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 Nel nascondimento...viveva un santo!
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Nel nascondimento buono ed equilibrato della vita normale,  viveva un santo!.

Mi chiamo Antonio Tognoni, ho quasi settant'anni e sono attualmente un pensionato medico e psichiatra  di Rimini.
Vi parlo volentieri di Don Quintino Sicuro, per amore di verità e per la grandissima stima ed amicizia verso di lui. Credo di averlo seguito passo passo durante il conferimento degli ordini sacri. Frequentava la scuola di Teologia  con noi al Seminario regionale di Bologna; apparteneva alla Diocesi di Sarsina e proveniva dall'eremitaggio. 
Lui fu ordinato prima del compimento scolastico, come a volte avveniva, per Natale  del 1961, noi a giugno del 1962. Non c'è bisogno di dire che  la sua attenzione alle lezioni  era sempre al massimo.  Ma questo non fa "storia"!!! 
La positività e l'armonioso equilibrio, sono considerati normali, non abbisognano di spiegazioni e di fatti,  è così. Tale è la benevola Provvidenza! 
Dei santi, dei saggi e degli artisti c'è poco da dire, ci sarebbe  solo  da imparare, per chi può e vuole. Invece le difficoltà e le sofferenze per noi non avvezzi alle difficoltà, fanno notizia, per incoraggiamento a procedere sulla via stretta ed irta. 
Per questo vi parlo, per leggere meglio il percorso di vita e di  servizio, nell' amore di Dio, delle difficoltà del vivere umano di Quintino sulla via verso il presbiterato. 
Ricordo bene le  interrogazioni scolastiche di don Quintino. Ricordo pure il suo malessere ed il disagio a fare tante astruse disquisizioni, nello stile dei discorsi tecnici della  teologia scolastica o delle norme del codice di diritto canonico. 
Tutti vedevamo il suo rossore ed il suo imbarazzo, ma anche la sua  profondissima accettazione delle difficoltà e la sua determinazione - massiccia come il suo carattere -  ad apprendere al  massimo le discipline necessarie per il  curriculum scolastico.
Ma tutto questo parlare delle  limitazioni del buon Quintino, bisogna poi anche ridimensionarlo, e ripulirlo dalla magia e dall'usura  dei ricordi convenzionali e dal consueto raccontare delle difficoltà del santo uomo. Dei grandi uomini  quel che vale di più è l'armoniosa saggezza acquisita, che non le difficoltà incontrate, credo.  
Nessuno di noi si ferma a parlar tanto delle difficoltà scolastiche che ebbe Einstein!!! Ma delle sue conquiste, sì. Così pure per il buon don Quintino. 
Infatti leggendo oggi i suoi pochi scritti, noto - al di là di comprensibili e simpaticissime  influenze dialettali (e chi non ricorda il linguaggio di padre Pio??!!!) - che  il buon Quintino, aveva una grande finezza di espressione e delicatezza e nobiltà di modi ed un grande  senso dell' equilibrio, del buon umore e del rispetto.
Avrà pure avuto delle lacune di terminologia filosofica, ma in quanto alla "conoscenza della Sapienza e della Saggezza vera" non era certamente carente e fu secondo a pochi, a dir tanto.
Ma ancor peggio saremmo da giudicare noi, se fossimo solo stati lodati dagli uomini e meno da Dio! (cimbali suonanti!!!).
Tuttavia a quei tempi si era maggiormente attenti alle forme classiche, a differenza di oggi, e quello che allora si riteneva un errore grammaticale o lessicale imperdonabile, oggi s'è ridotta a  cosa di poco conto.
Certo che per Quintino, lo scoglio scolastico era molto temuto, anche per la sua non giovane età; ma una volta ottenuta "la patente", ci ha dato del filo da torcere a tutti. 
Il nostro caro buon Quintino, aveva  una capacità di comunicazione interpersonale molto raffinata e diretta, semplice e sublime. I professori a volte erano “poco delicati” e talvolta disposti a qualche facile ironia, nei confronti di don Quintino. 
Tutti noi vedevamo chiaramente che lui sapeva elaborare nell’umiltà queste dure prove e ne restavamo edificati e gli eravamo solidali ed amici: capivamo il prezzo che pagava per poter arrivare alla Santa Messa. Così ci incoraggiava ad apprezzare il cammino comune.
