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 Omelia del Vescovo Lanfranchi
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OMELIA   MESSA   ESEQUIALE
FRA   VINCENZO  MINUTELLO

( Letture bibliche: Sap.3, 1-9; Rm 8, 14-23; Mt 11, 25-30)

Quando nell’ottobre scorso abbiamo appreso della gravità della malattia di Vincenzo e della necessità che fosse operato, pur senza troppe speranze umane di guarigione ma almeno per lenire il dolore, avremmo desiderato strappare a Dio,  per l’intercessione di don Quintino, il miracolo.

Abbiamo invocato don Quintino, che si mostrasse ancora una volta padre per questo suo figlio spirituale che nel 1962 lasciò i genitori, i fratelli e il lavoro dei campi per raggiungerlo a S. Alberico per condividere l’esperienza dell’eremo, attratto dall’esempio e dal desiderio di una vita totalmente consacrata all’amore di Dio e dei fratelli.

Il Signore nel suo imperscrutabile disegno non ha voluto così. Noi comunque vogliamo ringraziarlo per il tempo che ce l’ha donato, perché è stato davvero un grande dono.

Umanamente parlando Vincenzo ci era ancora necessario e ci mancherà, ma la nostra fede ci dà la certezza che nella comunione dei santi ci è presente e certamente intercede per noi presso il Signore.

 Credo che ognuno dei presenti conservi gelosamente nel suo cuore incontri, momenti vissuti insieme, parole di Vincenzo, che gli sono di sostegno e di guida per il suo pellegrinaggio verso la casa del Padre.

 Si è ripetuto per Vincenzo quello che è accaduto lungo i secoli per tanti eremiti.

Molti accorrevano per esporre i loro problemi, per essere confortati da queste persone che avevano abbandonato tutto per vivere nel silenzio e nell’essenzialità l’esperienza dell’incontro con Dio.

Ci verrebbe da dire che andavano dalle persone meno adatte: che cosa poteva capire del mondo, chi dal mondo era fuggito?

Eppure la storia della Chiesa è ricchissima di testimonianze che narrano di persone che ritornavano a casa, alle loro occupazioni, trasformate dall’incontro con un eremita , un monaco.  Questo è accaduto anche per Vincenzo

Massimo Scarani  nel bel ritratto che fa di Vincenzo sul Corriere Cesenate di qualche tempo fa scrive:

“Chi, anche nell’imminenza del 29 agosto (festa di S. Alberico), avrà occasione di salire all’eremo e incontrare l’eremita, ritroverà in lui il discepolo di don Quintino con tutta la semplicità delle anime grandi che in ogni cosa e in ogni gesto rivelano inaspettatamente quella sapienza che spesso non hanno le persone dotte ed erudite, perché il Signore ha voluto riservarla solo ai suoi prediletti, ai suoi  “piccoli”. Abbiamo ascoltato dal Vangelo: “Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”.  (Mt. 11,25)

C’è una sapienza che è  “stoltezza davanti a Dio” (I Cor. 3,19), perché ragiona non secondo Dio ma secondo i puri criteri umani.  Secondo questa sapienza o meglio pseudo- sapienza, i valori supremi sono quelli del benessere materiale, della salute fisica, della ricchezza economica, della carriera.

Per essa diventa appetibile, e quindi degno di essere conquistato ad ogni costo, solo ciò che è visibile, terrestre (?), immediato. Questa sapienza è fondata sull’egoismo materiale che diventa, in realtà, somma trascuratezza nei confronti del proprio vero bene.

C’è la sapienza che viene da Dio ed è propria di chi mette Dio al primo posto o meglio all’unico posto,di chi si mette costantemente in ascolto di Lui e della Sua Parola fa il suo nutrimento quotidiano. E’ la sapienza di chi si affida a Dio come un bambino, un piccolo a suo padre.

Vincenzo era una persona semplice, che proprio per questo metteva a suo agio chiunque lo accostasse. Semplice, ma di una statura umana e spirituale grande, di quella grandezza che è propria di chi  apre la propria vita a Dio e ai  fratelli.

