Home Su Commenti Notizie Link Ricerca Comunicazioni
 Nel trigesimo della morte
Precedente Home Su Successiva

 

Nel trigesimo della morte 
del sacerdote eremita don Quintino Sicuro

di don Cosimo Conte

Melissano 25-1-1969

Carissimi, un sentimento comune ci ha riuniti in questo santo Tempio in vincolo di preghiera e di unanime e sentito cordoglio per la immatura scomparsa del nostro concittadino Don Quintino Sicuro, tornato nella gloria eterna di Dio il 26 dicembre 1968 in quel di Balze presso l’eremo di S. Alberico, vicino a Sarsina, provincia di Forlì.

A distanza di breve tempo, appena sette anni, da quel giorno solenne e pieno di gioia e di luce, il 6 gennaio 62 quando don Quintino Sicuro celebrava la prima Messa Solenne nella sua Melissano e qui nella sua Chiesa, circondato da parenti, amici e concittadini osannanti al novello sacerdote, oggi 25 gennaio 1969 siamo di nuovo riuniti nella stessa Chiesa, ma per un motivo di lutto nel ricordo del sacerdote dell’eremo di S. Alberico, a trenta giorni dalla sua serena morte. Per noi di Melissano l’eremo S. Alberico balza al centro della storia cittadina, perché questo suo figlio ha legato ivi gli ultimi anni di sua vita migliore e la sua stessa esistenza e da morto gli ha affidato il suo corpo. Nei pochi anni di sua dimora in quel luogo e negli altrettanto pochi di sua intera vita terrena il nostro don Quintino s’impone per la sua gigantesca figura di uomo di Dio.

Dinnanzi alla stima di cui lo hanno onorato quanti lo hanno conosciuto come semplice laico e come sacerdote, compreso il suo vescovo ed il clero; dinnanzi al pianto accorato e sincero di tanti umili che hanno perduto il loro benefattore e consolatore; dinnanzi alla folta schiera di giovani che ora sono muti nel loro dolore e disorientati perché privati del loro umile e ascetico maestro; dinnanzi al riconoscimento unanime della sua santità; oggi molti rettificano il loro giudizio nei suoi riguardi, perché pensavano di trovarsi innanzi ad un soggetto succube di complessi e non limpido nella sua intelligenza e nel suo volere. Né del resto tali giudizi potevano sembrare infondati, poiché, in pieno secolo ventesimo, cioè il secolo del comfort e dell’edonismo come metodo di vita, egli aveva scelto uno stato di vita talmente contrastante con le idee correnti da farlo sembrare un pazzo. Per capire quanto qui detto ecco come la rivista Famiglia Cristiana nel luglio 1962 ne dà brevemente l’annuncio: “ …. C’è un uomo che vive completamente solo in mezzo ai monti a 1147 metri, in una gola freddissima dell’Appennino Romagnolo.

Si fa tutto da sé; non ha luce; non ha radio, né tv.

Si può arrivare lassù dalle Balze di Verghereto o dalla cella ma solo a piedi. Sta in quell’eremo da oltre sei anni. Si nutre di quello che riceve o che riesce a coltivare nel suo orticello; non domanda niente a nessuno, và sempre scalzo in pieno inverno.”-

Ma prima di parlare molto succintamente della sua vita migliore, permettete che rievochi a brevi tratti gli anni e gli eventi che l’hanno preceduta. Quintino nacque a Melissano il 29 maggio del 1920. Fin da piccolo dalla sua buona mamma fu avviato a frequentare la Chiesa e le sacre funzioni.

Fu affidato alle cure dell’allora vice parroco il Reverendo Fiorentino Cataldi, che con molto zelo ed amore curava un folto gruppo di ragazzi.

Lo zelante sacerdote curava pure il gruppo chierichetti e volle che Quintino ne facesse parte. Questi spiccava tra i coetanei per acuta intelligenza, per prontezza e precisione in tutto; nonché per la sua  prestanza fisica, infatti era il più alto e robusto fra quelli della sua età. Il ragazzo cresceva e si faceva notare per uno spiccato senso di pietà per compostezza e serietà nell’assistere alle Sacre funzioni e per una particolare sensibilità verso tutto ciò ch’era sacro.