Ogni nostra presa di posizione  in sua difesa è mancata; tuttavia  sarebbe stata insolita, inadeguata e controproducente, nel vigente clima “dottorale, cattedratico e di ferrea disciplina”.
Era il prezzo da pagare per non incorrere negli inasprimenti disciplinari delle regole. Tutti lo sapevamo, anche a nostre spese.
Noi compagni di scuola, ci limitavamo a non dare troppa corda all’ironia che proveniva dalla  cattedra. A volte anche solo per bonarietà ... pesante. Ma il buon  Quintino sapeva che tutti gli volevamo bene, superiori compresi. 
Una volta tornato come sacerdote nel Suo eremo, infatti, invitò con molta deferenza il suo "temibile" professore di Dogmatica a tenere un corso di esercizi spirituali alle Balze e gli chiese dei nomi di eventuali altri candidati. E quello stesso onesto professore si ricredette e testimoniò con rettitudine di cuore. 
Poiché tutti vedevamo quante difficoltà incontrasse Quintino dal punto di vista scolastico, eravamo disposti a minimizzare e ad essergli solidali. Vedevamo pure quanta intensa era  la sua fede, la sua preghiera, la sua umiltà, la sua riservatezza. La sua debolezza (facciamo per dire) scolastica fu per Quintino un ottimo  "salvacondotto" per la  accoglienza benevola e protettiva e solidale del gruppo nel quale si inseriva e, viceversa, per noi fu una umile e buona forma di proposizione delle sue qualità, per mettere il nostro animo nella buona disposizione  a lasciarci "edificare" dalle sue virtù.
Assieme a lui avemmo come compagni dei professori universitari e dei laureati che accedevano al sacerdozio. Da questi grandiosi colleghi eravamo più distaccati che dal buon Quintino.
Ed erano comunque Grandi!. 
Devo dire che  molti di quegli "ultimi della classe" di quel tempo divennero "primi nel regno di Dio" anche se non fu vero il "viceversa"!!!.
Per potersi preparare al  meglio il buon Quintino studiava giorno e notte. Ricordo che molto spesso, mentre noi eravamo a “ricreazione”, Quintino restava sui libri oppure si ritirava nella chiesa a pregare. Mi ha riferito il vice rettore di allora, B. don L. di Bologna, che nelle sue "perlustrazioni  di ordinanza", molte volte – mentre noi si era in cortile – lo trovava in chiesa a pregare ed era spesso da solo. 
Era consuetudine che ogni tanto qualche "fervoroso" buon seminarista trascorreva parte del poco tempo libero in Cappella. A volte qualcuno era mandato in cappella per penitenza e punizione: ma non era un bel pregare, quello!!!  Ed il vice rettore cercava di prevenire i danni all'equilibrio generale e li invitava a scendere in cortile, per rilassare il corpo e l' animo.  Così altrettanto condonava anche le punizioni ufficiali.
Allorché  veniva invitato dal Vice rettore a partecipare ai giochi comuni, il buon Quintino - che già da tempo non era più avvezzo a tali attività -, si scusava con gentilezza e preferiva restarsene in disparte e nella quiete da solo, oppure veniva a colloquio  con qualcuno di noi, che pure non si partecipava in quel momento al  gioco.
Tutto questo don Quintino lo faceva sempre con molta serenità e con  molto rispetto verso tutti.
A quei tempi era direttore spirituale Mons. Antonio Angioni, di origine sarda e di grande carisma, che poi divenne vescovo di Pavia, che spingeva molto forte la preghiera e la spiritualità e le forme molto esasperate, penitenze corporali comprese. 
Infatti a confronto di Quintino, molti giovani seminaristi di allora, in queste eccessive manifestazioni di orazione e di penitenze, di pratiche di giaculatorie, rosari, confessioni, rimorsi, scrupoli ecc., perdevano l'equilibrio psichico ed erano preda di episodi di nevrosi, tics...o, peggio ancora, di scompensi psichici ed infatuazioni mistico-religiose, pericolose negli animi giovanili.
Ci fu una epidemia psicopatica in una classe di giovani seminaristi elevati e fragili.
