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 Fiamme Gialle aprile 2013
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FIAMME GIALLE . aprile 2013

 

 

FIAMME GIALLE . aprile 2013

Il periodico mensile "Fiamme Gialle", dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia, n. 4 del mese di aprile 2013, alle pagine 16 e 17, riporta l’articolo "Quintino Sicuro vicebrigadiere della Guardia di Finanza esempio di etica militare", a firma del prof. Cosimo Scarcella, socio e valido collaboratore dell’Associazione.

Il Corpo della Guardia di Finanza si sente sempre onorato per il servizio prestato da Quintino Sicuro, considerato ancora vero "faro" di coerenza e fedeltà. Lo testimonia l’accoglienza riservata a ogni intervento che lo riguardi.

Nell’articolo pubblicato è veramente interessante leggere il senso del dovere dovuto alla giustizia, mai scisso da sentimenti di profonda umanità: insegnamento e testimonianza quanto mai urgenti per l’autentico spirito civico e la vera responsabilità verso la Patria comune.

Per una migliore lettura, se ne riporta l’intero articolo.

 

 

QUINTINO SICURO VICEBRIGADIERE G.d.F.

ESEMPIO DI ETICA MILITARE

 

 Dal maggio1939 al settembre 1947 il Servo di Dio don Quintino Sicuro presta servizio nel Corpo della Guardia di Finanza. Un  tratto di vita vissuto con piena e convinta adesione agli ideali e ai compiti del Corpo, ch’egli tuttavia interpreta con singolare spirito civico e arricchisce con generoso slancio di solidarietà umana, ponendosi quotidianamente a totale servizio dei cittadini e delle istituzioni.

E’ molto significativa, sotto quest’aspetto, la formula ch’egli scrive sul ricordino della vestizione religiosa (18 settembre 1949), per annunciare ai parenti e ai commilitoni la decisione di lasciare la carriera militare, per intraprendere la vita monastica: “La prima divisa delle Fiamme Gialle, passione viva della prima età, oggi ai piedi del Tuo Altare depongo, mio Crocifisso Signore, per rivestire l’umile saio del Tuo servo Francesco”. Parole brevi, scarne, quasi aride, ma come scolpite sulla dura roccia, destinate a custodire il suo intimo travaglio e a testimoniare l’audacia della sua scelta: rinunciare alla cara prestigiosa “prima divisa” militare, per vestire il francescano “umile saio del ‘servo’ Francesco”. Ecco sintetizzata l’aspirazione dominante in ogni scelta di Quintino Sicuro: divenire più “servo”, dedicarsi in maniera totale a servizi sempre più impegnativi e ardui.

Per Quintino Sicuro, infatti, arruolarsi nella Guardia di Finanza non è stata una scelta improvvisata, di ripiego o tanto meno d’opportunismo, bensì frutto di “passione viva della prima età”, di quando, cioè, i sentimenti sono più sinceri e particolarmente vigorosi, per cui le scelte di vita si fanno davvero per passione, per amore, per dedizione. E in questa dedizione passionale persevererà per tutti gli anni di servizio da Finanziere. E’ convinto, infatti, che le Forze Militari Italiane sono un bene comune essenziale; e, quindi, offrirsi alla vita militare significa servire i concittadini, garantendone i diritti, e vigilare per la difesa della patria comune, difendendone le tradizioni e i valori culturali fondamentali. Servire e non comandare, difendere e non suscitare scontri. In anni di fine-guerra e primo dopo-guerra non è certamente facile non percepire il servizio militare come aggressione e violenza; ci vorranno tempo e fatica per far comprendere a tutti quello che già da tempo ha capito il “finanziere” Quintino Sicuro, e cioè che nessuno è più pacifista del militare italiano, chiamato in primo luogo a servire la concordia, la giustizia e la pace, per la cui causa forse sarà costretto a usare anche la forza, ma solo quando è fallita ogni altra possibilità di soluzione dei contrasti. Il sentimento di fratellanza e di solidarietà, fondamento della morale individuale, è anche l’essenza dell’etica militare: “La tua vita – scriverà Quintino alcuni anni dopo - è triste, perché ne hai fatto un deserto. Tu devi popolare questo deserto, devi fare entrare gli altri. Nella tua vita devi fare entrare gli altri”.