Fu durante l’anno di frequenza della quarta classe elementare che manifestò in famiglia l’idea che sentiva la vocazione a farsi frate. Idea molto strana allora in Melissano, perché nessuno pensava mai ad una simile vocazione, né v’erano sacerdoti o frati tra i cittadini melissanesi. Questo è confermato da Lui stesso già eremita “.. fin da piccolo aveva sentito il trasporto per la vita religiosa.” Per mia personale conoscenza, perché ero nella cerchia ristretta dei suoi amici, confermo che la sua non era ostentazione inconsapevole affermazione dei ragazzi. Egli era pienamente convinto e cosciente. Penso che sia una prova il seguente episodio.

Si era sui dieci anni nel mese di marzo ad Alliste si faceva la conclusione solenne della Missione tenuta dai Padri Passionisti. Quintino non voleva mancare. Ne approfittò col motivo che colà aveva dei parenti. Chiamò me ed un altro amico per fargli compagnia. Accettammo e nel primo pomeriggio di quella domenica facemmo a piedi la strada fino ad Alliste; seguimmo devotamente la processione e ritornammo, sempre a piedi, in tempo utile per trovarci in Chiesa e servire la sacra funzione della sera. Ricordo che Quintino era tanto contento. In seguito si confermò nell’idea ch’era chiamato da Dio allo stato religioso. Interessò i genitori; ma ebbe sempre un costante rifiuto. Egli però insistette finchè ottenne la risposta affermativa. Purtroppo tutto arenò quando giunse alla conclusione per la difficoltà di presentare la licenza di maturità onde poter proseguire gli studi nel convento. La difficoltà era dovuta al fatto che in quel tempo a Melissano non c’era l’istituzione della quinta elementare. In seguito potè frequentare le scuole tecniche di Gallipoli. In tutto questo periodo non si nota nulla di particolare. E’ un giovane come tutti gli altri, sempre sereno, sorridente, sincero e pronto al dovere. Forse in cuor suo sente prepotente la presenza di Dio e la sua voce, ma nulla lo lascia trapelare. Infatti giunto all’età di diciotto anni fa domanda d’essere  arruolato nell’arma della Guardia di Finanza. Tutto risponde bene e Quintino veste la nuova divisa delle Fiamme Gialle. Chi lo ha visto allora non dimenticherà la sua figura. E’ un giovane che sembra fatto proprio per la vita, anzi direi che la vita sembra fatta per lui.

Quella vita fatta di conquiste e di soddisfazioni e alimentata nei sogni dorati del futuro. Quella vita che tutto promette e acuisce l’intelligenza e sospinge la volontà. E’ già eremita eppure non ha perduto nulla di quelle linee di perenne giovinezza. Ecco infatti come lo descrive il corrispondente di famiglia cristiana: “… è un bell’uomo, alto, robusto, occhi chiari, capelli biondicci, radi…”-

