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 Fratel Vincenzo uomo di Dio
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Fratel Vincenzo, un uomo di Dio.

         Vincenzo, l’eremita di Sant’Alberico. Parlare di Vincenzo per me significa parlare di un amico che ho frequentato per oltre trent’anni e a cui mi legava stima ed affetto. Ricordo ancora l’omelia del Vescovo il giorno del suo funerale. Egli definì Vincenzo un grande dono di Dio alla comunità delle Balze. Vincenzo è stato un dono di Dio anche per me, un dono prezioso che non è mai venuto meno in tanti anni, una relazione che mi ha spinto, almeno una volta all’anno, a farmi le sei ore di guida e una bella camminata per arrivare fin lassù.

Di lui ricordo il rapporto molto forte con don Quintino, continuato per anni dopo la morte del suo maestro, come se questi fosse ancora vivo, come se lo guidasse ancora nelle difficili scelte della sua vocazione. Quante volte l’ho sentito dire: “don Quintino faceva così”; oppure chiedersi: “cosa avrebbe fatto don Quintino?”, o ancora: “cosa mi avrebbe chiesto di fare in questa occasione?”. Sempre ebbe la convinzione che tutto era merito di don Quintino, che don Quintino fosse un grande uomo e lui invece uno piccolo, piccolo.

Di lui ricordo la grande disciplina interiore, il senso del dovere verso l’eremo, verso la parrocchia delle Balze, verso tutti quelli che andavano fin lassù. Amava la solitudine, il raccoglimento e la vita di preghiera, ma era sempre pronto all’incontro con i pellegrini e la gente del posto. Sentiva il dovere di dare un aiuto, una disponibilità, una testimonianza positiva verso tutti. In questo senso è stato un vero uomo di pace.

Di lui ricordo il grande amore per l’eremo. Credo che non l’abbia mai considerato “casa sua”, ma la casa di Dio di cui lui era soltanto un servo, o al massimo un amministratore. Ricordo le grandi pulizie di primavera all’eremo. Apriva tutte le finestre nelle poche ore di sole e così riusciva ad asciugare l’eremo dall’umidità invernale. Poi la raccolta delle foglie, molto importante, che lo impegnava per più giorni; la pulizia dei fossi, la manutenzione del sentiero per le Balze, il bel sentiero ottocentesco, voluto dal granduca Leopoldo, tutto immerso nel verde, con ruscelli e fiori in abbondanza, col canto degli uccelli e le stazioni della Via Crucis. Ricordo la sua costante preoccupazione che fosse sistemato adeguatamente dopo lo scioglimento della neve, che ne trasformava alcuni tratti in acquitrini.

Ricordo tutte quelle ore, anche di notte, passate a pregare in quella chiesa freddissima. E mi viene in mente il gran freddo dell’inverno lassù. Per molti anni Vincenzo ha retto ad una durissima prova, quella di stare all’eremo durante l’inverno. Quando la neve arrivava a superare il metro di altezza, e quando di freddo si poteva anche morire con quel riscaldamento “approssimativo” che aveva, con la temperatura che nelle stanze non riscaldate, quasi tutte, compresa la sua stanza, si manteneva per giorni sotto zero. Quante volte dovette chiamare il suo amico Gabriele, l’idraulico delle Balze, perché un tubo si era rotto per il ghiaccio. E credo, dalle sue confidenze, che abbia anche rischiato di morire assiderato e questo è stato uno dei motivi, non l’ultimo, che alla fine lo hanno convinto a trasferirsi alle Balze, nella stagione invernale. Anni dopo ogni tanto mi raccontava di quando si era fatto prendere dal freddo e aveva creduto di morire. Si era molto spaventato e si era reso conto che con l’avanzare dell’età era diventato troppo pericoloso passare l’inverno lassù da solo.

Non è stata una scelta facile per lui lasciare abbandonato l’eremo per mesi. Penso che all’inizio l’abbia interpretato come una sua sconfitta personale, una specie di diserzione. L’idea di non essere più all’altezza della situazione deve averlo accompagnato per un certo tempo. Ma dopo ne era stato contento. Amava la sistemazione invernale alle Balze con il suo piccolo appartamento in cui aveva la sua cappellina, il suo silenzio, le sue ore di preghiera e di raccoglimento. Nello stesso tempo aveva finalmente un certo tepore in casa (10/15 gradi) ed era vicino alla chiesa. E poi ogni occasione era buona per andare all’eremo a dare un’occhiata.

