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 La santità ha bisogno
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La santità ha bisogno dell’assenza di sé

di Mons. Emilio Vetere – cappellano militare

      Trovarsi davanti a dei Giacenti della Santità, come don Quintino, è come trovarsi davanti ad una maestosa montagna davanti alla quale ci si sente piccoli piccoli  lasciandoti affascinato e senza fiato.

            Si! Perché il Santo è quella persona battezzata che, partendo dalla fede, come chiave di lettura della volontà di Dio, verifica in sé la stessa Kenosys di Cristo, che potremmo tradurre, in termini semplici: ASSENZA DI SE’; quindi svuotamento, annientamento per fare spazio alla volontà di Dio. E’ uno svuotarsi per fare il pieno di Dio. Annientamento che è silenzio e abbandono.

            E’ lo stesso don Quintino che sottolinea questo dato, quando, come risulta dagli scritti, dice: “il silenzio è strumento di incontro con Dio. Silenzio, però non fine a se stesso ma vuoto per essere riempito di Dio”. “Dio è il grande amico del silenzio. Nel silenzio Egli dice eternamente la Parola sostanziale che è il Verbo. Noi abbiamo bisogno del silenzio per ritrovare Dio, per ritrovare la nostra anima, per ritrovare le anime... L’ESSENZIALE non è ciò che diciamo noi ma ciò che dice Dio per mezzo nostro”.

            Qui c’è il Santo che vive l’Eremo nell’Eremo, che sa consumarsi tutto per il Signore come una candela.

            Diceva bene il suo ex compagno d’armi don Maggiolino Valsecchi: “l’ho visto come un pazzo della Croce”.

            ...Serve proprio diventare Santi?

            Dipende da noi perché lo stesso Dio e Signore ci dice: “Siate Santi come io sono Santo”.

            Il motivo per cui è bene santificarsi ce lo suggerisce don Quintino, come risulta dagli scritti, al termine degli Esercizi Spirituali dell’agosto 1966: “Con la silenziosa ma attentissima vita di amore, guarire il mondo dal pernicioso male moderno che non è, diciamo, l’azione ma il frastuono dell’azione non vivificata dallo Spirito di Dio”.

            Questa sua convinzione ci permette di definire don Quintino un Santo del nostro tempo, fresco come un mattino di primavera.

            Ma ha senso parlare di un Santo in un contesto sociale contemporaneo che ci spaventa per il vuoto spirituale che sta vivendo? La società di oggi ha tutto, ma ha il vuoto di Dio.

            Attentissimo ai segni dei tempi, don Quintino sembra aver previsto questa società sazia delle cose materiali ma vuota di Dio. Infatti afferma: “Un cuore non mortificato, un cuore occupato dall’amor proprio e dalla superbia non potrò essere riempito di Dio”.

            Voglio fermarmi un momentino su don Quintino come l’uomo INNAMORATO della PREGHIERA e sulla NECESSITA’ di essa.

            Lo stesso don Quintino scrive: “C’è un modo di costringere Dio a strappargli la grazie ed è di chiedere, senza stancarsi, con ferma fede. Bisogna, dunque, pregare giorno e notte.... sempre anche quanto pare che Dio non ci ascolti o ci respinga”.

            E questa sua affermazione trova legittima conferma in Sant’Agostino: “Il Signore non ci esorterebbe a pregare se non avesse intenzione di esaudirci” e “Quando supplichiamo Dio per le necessità della nostra vita, Egli ci esaudisce per misericordia; ma a volte per misericordia rifiuta, poiché il medico sa meglio del malato che cosa gli è necessario”.

            E’ mia impressione che oggi si preghi molto poco e quel poco è fatto male. La gente ama sempre meno pregare in Chiesa davanti al Tabernacolo e si scusa dicendo che non ha tempo e che basta pregare in casa o passeggiando o qualche volta vedendo la televisione. Se capissimo l’importanza di sostare anche brevemente davanti al Tabernacolo!...

            Il nostro spirito deve mettersi in quella condizione creata dallo Spirito Santo che ci permette veramente di elevarci dalla nostra miseria al piano di Dio...La STATIO CI PERMETTE DI SENTIRE IL RESPIRO DI UNA PRESENZA, quella di Dio.

            Don Quintino Sicuro, come risulta dalle testimonianze dirette, è stato l’uomo innamorato della preghiera perché in essa RESPIRAVA DIO.

            “La sua fede, scriveva Mons. Lino Garavaglia, la sua speranza vera, la sua religiosità esistenziale hanno un nome: COSTANTE CONTEMPLAZIONE DI DIO, DELLA SUA PAROLA, DELL’EUCARESTIA. CRISTO E’ IL SUO IDEALE, LA MADONNA LA SUA GUIDA, LA CHIESA IL SUO AMORE PROFONDO”.

            Questi sono i cinque pilastri del monumento alla santità di don Quintino.

            VOGLIAMO FARCI SANTI PER DAVVERO?

            Allora:

            CONTEMPLIAMO DIO,

            CONTEMPLIAMO LA SUA PAROLA,

            CONTEMPLIAMO L’EUCARESTIA,

            AMIAMO LA MADONNA

            E NUTRIAMO UN PROFONDO AMORE PER LA CHIESA SPOSA DI CRISTO.

(Omelia del 26 dicembre 2001)

Ultimo aggiornamento: 12-10-07