Insomma è un giovane aitante e bello che affascina tutti gli occhi che si puntano su di lui. E quando sule sue braccia si fissano i galloni di brigadiere, la sua figura sarà proprio come quella di un conquistatore. Sembra che la vita come fata lo abbia baciato in fronte e che con la sua bacchetta magica lo guidi pei floridi sentier della speranza.- Così infatti da famiglia cristiana: “… vice brigadiere delle Guardie di Finanza a 25 anni; definito brillante dai suoi superiori; stimato dai colleghi; amato dai sottoposti. Aveva tutto: come mai ha abbandonato ogni cosa per ridursi a vita così dura?”. Evidentemente la Grazia Divina ha continuato a lavorare di nascosto nella sua anima. Anzi in questo momento della sua vita mi sembra sia come la pecorella che il pastore chiama e insegue per ricondurla all’ovile; ma lei va lontano. E il pastore la segue sempre finché la raggiunge e la porta con sé. Resta confermato che i disegni di Dio per le anime sono imperscrutabili. Egli sa suscitare anche un terremoto spirituale, perché il suo volere si compia, perché un’anima si arrenda a Lui. Così è stato per Quintino. E possiamo aver conferma di questo da una confidenza fatta da lui stesso a persona amica. Un giorno era in servizio nei gradi di brigadiere egli toccò fare una contravvenzione ad un poveretto. Questa era ben motivata ma lui ne soffrì intimamente pensando al danno che aveva subito il malcapitato, alla sua famiglia, ai suoi figli; quasi se l’addebitava come colpa. Evidentemente il suo animo nutriva sentimenti ben delicati verso il prossimo e già pensava che quella vita non era per lui. Certamente questi sentimenti e pensieri avranno preparato e temprato il suo animo per la futura decisione. Non sappiamo nulla della tempesta che s’è scatenata nel suo intimo. Egli non l’ha confidato ad alcuno. (almeno per ora non si conosce alcunché). Intanto una cosa è certa, che la potenza  di un’azione si misura dalla reazione ch’essa suscita. Così infatti possiamo capire l’interna carica spirituale che si stava preparando nell’animo del nostro brigadiere. Infatti quando tutto fu maturo, dopo otto anni di servizio militare, la reazione scoppiò immediata, violenta e improvvisa nella suprema decisione che fu la seguente: lasciare la promettente vita, lasciare la brillante carriera militare e seguire la voce di Dio che lo chiama insistentemente a salire la vetta del santo monte della perfezione cristiana: la santità. A questo punto noi ora possiamo avere una chiara idea della valutazione data da lui alla vita e così trovare ancora un’altra spiegazione al suo grande gesto.

Per lui la vita non era nel godimento e nei piaceri; non nella esaltazione della propria personalità, ma solo donazione. E donazione come di un fiore quand’è profumato e con i suoi colori vividi e affascinanti; donazione a Dio e ai fratelli  nell’amore e nel servizio umile e sincero. Così infatti le sue parole sull’immaginetta ricordo della vestizione religiosa: “Pochi anni, o mio Signore, sono belli a portare; com’è bella per donare questa vita quand’è in fiore.”

Perciò dinnanzi alla sua visuale brilla un nuovo ideale: rispondere all’amore del Padre nell’abbandono di tutto ciò ch’è del mondo, nella spogliazione di tutto ciò ch’è proprio, come fece Francesco d’Assisi  seguendo l’esempio del Divin Maestro. Così senza far cenno ad alcuno e con sorpresa di tutti dà l’addio al mondo e si ritira nel convento dei Frati Minori di Ascoli Piceno e poco dopo passa in quello di Treia. Facendo suo il pensiero e le parole di San Paolo esclama: “… quelli che per me eran guadagni ho reputato perdita a causa di Cristo, anzi stimo come perdita ogni cosa di fronte alla suprema cognizione di Gesù Cristo, mio Signore … per amor di Lui mi sono privato di tutte le cose e le ho stimate spazzatura allo scopo di guadagnare Cristo”.

Così passa due anni di studio nel detto convento ed il giorno 18 settembre 1949 veste l’abito francescano per iniziare il noviziato. Agli occhi degli estranei sembra che Quintino abbia raggiunto il suo sogno e che si trovi nel suo solco. Ma non è così. Non possiamo sapere quali ricami spirituali la grazia dello Spirito Santo abbia intessuto nella di lui anima. Infatti egli è ancora insoddisfatto di questa nuova vita. Anela a qualcosa di diverso che porti, ad una maggiore perfezione. Intervistato a suo tempo, egli conferma che il suo ideale non è ancor raggiunto. Così egli stesso si esprime: “… la vita del convento è vita di raccoglimento, di penitenza e di preghiera, ma non è la mia vita. Io mi sento chiamato all’eremo, alla completa solitudine, solo con Dio”. (famiglia cristiana).

Così egli percepisce sempre più nitida e insistente la voce di Dio, che lo chiama ala vetta del monte santo. Sente che il Padre del cielo per suo mezzo vuol lasciare all’umanità un nuovo messaggio di luce e di amore. Quintino non può rifiutare e decide.

Dopo appena qualche mese dalla vestizione dell’abito francescano e precisamente ai primi di novembre dello stesso anno, lascia il convento e si ritira nell’eremo di Montegallo.

