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 Modello di fede e penitenza
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Un modello di fede e penitenza

l’amore al crocifisso riassume la sua spiritualità

di don Ezio Ostolani, vicepostulatore della Causa di Beatificazione

 “Signore perdonami. Tu conosci bene le mie infermità e ti sono pur note le mie lotte. Purtroppo non sono ancora quello che dovrei essere. Lo sento e me ne dolgo. Dio mio, perdono!”. Vorrei amarti con tutta l’anima, vivere in te e per te”. (Notes 1953 da epistolario, p. 78).

Parole del Servo di Dio don Quintino Sicuro, l’eremita di Sant’Alberico e che traducono bene l’esigenza non solo del Servo di Dio ma di ogni cristiano, della penitenza e del bisogno di convertirsi sempre di più al Signore.

La Quaresima trova in don Quintino un penitente esemplare. La severa penitenza, spirituale e corporale, è una caratteristica di tutta la sua vita. Il Servo di Dio sapeva viverla con quell’austerità propria dei santi. L’invito quaresimale della Chiesa a fare penitenza, a pregare, a vivere l’elemosina, a contemplare la croce seguendo Cristo sulla via del Calvario era preso alla lettera e con una decisione che sapeva domare corpo e spirito. Ciò valeva per tutto l’anno. Don Quintino riassumeva questa sua spiritualità nel suo grande amore al Crocifisso.

Sentiva profondamente che il figlio di Dio era morto per Lui e avvertiva profondamente di essere un peccatore salvato, e perciò debitore, al suo Signore.

Chi non ricorda le numerose “Via Crucis” proposte a tutti i gruppi in ritiro al suo eremo di Sant’Alberico, fatte lungo la ripida strada che sale all’eremo? La croce da portare sulla spalle nella “Via Crucis” era preparata da lui, pesante tanto quanto sentiva i suoi peccati: “Tu, o Signore, che hai avuto sì gran misericordia, quando al servizio di Satana facevo gran male fra i tuoi eletti, avrai ancora compassione e misericordia, ora che vivo in te e per te, ma che non ho ancora raggiunto quel grado di santità che desidero e (.....?) tu la vuoi”.

Non sappiamo a quali fatti particolari alludesse, perché tutta la vita la conosciamo generosa verso Dio e le persone. Forse si riferiva alla partecipazione alla guerra come militare in Albania? Così in ogni modo il suo animo sentiva profondamente all’inizio della sua vita eremitica.

Conosciamo invece che fin da giovane, al suo paese natale, Melissano, nelle rappresentazioni sacre della settimana santa Quintino era anche il crocifisso, disteso e legato sul legno, onorato di rappresentare al vivo Colui che era morto per noi e che perciò già da giovane lo aveva sedotto. Come non ricordare da eremita la sua preghiera intensa, notturna e diurna, per ore intere davanti al Santissimo inginocchiato nel freddo umido pavimento della chiesa dell’eremo?.

Come non ricordare il suo camminare scalzo, nel tempo precedente l’entrata in seminario, con i piedi sanguinanti e la croce sulle spalle lungo le strade di Balze e dintorni, tanto da far gridare a un bimbo: “Manna, ho visto Gesù!”. E quel suo andare ogni mattina a piedi per un’ora e mezza di cammino in qualsiasi stagione, per partecipare alla messa a Balze, anche se l’eremo era coperto da tre metri di neve, uscendo dalla finestra del secondo piano con le cestelle ai piedi per non affondare? Sappiamo da chi gli viveva vicino, che don Quintino usava anche il cilicio per soggiogare il suo corpo, accompagnato dai suoi frequenti digiuni, non limitati alla Quaresima. Così chi non si è accorto fra gli ospiti più familiari all’eremo quel mangiare sempre gli avanzi degli altri perché niente della Provvidenza andasse perduto?

Anche l’elemosina era per il Servo di Dio un’occasione privilegiata offertogli dalle circostanze della vita per amare Cristo: “Signore, quanto mi è piaciuto questo gran regalo che mi hai fatto. Un povero giovane infelice mi ha chiesto l’elemosina e io felice gliela ho fatta per te: Mio Gesù vorrei fare tanto, tanto per te, eppure faccio così poco”.

Per tutti, ma particolarmente per i preti, che lo sentono perla del presbiterio, il Servo di Dio è davvero mirabile esempio di penitente che merita di essere riscoperto. Non sempre avviene. Per questo stupisce e amareggia che nella lodevole iniziativa degli incontri della “Cattedra dei Santi” a Cesena, in questa Quaresima, proprio il nostro Servo di Dio, don Quintino Sicuro, non sia stato incluso. “Come mai?”: ci hanno chiesto preti e laici. Come possibile dimenticare un confratello così importante, la cui causa di Beatificazione a Roma riscuote vivo interesse? Pensiamo a una svista, o forse il gioco di una deformazione professionale che fa ritenere la vecchia diocesi di Cesena limitata entro il confine del Borello? Pensiamo più vera un’altra spiegazione: nella sua umiltà, mai e poi mai, il Quintino penitente e riservato, geloso del suo rapporto intimo con Dio, tanto da non aver mai voluto aprire ad alcuno la sua camera dove pur viveva parte della sua segreta penitenza, avrebbe accettato di salire in cattedra.

(dal Corriere Cesenate del 2 aprile 2004)

Ultimo aggiornamento: 12-10-07