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 Eremo S. Alberico - omelia del 29 agosto 2009
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Mons.  Lanfranchi

 Anche quest’anno siamo stati attratti dal fascino di questo eremo, dalla devozione a S. Alberico, dall’amicizia con don Quintino e fratel Vincenzo  che certamente dal cielo partecipano a questa liturgia.

Saluto con particolare affetto e gratitudine mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro; tra le Chiese c’è una comunio santorum; partecipiamo alle cose sante, in particolare all’eucaristia che si fa una, ma in questo caso partecipiamo anche ai Santi, facciamo una comunio santorum, una comunio di Santi. È vero che ogni Santo è di tutta la Chiesa, è di tutta l’umanità; S. Alberico lo è in particolare di queste due Chiese.Ed è bello sentirsi uno anche nel suo nome, nel fatto che lo prendiamo come modello della nostra salita a Dio che vuol dire anche discesa in mezzo al popolo cristiano  nel segno del cielo, nel segno della paternità e dell’amicizia.

Saluto in particolare anche gli amici di Melissano che ogni anno ci onorano della loro presenza e di tutti voi. Ci sentiamo davvero un cuore solo e un’anima sola e vogliamo che questi legami siano purificati ancora di più, per questo accogliamo il perdono del Signore.

Mons. Luigi Negri, vescovo della diocesi di San Marino-Montefeltro

              Sia lodato Gesù Cristo.

 Molti anni fa, nel periodo degli studi universitari, un mio grande maestro mi mostrò un testo brevissimo di un antico eremita medioevale; in questo testo si scriveva: “Ho capito che tutta la vita mi è stata data per penetrare dentro il mistero di ciò che mi è accaduto e la tua memoria mi riempie di silenzio”. Il cuore profondo di Dio, quello che si è aperto per comunicarci la sua parola viva in Gesù Cristo e per comunicarci quindi tutta la verità su Dio e sull’uomo (come ci ha ricordato così spesso Giovanni Paolo II),  la profondità del cuore di Dio che si è aperto, che si è fatto carne in Gesù Cristo figlio di Dio, parola incarnata e che si è fatto e si fa misericordia quotidiana che sostiene la nostra vita, che la vivifica continuamente perché dalla misericordia di Dio siamo quotidianamente ricostituiti e rigenerati. Questo Dio però, che si è fatto parola di carne nel mistero del Signore presente nella Scrittura, questo Padre, nella sua profondità, è silenzio, è  silenzio totale; nel silenzio di Dio, nel silenzio eterno di Dio, il mondo sussiste. Nel silenzio di Dio l’uomo vive  la sua piccola ma straordinaria avventura di prendere sul serio il mistero di Dio o di rifiutarlo.

Nella vita della Chiesa e nella sua storia, l’eremita è colui che entra nel mistero del Signore, cerca di comprenderne la verità,  cerca di immedesimarsi nella sua carità; ma arrivato a questo punto si ferma e tace: fa del silenzio di Dio la forma della sua vita. Questa è la  grandezza della vita eremitica nella storia della Chiesa, questa è la perenne attualità della vita eremitica, è lo spazio totalmente dato al silenzio di Dio attraverso il silenzio della vita, attraverso il fatto che il silenzio diventa la forma esauriente e definitiva delle giornate: l’unica preoccupazione, l’unico intendimento, l’unico desiderio.

Anche la vita materiale per l’eremita, nella sua necessaria sobrietà e fatica, è tutta investita anch’essa di questo silenzio;  perché ci sia un silenzio vivo che incontra il silenzio di Dio, per questo abbiamo la vita eremitica e per questo amiamo  gli eremiti, quelli che lungo tutta la storia della Chiesa fino ai tempi più recenti Dio ha sempre concessi alla sua Chiesa, come luogo in cui guardando i quali, vedendo i quali, cercando anche approssimativamente di entrare in comunione con la loro vita e la loro testimonianza, sia possibile a tutta la Chiesa stare anche solo per qualche momento, come noi questa mattina, anche solo per qualche momento nella brevità densa e intensa di questa giornata, assaporare il silenzio di Dio, attraverso il silenzio di chi qui vive  nel silenzio e nel nascondimento. Fatto carnalmente, vivamente, silenzio di Dio, noi lo penetriamo gettando i nostri occhi e il nostro cuore, questa mattina, quasi per un istante, al di là delle barriere delle  parole. Le parole sono pure importanti, la parola di Dio  nella vita della Chiesa è una grande risorsa, una risorsa per comprendere il mistero; ma c’è un aspetto per cui le parole, anche nella vita quotidiana, possono diventare una barriera fra la vita di Cristo e la nostra vita e rendere così faticosa la nostra quotidiana esperienza di sequela del Signore.

Allora anche questa mattina ci fermiamo sulla soglia delle parole e partecipiamo  di questo silenzio ed in questo silenzio chiediamo di diventare ancora più cristiani autentici, chiediamo ancora di più che la nostra vita sia il compito della testimonianza e questo sia come per il profeta Elia. Il grande lavoro dell’esistenza, quello che poi si esprime nella varietà delle vocazioni,  è  vivere la fede e testimoniarla di fronte al mondo e noi chiediamo più che mai questa mattina che siamo ammessi a vivere la verità del Vangelo che abbiamo appena sentito proclamare, perché possiamo davvero essere in un mondo sconfortato dalla disperazione o dalla soddisfazione,

possiamo essere la luce del mondo che illumina la vita di ogni uomo per portare ad ogni uomo l’unica grande e definitiva verità: il mistero di Dio, che in Cristo si è fatto carne  perché la nostra carne umana potesse partecipare della divinità, di portare la tua verità e non le nostre opinioni, ma la tua verità.

 Dacci soprattutto quella ampiezza di carità che consente alla verità di diventare umana, “Caritas in veritate”.

Ogni eremitaggio, ogni luogo dove l’eremita è vissuto (e come non ricordare con profonda devozione e gratitudine la memoria beata di don Quintino) ogni eremitaggio è sempre stato sentito ed utilizzato come luogo di verità, come luogo di carità. Quanti, anche per una breve sosta in questo luogo, si sono sentiti riaccolti nel Signore, hanno sentito rivivere dentro di loro, magari dopo anni e anni di disaffezione, una rivelazione verso la propria umanità perché si incontra Dio soltanto se ci si vuol bene e la più grande obiezione ateistica nel mondo di oggi è la disaffezione dell’uomo a se stesso, al proprio cuore. Quanti sono stati accolti, quanti saranno accolti e varcando le barriere di questo silenzio sentire potentemente che Dio parla perché ci accoglie  e ci accoglie perchè dice la parola vera sulla nostra vita. Ma gli eremitaggi sono stati sempre luoghi di verità dove l’incontro con il silenzio di Dio diventa chiarezza di intelligenza

Come non ricordare qui, con altrettanta gratitudine, quella immensa opera di  formazione    culturale, soprattutto di laici, che don Quintino fece qui in questo eremo per tante e tante generazioni di laici che qui nel silenzio di Dio hanno imparato i rudimenti fondamentali di quella teologia che è servita loro  per essere testimoni franchi,  limpidi della fede di fronte al mondo.

Siamo in un luogo che  la provvidenza di Dio ha singolarmente beneficato, vi sostiamo per un istante, ma carichiamo questo istante di una consapevolezza ancora  più profonda e di una preghiera ancora più intensa. Signore, facci essere veramente la luce in questo mondo che non lo sa ma ha un bisogno assolutamente irresistibile di essere investito della luce di Cristo per poter ritrovare la verità la grandezza la bellezza e la ragione della propria esistenza quotidiana. Cosi sia.