Miei cari, se la prima decisione di Quintino aveva sorpreso e meravigliato quanti lo conoscevano, questa seconda dà addirittura le vertigini. Egli lascia l’abito francescano per vestirne un altro molto più dimesso ed umile. Sentiamolo da lui stesso nella prima lettera indirizzata dall’eremo ai suoi familiari: “lascio il convento per l’eremo … depongo il saio francescano per indossare la divisa di madonna Povertà e seguire il mio destino, cioè la volontà di Dio”. Quanti apprendono la notizia si domandano esterrefatti s’è proprio vero. E’ un silice. Che sia come al solito? S’è vero, forse Quintino sarà un esaltato o addirittura un matto. Al giorno d’oggi non si può concepire una vita del genere: vivere da solo, al freddo, mal vestito, a piedi scalzi in mezzo alla neve.

Ed ecco che dopo un mese di ansiose domande, giunge la sua prima lettera dall’eremo in data 10 dicembre 1949. Trascrivo la parte che interessa: “… carissimi, avrei tante cose da dirvi, onde giustificare il mio passo fatto, eppure mi astengo perché superfluo e vi dico semplicemente di aver fatto la volontà di Dio e di star bene, perché sulla mia strada. Non mi importa se il mondo mi dice pazzo. Basta che piaccia all’Amore. Ed ora miei cari non pensatemi un mendicante, ma un apostolo sulle orme del Maestro. Sono felice, credetemi! Il Padre, nel dolce amplesso del quale sono interamente abbandonato, non mi fa mancare nulla. La popolazione delle borgate vicine, dove mi porto per una buona parola, mi vuole molto bene; e in essi trovo la cara mamma, sorella e fratello. I figli non sono fatti per i genitori, ma per la missione a cui la Provvidenza li destina. Benedicimi o M

Mamma, e perdonami se involontariamente ho ferito il tuo cuore. Pregherò tanto per te”. Miei cari che ascoltate, queste parole dicono molto chiaramente quale alto grado di ascesi il nostro Quintino avesse raggiunto. E’ la storia dei santi che si ripete. Egli chiamato dal Padre, percorre la via degli eroi. Disprezza il giudizio degli uomini e ripete a sé stesso, basta che io piaccia all’Amore. E’ dunque evidente ch’egli non è fatto per la pianura o per le semplici colline dello Spirito. La vetta candida di neve e di sole dov’è Dio lo affascina. “Il Signore lo coprì di ogni benedizione e lo indirizzo per le sublimi ascensioni della vita interiore”. E noi ora lo vediamo nella sua nuova vita di solitudine: solo, con Dio solo, come aveva tanto bramato. Ma dopo quattro anni di permanenza all’eremo di Montegallo è costretto a cambiar dimora e ritirarsi nell’eremo di S. Alberico, così detto perché fondato dal santo eremita che ivi visse e morì.

Il luogo è a 1147 metri di altitudine, tra le asprezze naturali e il rigidissimo clima, che solo d’estate è un po’ ventilato, ma d’inverno quasi sempre coperto di neve. In quella solitudine solo Dio è testimone di quel che il discepolo fa per il Maestro. Solo Egli conosce le austere penitenze e le lunghe veglie che l’eremita Quintino fa per riparare ed adorare. Da testimonianze oculari apprendiamo che la sua abitazione consisteva in una stanzetta quasi diroccata e mal messa; aperta al vento e all’acqua, tanto che spesso ci pioveva dentro in abbondanza, ma egli non s’impegnava a ripararla; con una temperatura invernale che per lungo tempo dell’anno raggiunge vari gradi sotto zero. Ecco come ne parla famiglia cristiana: “ lunghe ore nell’orto o nel bosco; patire il freddo, il caldo, la fame e le intemperie come Dio le manda, in pazienza”. E per avere un’altra idea sulla penitenza che faceva basti sentire quanto fu duro il viaggio che fece a piedi, come pellegrino insieme all’amico laico Vincenzo, eremita anche lui, dall’Italia a Lourdes e ritorno per sciogliere un voto fatto alla Vergine prima d’essere sacerdote. Così ne parla egli stesso in un diario di quel pellegrinaggio: “… nello zaino, cibo? Nulla. Denaro? Nulla. Scarpe ai piedi si … ma non molto comode.