Ricordo che alcuni finirono in clinica, o sotto farmaci, altri furono costretti o consigliati ad abbandonare il Seminario. E per alcuni le  conseguenze si protrassero a lungo e furono durature e piuttosto serie.
Quintino invece era un gigante e tutte queste pratiche di grande impegno spirituale, fisico e psichico, se le poteva permettere, perchè Quintino era già un uomo maturo, a prova di vita e di disagi non comuni. Per questo credo che i Grandi personaggi vanno ammirati, ma non sempre li si può imitare alla lettera.
Mi racconta un caro amico che il buon Quintino tutti i giorni si alzava da letto alle ore tre, per pregare. Tutte queste notizie le apprendiamo ora. 
Forse manteneva  anche in Seminario i tempi ed i ritmi delle sue consuetudini monastiche.
A questo aggiungeva gli impegni dello studio e della vita di comunità. E non ho dubbi che abbia utilizzato anche le pratiche delle penitenze e delle privazioni corporali.
Ma il suo profilo psicologico era costantemente equilibratissimo ed altissimo. Parola di psichiatra!!!
Allora Quintino viveva nel nascondimento le sue virtù. Il che significa: era un portento di equilibrata saggezza ed armoniosa santità, nella normalità più gioviale e semplice del suo vivere quotidiano.
Mi disse don P. B., di Rimini, che apparteneva alla sua classe, che a volte gli parlava delle abitudini monastiche, ad esempio gli parlava di quando passava l’inverno a piedi scalzi e lo andava a trovare nella sua stanza dialogando con molta familiarità. Tuttavia per modestia, Quintino  non era solito abbondare in racconti della sua vita. 
Soprattutto  quando ci si riferiva alla sua relazione con il divino, Quintino usava un linguaggio sobrio e lasciava intendere il suo messaggio in modo appena sfiorato. La sua unione con Dio poteva soltanto venire intuita al di là delle sue scarne confidenze. Quando Dio si manifesta, non ha bisogno delle nostre  chiacchiere!.
Si vedeva  il divino sguardo nei suoi occhi, la divina bontà nel suo sorriso, nel suo portamento, nelle sue azioni. Si leggevano i suoi santi pensieri in tutto il suo esteriore atteggiamento.
Anche le sue foto parlano - tutt'oggi - dell'elevatezza umana e spirituale di don Quintino.
Nel nascondimento buono ed equilibrato della vita normale,  viveva un santo!. 
In Seminario, normalmente, la Mistica si usava soltanto leggerla su un piccolo e fitto libro tascabile, che era come un riassuntino di testo (compendio di mistica), per l’esame accademico. 
Salve poche eccezioni (es. La Storia di un’anima di Santa Teresa di Gesù) dei mistici si diffidava, e don Quintino certamente rientrava fra questi personaggi rari e sospettati. 
Ma il buon Quintino  di  mistica viveva. Ed aveva anche i piedi sulla terra. Con dei bei … scarponi, ben radicati nel reale!
Quintino – e noi  lo sapevamo solo sommariamente –  era stato in guerra ed aveva lottato con le Fiamme Gialle per il rispetto della legge. 
Aveva una maturità umana e professionale a prova di vita, di fedeltà e di rigori.
Noi invece  eravamo dei semplici buoni ragazzotti, per lo più allevati al chiuso del seminario fin dalla prima media.
Rispetto a Lui, che aveva vissuto nel mondo, e poi aveva avuto esperienze di fede non superficiali, eravamo ancora molto immaturi per la vita, molto banali, fanciulleschi, delle formicuzze, rispetto alla sua levatura.
In don Quintino l’evidenza parlava da sola. Con noi non si atteggiò mai a maestro. In questo modo ci diede, senza ostentazione, degli insegnamenti inestimabili. 
Se oggi, a quarant’anni di distanza, lo ricordo così affettuosamente e con tanta stima, pur nella mancanza di molti fatti di cronaca episodica da poter scrivere o raccontare, questo significa che nel nostro intimo profondo, il buon Quintino ha lasciato una traccia di grande rilevanza e la certezza di avere vissuto accanto ad un convivente e confidente con Dio.
Quando chiedo a qualche vecchio amico: ti ricordi di don Quintino? 
Mi rispondono: certamente. 