Il Papa nell’enciclica che ci ha donato  “Deus Caritas est” parla del  “desiderio” , di quel sentimento che porta l’uomo ad uscire da sé, a intraprendere quella peregrinazione verso un luogo, un  “tu”  in cui trovare risposta alla sete di felicità, di pienezza di vita.

Questo luogo per Vincenzo è stato l’eremo di Sant’Alberico, questo  “tu”  è il  “Tu”  di Dio. Nell’eremo il mistero di Dio si è fatto presente, di una presenza viva di cui innamorarsi. Questo mistero si è rivelato come Padre, un Padre a cui affidarsi e di cui fidarsi.

“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio”.    

Questo è vero non solo dopo la morte, ma sempre. Siamo nelle mani di Dio, siamo in buone mani.

Apparteniamo a Dio. La verità della vita e della persona è di appartenere a Dio. Quando uno arriva alla consapevolezza di appartenere totalmente a un Altro, conduce la vita nella serenità, nella bontà, nella speranza, nell’apertura ai fratelli, dandole un respiro grande, senza soffocare nell’immediato.

La scelta di un eremita testimonia all’uomo sempre indaffarato, sempre alla ricerca di qualcosa a cui appoggiarsi per dare consistenza alla sua vita , denaro – carriera – potere – piacere , che la solidità della propria vita è data da Dio.  “Niente meno di Dio basta all’uomo”. Quando c’è Dio c’è tutto. E’ il senso creaturale , di non possesso, di fiducia in Dio, che l’eremita testimonia.

Vincenzo lo ha fatto ricercando Dio nella contemplazione, con lunghe ore di preghiera. Nel vigore dei suoi anni permaneva all’eremo anche d’inverno e alle 4 della notte era in chiesa a pregare, mi ha  testimoniato p. Orfeo che nel  ‘70 visse 6 mesi con Vincenzo all’eremo. Questo senso creaturale  lo portava ad essere umile verso gli altri ma anche verso se stesso.

Ha sopportato sacrifici enormi per ricostruire con don Quintino l’eremo, è andato a piedi in pellegrinaggio a Lourdes, ma ha avuto anche l’umiltà di non presumere di se stesso, di sapersi ritirare d’inverno alle Balze, quando le forze cominciarono a diminuire.L’abbandono a Dio lo portava ad accettare i suoi limiti.

La coscienza della paternità di Dio lo portava a vivere la fraternità verso chiunque si recava all’eremo.  Era di un’accoglienza squisita, anche se sobria. Sapeva che l’esperienza dell’eremo poteva essere determinante per chi vi si recava per trovare un po’ di sollievo, per un momento forte di spiritualità o anche semplicemente per curiosità.

Con la sua accoglienza voleva essere testimone di quel Dio che è misericordia per l’uomo, che riversa il suo amore su ogni creatura.

Un’accoglienza che rifuggiva dal voler attirare l’attenzione su di sé. Vincenzo era molto restio nel parlare di sé, nel manifestarsi, era riservato; l’importante era che chi si faceva pellegrino fino all’eremo potesse trovare il Signore attraverso il silenzio e il colloquio spirituale nella preghiera.

Era molto contento quando poteva ospitare qualche sacerdote  ( ed erano diversi che d’estate trascorrevano all’eremo qualche giorno o una settimana ) : lo considerava un grande dono per sé, per la possibilità della S. Messa, ma anche per i pellegrini per la possibilità del sacramento della Riconciliazione.

Vincenzo tutto di Dio e perciò tutto dedito ai fratelli bisognosi; tutto di Dio e perciò fratello di tutti.Vincenzo l’uomo semplice e sapiente che mette in crisi la sapienza mondana e rivela la gioia e la serenità di chi acquista la sapienza di Dio.

Quando penseremo all’eremo, penseremo a lui, lo sentiremo fratello e guida nell’itinerario a Dio e all’apertura al fratello, mentre ci auguriamo che possa riposare presto proprio a San’Alberico, accanto a don Quintino e che, anche per la loro intercessione presso Dio, l’eremo possa essere ancora luogo significativo per chi vi si reca per trovare Dio e ritrovare se stesso.

Balze di Verghereto, 3 marzo 2006

                                                                                   + Antonio Lanfranchi Vescovo di Cesena-Sarsina

Cappella in cui è stato sepolto Fra' Vincenzo