E noi andavamo sempre da mane a sera, sotto il sole splendente e nelle giornate grigie; sotto la pioggia pesante e fra il nevischio pungente …. Una sera privi di ogni altro ricovero, fummo ospitati in una stalla. Il nostro letto fu un po’ di paglia e, a riscaldarci, il tepore che dalle bestie emanava … si continua il viaggio sempre più fidenti e gioiosi nonostante la continua fatica nonostante il mal tempo tentasse di minare la nostra perseveranza. Eravamo fidenti perché a sera il Padre ci dava la possibilità di asciugare gli indumenti, talvolta letteralmente inzuppati e di riscaldare le membra intirizzite.”

Quanti l’hanno visto la prima volta che venne in paese nell’abito dimesso di eremita, hanno ancora impressa quella figura che mai più si cancellerà dalla loro mente. Io sono tra questi.- quale differenza col giovane brigadiere della Finanza. Ha addosso un dimesso soprabito bianco, al di sotto pochi panni sebben sia inverno; i piedi scalzi, i capelli lunghi e così pure la barba. Ha un incedere deciso, ma dimesso, però ugualmente maestoso, umile sereno in viso da cui traspare l’intima unione con Dio ed un qualcosa di segretamente affascinante.

E’ l’uomo di Dio; e il messaggero del cielo.

Così egli passa per le strade del suo paese quasi a purificare gl’incerti passi con cui le aveva percorse da ragazzo e da giovane  e per portare ai suoi concittadini il silenzio messaggio di santità e di salvezza. Dopo la penitenza il lavoro. Egli vi dedicava tutto il tempo che gli avanzava dalla preghiera e dalle dell’ opere di apostolato. Ne è testimonianza la ricostruzione e l’ampliamento dell’eremo di

S. Alberico. Al suo arrivo era una piccola cella quasi completamente diroccata con annessa una picco formato la Chiesa, anche questa in deplorevoli condizioni. Oggi è un bel complesso formato da varie stanzette con acqua corrente e ben accoglienti e la Chiesetta ampliata e resa molto bella.

Così; conferma il corsivo di un giornale a questo riguardo: “… Quintino s’è trasformato in esperto muratore”. Oggi l’eremo, trasformato e reso accogliente dal lavoro del nostro don Quintino, è meta di pellegrinaggi ed è oasi di spiritualità ove sacerdoti e laici si recano per fare corsi di esercizi spirituali.

Ma il Signore riserbava per lui l’ultimo dono, che avrebbe completato il disegno divino, come lo stesso Quintino ebbe a dire: “… fin da bambino avevo sentito il trasporto per la vita religiosa”, perciò doveva essere anche sacerdote. Quest’ultimo atto della divina volontà si manifestò a lui  per mezzo di quella dei suoi Superiori.

Da sacerdote, pur restando nell’eremo,avrebbe dato più ampio respiro alla sua opera di bene, avrebbe avvicinato a Dio più anime. Egli accettò.

Lasciò quindi l’eremo e si recò a Roma, indi a Bologna e poi di nuovo a Roma per completare gli studi ed essere sacerdote. – fu ordinato il giorno 23 dicembre 1961, vicino al suo eremo, alle Balze. Il giorno di epifania, come già detto, celebrò la messa solenne qui nella sua Chiesa. Ormai il disegno divino è completo. E il nostro don Quintino ritorna al suo eremo per continuare la sua vita lontano dagli uomini ed a contatto con Dio. Egli nulla ha mutato del suo programma: preghiera, penitenza, lavoro. Solo in parte ha mutato il suo aspetto esterno per renderlo più confacente alla sua nuova qualità di sacerdote.

Avrà pure mutato il suo volto interiore nell’impegno più assoluto di configurarsi al Cristo crocefisso e di raggiungere con più rapidità l’apice della perfezione.

Si sarà portato spesso tra gli uomini, tra gli ammalati e i sofferenti per consigliare, per consolare e sollevare per essere anche in questo simile al Cristo che passò facendo del bene a tutti.

