, siamo
giunti al ventesimo anno di AC. Leggendo gli articoli che l’ACR, i
giovani e i giovanissimi hanno scritto, ho letto in quelle righe l’amore
che c’è tra di loro ed anche l’amore che hanno verso Dio. Per tutto
questo devo ringraziare soprattutto te che in questi anni sei stato per
noi di Azione Cattolica un dito puntato verso Dio che sempre ci ricorda
il grande debito d’amore nei suoi confronti. |
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Con le tue poche ma
stupende frasi mi hai aiutato a guardare verso il cielo e a mirare in
alto: “Ora sì che posso dirmi veramente ricco; possiedo il tesoro dei
tesori: Iddio. Ogni altra cosa è vanità che ben presto si chiude nel
passato” “Con la silenziosa, ma attivissima vita di amore, guarire il
mondo dal pernicioso male moderno, che non è diciamo l’azione, ma il
frastuono dell’azione non vivificato dallo Spirito di Dio” “La tua vita
è triste, perché ne fai fatto un deserto. Tu devi popolare questo
deserto, devi fare entrare gli altri. Nella tua vita devi fare entrare
gli altri”.
Sono frasi che mi hanno
aiutato soprattutto quando qualcuno mi ha spronato a prendermi cura dei
ragazzi mentre qualcun altro mi diceva che non ero all’altezza di
portare avanti questo compito. Mi dicevano che i ragazzi avevano bisogno
di persone qualificate, invece io ero una persona timida che si
vergognava anche di parlare. Ma con la tua vita semplice mi hai fatto
capire che quello che conta nella vita è amare. Ed è questo che ho
cercato di fare senza preoccuparmi più di tanto dei miei limiti e delle
mie insicurezze.
La nostra AC ha
attraversato dei momenti in cui la comunità non ne comprendeva la natura
e il compito. Ci veniva chiesto:” voi che fate per Melissano?”. Noi
sempre li a spiegare: “educhiamo le coscienze!”. Per noi voleva dire
molto ma per gli altri, che forse non conoscevano la nostra identità,
questo significava poco o niente.
Ti assicuro che sono
stati anni bui quando, con tanto lavoro, nelle stanze di casa Tundo,
cercavano di aiutare i ragazzi a leggere la loro vita e a confrontarla
con il Vangelo e sentivamo da parte di molti della nostra parrocchia un
moto di sfiducia nei nostri confronti. Questo è un compito arduo ma lo
era soprattutto per noi. Anche noi non avevamo molta intimità con la
Parola di Dio e spesso ci ritrovavamo soli, senza un sostegno ed un
aiuto da parte di chiunque. Abbiamo fatto tanti errori a causa della
nostra inesperienza. Tantissimi ragazzi, che ci venivano affidati dopo
la cresima, sono passati per le stanze di casa Tundo come una meteora e
di loro non ci resta neanche il ricordo del nome o del volto. Ci siamo
sempre chiesti cosa non andasse. Abbiamo continuamente verificato il
nostro modo d’essere educatori e cristiani per cercare di migliorare la
nostra presenza nella comunità parrocchiale e qualificare sempre meglio
il nostro servizio educativo.
Anche fra di noi le cose
non sono state facili: sono nate scelte diverse che ci hanno
allontanati, sono state prese decisioni non capite; il disimpegno,
l’amarezza, le delusioni non sono mai mancati; alcuni rapporti di
amicizia che credevamo fossero profondi e importanti si sono rivelati
superficiali. Ma abbiamo sempre continuato a camminare insieme cercando
di mettere prima di tutto l’amore (che comunque ci univa) e la pazienza
(anche se non sempre ce ne era a sufficienza).
Noi ci siamo impegnati,
ma oggi rileggendo la nostra storia, non posso non comprendere che c’era
qualcosa o Qualcuno che ci univa nonostante i nostri ritardi e le nostre
durezze.
Oggi qualcosa è
cambiato: la mia comunità non ci chiede più cosa facciamo, l’assistente
è presente e attento a tutti i ragazzi e ai giovani garantendo quel
cammino spirituale necessario per ogni nostra scelta o attività. Ed io
per questo non posso che essere contenta, anche se i problemi non sono
finiti: siamo in tanti e farsi capire da tutti non è sempre facile. Ma
sono sicura che neanche questa volta lo Spirito Santo ci lascerà soli.
Oggi mi sento più forte
perché ho capito che amare solamente non basta, bisogna anche pregare,
ed io prego. Prego per i giovani a me affidati, per l’AC, per la mia
comunità perché ho capito che i miei giovani vivono nella comunità e non
posso dividere le due cose.
Caro don Quintino, ora
comprendo che prima con i ragazzi dell’ACR e poi con i giovani, in
questi anni non sono stata io ad aver dato a loro, ma loro hanno dato a
me. I ragazzi mi hanno dato la gioia e l’entusiasmo tipico della loro
fanciullezza; i giovani mi hanno fatto entrare nel loro mondo così
diverso per certi aspetti dal mio. Sono stati compagni di viaggio con
cui abbiamo costruito rapporti veri che recano gioia al cuore; rapporti
basati sulla sincerità, sulla stima e questo non soltanto con i giovani
ma anche con le loro famiglie.
In questi venti anni i
loro genitori sono stati sempre accanto a noi in silenzio ma sempre
pronti ad aiutarci se avessimo avuto bisogno di qualcosa. Con la loro
presenza ci hanno dato tanta forza e coraggio.
Mi sono così
ritrovata con una famiglia numerosa e felice; si perché loro per me sono
i miei fratelli e le mie sorelle e insieme abbiamo condiviso momenti di
festa ma anche di dolore.
Oggi non
posso che ringraziare Dio per tutte le cose che in questi anni mi ha
donato, sia quelle brutte perché mi sono servite per verificarmi, e per
quelle belle perché mi hanno incoraggiato senza inorgoglirmi.
Voglio
salutarti con una tua frase a me molto cara: “Ho dal Padre nella stessa
misura in cui ho dato, cioè tutto, perché ho dato tutto”. |