Ma perché, allora, lasciare la divisa delle Fiamme Gialle? E’ lui stesso a prevenire e soddisfare questa legittima domanda, quando, concludendo l’espressione scritta sul ricordino della vestizione, invoca: “Accetta (mio Crocifisso Signore) l’offerta, e sia conforto al sacrificio materno, luce di bene ai miei cari, guida di pace e pegno d’amore al mondo”. La sua scelta, allora, non significa il rifiuto d’una condizione difficile per la ricerca di qualcosa di meno gravoso; al contrario è una “offerta” d’un bene carissimo e molto prezioso al “Crocifisso”, che sente chiedergli tale rinuncia, per affidargli altri servizi. A quest’appello Quintino risponde immediatamente e con estrema generosità. Basta meditare sulla chiusa del medesimo ricordino della vestizione, dove si leggono parole vere, che compongono una sinfonia magnifica di slanci di solidarietà e di alte aspirazioni. Quintino, in un crescendo lento e irrefrenabile, coinvolge tutte le realtà possibili in un ideale abbraccio fraterno, in cui tutto è compreso e nulla resta escluso: abbraccia dapprima la madre, compagna fedele nel “sacrificio” dell’offerta; stringe, poi, le persone care, che con la sua offerta auspica restino inondate di “luce”; e, infine, allarga il suo cuore quasi per attirare a sé il mondo intero, per il quale spera tempi di “pace”, grazie anche al suo “pegno d’amore”. Sarà la stessa fermezza a sobbarcarsi servizi sempre più onerosi a fargli deporre dopo qualche mese anche il saio francescano e imboccare l’arduo sentiero dell’eremo: vestirà i “panni della Provvidenza, da vero sposo di Madonna Povertà”, perché il suo “massimo ed unico desiderio – confiderà - è che tutti gli uomini conoscano Dio e Gli diano gloria, salvando la loro anima così da raggiungere il fine per cui sono stati creati”. Il Vicebrigadiere Quintino Sicuro, sentinella della giustizia e della pace, si offre giorno dopo giorno in olocausto per la salvezza dell’Umanità. Mania di grandezza e presunzione? No. Solo scoperta e accoglienza del senso di una vita umana unite alla coerenza, nell’umiltà di donarsi con generosa laboriosità.

I motivi di questo suo abito mentale ricorrono con chiarezza già nello svolgimento del tema assegnatogli al concorso per l’ammissione al corso Allievi Sottufficiali della Guardia di Finanza nel marzo 1943. “Chi non punisce il male, comanda che si faccia” è l’argomento assegnato. Il concorrente Sicuro Quintino avvia lo svolgimento, mettendo in risalto l’unitarietà e la coesione delle Forze Armate italiane, fondate su solide tradizioni, su precetti di legge e su regolamenti da rispettare con rigore. L’organismo militare è “come una grande torre, dove ogni pietra ha il compito di sostenere l’altra, e dove, se una di queste manca, crolla parte dell’edificio”. La natura e il significato di questa compattezza comandano a ognuno di saper ubbidire, ma soprattutto di saper comandare. “Tutti gli uomini – sostiene - sanno macchinalmente ubbidire, ma comandare è merito e capacità di pochi”. Infatti, chi comanda è sempre un superiore, il quale, però, “deve ricordare che è posto al comando per il bene della Patria e dei suoi dipendenti, che nessun  sacrificio è mai troppo grande, quando incorre il bene dei soldati. Sacrificarsi per loro non è un dovere, ma un onore, perché poi i soldati con quegli esempi sapranno a loro volta dare anche il massimo sacrificio per la Patria, per il re e per la vittoria come ogni italiano deve fare”. E sono il rigore e l’esempio correttamente intesi a imporre anche di “punire” i subalterni indisciplinati: “lasciare a loro – avverte - la possibilità di fare il male senza che questo venga punito, ha doppiamente colpa verso i militari diligenti, verso l’esercito stesso, (che con il diffondersi del male si rovina) e verso coloro i quali mancano, non applicando le giuste sanzioni affinchè questi possano riprendersi”.

Questo comportamento, però, è sufficiente solo se ci si ferma alla lettera della legge e delle norme; ma Quintino ritiene che non si possa demandare tutto alla legge scritta, che da sola è incapace di esprimere il senso profondo dell’etica del “servizio” militare. Secondo lui occorre aggiungere uno slancio spirituale, che coinvolga mente e cuore, col cui ausilio realizzare il contenuto dei valori umani difficilmente prescrivibili nei codici, ma sicuramente impressi nell’animo dell’uomo integrale. Ecco, allora, il candidato Sicuro Quintino concludere il suo tema, chiamando in causa la voce della coscienza, che intuisce ciò che la legge non registra né può sancire: “Ogni sottufficiale – annota – ha il dovere di curare i propri dipendenti, consigliarli, guidarli, curarli”.

Quintino Sicuro, per dare più attento ascolto alla voce della sua interiorità, si ritira nella solitudine dell’eremo: e non certo per fuggire dal mondo, ma per essergli più utile. Annota, infatti: “Con la silenziosa, ma attivissima vita di amore, guarire il mondo dal pernicioso male moderno, che non è diciamo l'azione, ma il frastuono dell’azione non vivificato dallo Spirito di Dio”. Sempre rispettoso ma nello stesso tempo incurante dei giudizi della “gente”, l’eremita-sacerdote rimane esempio di coerenza e di perseveranza nella fedeltà alla sua coscienza: da giovane esuberante e schietto, da vicebrigadiere della Guardia di Finanza, da francescano, da eremita e da sacerdote starà al servizio degli altri. Fino a che, poche ore prima di morire, non potrà fare a meno di confessare: “Sento che la mia missione è finita: vorrei fare ancora, ma non vedo che cosa d’altro voglia da me il Signore”. E il 26 dicembre 1968, concluso il suo “servizio”, ritorna alla casa del suo “Amore”, rimanendo sulla terra esempio anche di etica militare.

 

Melissano, febbraio 2013

                                                    Prof. Cosimo Scarcella  Socio della “Ass. Amici di don Quintino” di Melissano