I suoi ammiratori e beneficati gli danno prova della loro riconoscenza. Infatti a conferma trascrivo da un giornale al suo riguardo: “… l’eremita è amato e rispettato da tutti i montanari della vallata … vive tranquillo, in pace con tutti, uomini e animali”.

Altra conferma di ciò viene dalle sue stesse parole nella citata lettera: “ … le popolazioni delle borgate vicine ove mi porto per una buona parola, mi vuole molto bene”.

Del resto non poteva essere diversamente perché egli badava prima agli altri e poi a sé. Di fatti così si esprime: “… lavoro e divido quello che ho con chi capita quassù o è più povero di me”.

Dal poco che sappiamo e da quello che si intravede della sua opera possiamo affermare che la figura e la personalità del nostro don Quintino è davvero gigantesca. Proprio come l’affermazione della sacra Scrittura: “ si levò come gigante a percorrere le vie del Signore”. Il gigante ha delle membra e delle forze superiori al normale e don Quintino ha assunto proporzioni spirituali da suscitare meraviglia e ammirazione. Il gigante avanza trionfatore e travolge quanto incontra sul suo cammino e don Quintino ha travolto ogni barriera di diffidenza ed  ogni ostacolo che impediva il suo passo verso Dio.

Ha trionfato della moderna ideologia esistenzialista provando che l’uomo raggiunge la vera personalità quando si inserisce nel piano di Dio accanto ai fratelli.

Ha risposto con fermezza agli spavaldi che intendono affossare l’idea di Dio e del suo regno spirituale dando esempio di vita dedicata esclusivamente ai motivi soprannaturali.

Quale nuov Battista s’è levato al di sopra del mare pantanoso e putrido del sistema materialistico della vita per additare i supremi valori divini e spirituali. Ripetendo una parola che in suo elogio alla morte ha usato il Vescovo che lo ha guidato anch’io affermo che don Quintino è stato un grande contestatore. Egli ha contestato agli uomini di oggi il grande errore o spavalderia di voler sostituire Dio al proprio Io.

 Essi esaltano sé stessi e valorizzano la loro personalità don Quintino invece umilia ed annienta sé stesso perché in lui e nella sua vita aumenti Dio.

Gli uomini corrono dietro alle ricchezze e spesso perdono Dio; don Quintino invece abbraccia la più grande povertà e si unisce di più a Dio. Gli uomini ricercano i piaceri smodati e danno la loro anima; don Quintino si dà alle più aspre penitenze e privazioni per salvare la sua anima. Gli uomini schivano o bestemmiano il lavoro ed egli diventa lavoratore e, come vuole Cristo, ne fa un mezzo di vita e di redenzione. Gli uomini si ignorano anche se vicini, si fanno la lotta e la guerra e si odiano; egli invece si fa tutto a tutti e con chi ha fame divide il suo tozzo di pane. Gli uomini con cinica e sprezzante consapevolezza commettono il peccato; don Quintino lancia la sfida e la lotta al peccato stesso perché sia lode a Dio e trionfi la virtù. Sintetizzando possiamo affermare che don Quintino è stato il grande e coraggioso contestatore del nostro tempo contro il peccato; contro le ricchezze che portano a dannazione; contro i piaceri smodati e contro l’odio e la lotta fratricida. Come sul piano umano il suo futuro si annunciava brillante così sul piano spirituale sembrava lanciato alla conquista di vasti orizzonti nel regno di Dio. Dalla sua persona come dalla sua parola emanava lo spirito di Dio che lo possedeva e conquistava le anime che lo avvicinavano. Sembra che lo Spirito Santo l’abbia ricolmato di particolari carismi. Ne abbiamo conferma da due particolari che riporto qui appresso, e che ci sono giunti prima della sua morte. Muore sua mamma ed egli scrive una lettera ai suoi familiari adduce anche questo che cioè l’anima della mamma è andata subito in Paradiso senza passare dal Purgatorio. Egli dice che gli è stato comunicato. Da chi mai? Possiamo supporre che egli stesso ne abbia avuto la rivelazione e per umiltà si nasconde dietro l’anonimo. La seconda prova è la seguente: alcune persone di una città vicina alla sua zona si recano da P. Pio per illuminazioni e consigli; ma il padre le manda indietro dicendo: “… non c’è bisogno che veniate da me; avete vicino l’eremita don Quintino. Andata da lui”.