In quegli anni rinforzò anche l’amicizia con alcuni parrocchiani, nonostante la sua nota riservatezza. Tutti lo conoscevano. Molti gli erano sinceramente affezionati. Quel suo andare su e giù per quel sentiero di montagna. Talvolta con la neve o in condizioni climatiche proibitive, che lassù d’inverno non sono affatto infrequenti, talvolta anche di notte come durante la Settimana Santa, quel suo arrivare per la messa in ogni condizione di tempo, li aveva colpiti. Lo stimavano: così molti gli esprimevano il loro affetto con qualche dono (cibo, vestiti, scarpe…).

Negli anni  della sua presenza all’eremo il flusso dei pellegrini è costantemente aumentato. Per la festa di Sant’Alberico poi le persone si contavano a migliaia. Non ci sono dubbi che la sua presenza sia stata molto importante, anzi determinante perché il grande lavoro di don Quintino e suo, per la ricostruzione dell’eremo, non fosse stato inutile ma fruttuoso.

Ricordo il suo grande spirito di servizio verso tutti, in particolare i parroci di Balze e Capanne. In estate poi c’erano i grandi Esercizi Spirituali, quello dei preti e quello dei laici, una tradizione che continuava dai tempi di don Quintino. In quei giorni dava il massimo di sé. Andava continuamente  a Balze per prendere il cibo e le bevande necessarie per tutta quella gente, poi cucinava, serviva a tavola e lavava i piatti per tutti. Serviva, ma non era servo; anzi era un uomo libero come pochi.

Ricordo la sua tardiva vocazione alla pittura e le sue incertezze da artista. Quante volte chiedeva il mio parere sulle sue ultime realizzazioni con il mio conseguente imbarazzo. Cosa dire. Sicuramente non era un Raffaello, ma aveva un grande dono, quello di trasferire nei suoi quadri la sua spiritualità, per cui le sue “Madonne” erano veramente delle immagini davanti a cui soffermarsi a pregare. E lo stesso si può dire degli altri quadri. Ricordo quello che ho sempre considerato il suo capolavoro, il Cristo Benedicente, che si trova ancora a Sant’Alberico, la sua “Fuga in Egitto” su cui aveva lavorato tanto, i suoi ritratti dell’eremo e quelli di don Quintino, che custodiva gelosamente.

Ricordo la sua decisione di farsi diacono, meditata a lungo, vissuta intensamente, e presa con la massima serietà, con una forza capace di superare le sue insicurezze (ce la farò a studiare tutti quei libri, a imparare quelle cose difficili?). Poi l’ultimo passo sulla strada di Quintino, il sacerdozio. Il Vescovo di Cesena aveva molto insistito e così lui aveva deciso di iniziare gli studi. Aveva riempito quaderni e quaderni di appunti. Ma i suoi dubbi aumentavano di giorno in giorno. Sempre più si convinceva di non essere all’altezza dei compiti che lo attendevano: confessare, predicare, spiegare la dottrina cristiana con quelle formule difficili…

Alla fine si convinse che quello del sacerdozio era un peso troppo grande per lui e decise di rinunciare. Ricordo che il problema era diventato il suo tormento e alla fine, dopo aver preso la decisione di rinunciare, si sentì risollevato.

Ricordo anche la soddisfazione e il suo impegno per la nascita delle associazioni di don Quintino. Quella di Sarsina prima, poi quella di Melissano e infine, la terza, quella di Montegallo.

Adesso è morto e idealmente ha passato le consegne al nuovo eremita, Michele, che è un tipo completamente diverso da lui, moderno e tecnologico, ma che sulla scia di Vincenzo sono sicuro farà un gran bene a tutti. Intanto il fatto che tiene aperto l’eremo è già di per sé un grande dono per tutti noi. Anzi Michele intende tenere aperto l’eremo tutto l’anno e lo sta attrezzando adeguatamente per l’arrivo di pellegrini in ogni stagione. Vincenzo, dal cielo, è molto contento e approva.

Aprile 2007

                                                                                      Gilberto Z.