Cosa ricordi di lui? Ah...il nostro buon Quintino!!! Episodi…? Mah…che era un sant’uomo e che faceva poche chiacchiere.
E vi dirò che non era il solo ad essere così Grande in quel Seminario regionale.
In quegli anni abbiamo vissuto accanto a persone che Dio aveva scelto come  futuri preziosi strumenti suoi. Vi cito Don Tonino Bello, Don Dossetti, Don Paolo Serrazanetti, don Italo Urbinati, don Ciro Romani ecc. e nomino solo i defunti che ricordo. 
Un tempo quando si leggeva quotidianamente la relazione storica dei santi del giorno, si finiva dicendo: et alibi aliorum plurimorum sanctorum martirum et confessorum atque sanctarum virginum...(ed altrove tanti altri santi martiri confessori e sante vergini....): il grande giardino di Dio!
Infatti  tanti altri ottimi allievi o maestri sono passati in quel Seminario Regionale di Bologna, che il futuro dichiarerà come tesori preziosissimi al cospetto di Dio e degli uomini, o che nessuno mai pubblicizzerà, ma solo al gran  finale verranno tirati fuori!. 
Oggi capisco meglio come don Quintino abbia giudicato un calvario il suo periodo di seminario: convivere con ragazzi giovani, essere giudicato da professori, che a volte lo trattavano con l'aria dei sapientoni e lui con un grande amore di Dio ed un animo francescano! 
Ed al contrario di san Francesco osava ambire di diventare sacerdote, certamente per essere più completo, nel suo eremo, mediatore di fronte a Dio per la pace e la grazia di Dio per  tutti.
Il  buon Quintino non rifuggiva da noi, si sentiva un fedele e buon compagno di gruppo, si associava a noi con discrezione e riguardo. Infatti assieme a noi il buon Quintino desiderava diventare Sacerdote.
Ricordo quando, novello Diacono, distribuiva la Comunione, con quanta emozione e dignità ci porgeva il Sacramento, e poi, dopo il Natale del ’61,  lo ricordo quando al mattino diceva la messa, accompagnato da qualcuno di noi compagni. 
C’era una emulazione fra alcuni di noi per potere partecipare a questo privilegio, perchè le sue messe erano come quelle di Padre Pio (che pure conobbi): era radioso nell’amore di Dio.
Per noi era già santo allora!!!. 
Qualche anno fa, un mio amico, tuttora Parroco a Bologna, parlò di don Quintino in chiesa il giorno dei Santi. Si chiama don A. P..  Un altro che lo frequentava molto era don M. G.. 
Nella foto che avete sul sito ci sono preti, vecchi amici che conosco molto bene. Ad esempio, don E.P., che fu sempre assieme a don Benzi, recentemente scomparso.
Don Quintino era il nostro amico preferito che ci poteva parlare di Dio a ragion veduta. 
Con Lui si pregava e ci si aiutava spiritualmente, durante i momenti consentiti,  nelle cosiddette “ricreazioni”, e nella cappella. 
Il suo esempio era di costante edificazione comune. 
Ricordo l'ultimo  periodo intenso di preghiera in occasione di un corso di esercizi spirituali della fine dell'anno scolastico, nel mese di maggio-giugno del ‘62, credo. Si pregava con grande fervore tutti e don Quintino era un grande aiuto spirituale. Si recitava il Rosario triplo, si cantava qualche inno sacro ecc… Ricordo distintamente quando don Quintino con tutto il gruppo passeggiava nel cortile e si cantava e si viveva intensamente l’inno: ubi charitas et amor, ibi Deus est. E tutta la classe era unita nell’amore fraterno. E lo siamo tutt’ora!. 
Questo mio ricordo è dovuto esclusivamente alla gratitudine che conservo nel cuore, disinteressato e veritiero, perchè in seguito abbiamo fatto percorsi diversi, e non l'ho mai più incontrato.
Ho ricevuto l'annuncio della Sua morte inaspettata: ma Dio solo sa per quanto tempo ci può mostrare i suoi diamanti preziosi, a nostro incoraggiamento. 
La loro presenza spirituale rimane e germoglia, come i polloni del bosco, accanto alle piante cadute,  per il buon futuro del Campo.

Rimini, 14 gennaio 2008     
Antonio Tognoni