Miei cari, quando uno è lanciato nella corsa va avanti con sempre maggior energia fino al traguardo. Così sarebbe stato del nostro eremita tanto bene affondato nelle vie di Dio.  Ma allorché il frutto è maturo è anche necessario che sia raccolto. Così è pure per il nostro santo eremita. Sebbene sia ancor relativamente giovane, 48 anni, tuttavia è già maturo per il cielo. In poco tempo ha percorso tutta la sua strada. Perciò Iddio lo chiama improvvisamente a sé. Ha sofferto tanto; ha mortificato la sua carne e l’ha assoggettata allo spirito; s’è vuotato di sé e s’è riempito di Dio. E’ passato da vero trionfatore. E’ giusto che ora riceva il premio e la corona riservata ai buoni; come dice san Paolo:

“… ho combattuto la buona battaglia … ora non mi resta che ricevere la corona di giustizia che mi darà il Signore”.  Così la mattina del 26 dicembre 1968 alle ore 6 don Quintino lascia improvvisamente la terra e ritorna al suo Dio. Egli è il pellegrino che ha raggiunto la patria e canta l’Alleluia perenne nella gloria eterna di Dio. Don Quintino non è più della terra, ma del cielo. Egli è morto, ma è più vivo di prima. Viva sarà la sua memoria per la grande eredità di virtù e di esempi che ci ha lasciato. La sua pasqua continua nei secoli. L’ha cominciata sulla terra attuando nella penitenza e nella preghiera la sua trasformazione in uomo nuovo, uomo tutto di Dio.  L’ha cominciata incontrandosi con Dio sia direttamente, sia nella persona dei suoi poveri che ha aiutato ed assistito. Ora si perenna eterna nel canto dell’alleluia. Con la sua morte infatti ha fissato nella gloria e nell’essenza divina la personalità trasfigurata e s’è incontrato col suo Dio nel quale è il suo gaudio. Miei cari concittadini, la storia di don Quintino Sicuro è terminata. Abbagliati e storditi dalla luminosità della sua vita santa, sentiamo anche l’orgoglio ch’egli sia nostro concittadino. Ed ora per concludere io intendo sottolineare a lanciare al mondo ed in particolare ai Melissanesi il suo accorato messaggio, che fu l’anelito della sua vita. lo riporto con le sue stesse parole: “… il mio massimo ed unico desiderio è che tutti gli uomini conoscano Dio e gli diano gloria salvando la loro anima così da raggiungere il fine per cui sono stati creati”. Questo messaggio è della massima attualità e perciò è necessario che sia raccolto con santo impegno ricordandolo nella sua più sintetica” conoscere Dio- lodarlo e servirlo e salvare la propria anima”. E’ la dolce e cara eredità di colui che s’è spogliato di tutto ed ha abbandonato tutto per essere ricco di virtù e di merito; ricco del tesoro indicato da Cristo: Dio e la sua grazia su questa terra; Dio e la sua gloria nel cielo.

Miei concittadini, perché la vostra comunità cittadina continui i fasti gloriosi delle tradizioni cattoliche, perché nel nome di Dio sia sempre tra voi pace e prosperità, unione di cuori e consensi unanimi, vi prego di accogliere e sviluppare questa eredità di cielo. Unitevi tutti nel servizio leale e sincero a Dio sotto la guida della Chiesa. Darete alla vostra vita ed alla vostra città un corso nuovo sotto il raggio luminoso della grazia; in una pasqua perenne di trasformazione e di gloria, sempre in marcia anche per il futuro verso le eterne conquiste del vero.

Così ora, in conclusione, per l’anima eletta del nostro don Quintino invochiamo dal Signore una gloria grande in cielo e lo preghiamo affinché voglia glorificare il suo servo anche su questa terra a gloria sua ed a salvezza delle anime.

 Don Cosimo Conte