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 Omelia del 26 dicembre 2007
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Omelia del 26 dicembre 2007

di don Giuliano Santantonio, assistente spirituale dell’Associazione

 Quel che accade nella vita degli uomini, in un’ottica di fede non può mai essere letto come espressione di una casualità: niente avviene per caso, ma tutto quello che accade nell’esistenza dell’uomo è frutto di un preciso disegno di Dio. E’ Dio che guida la storia, anche se poi chiede all’uomo di dare il suo contributo, perché Dio ha dato all’uomo la libertà e di fronte a questa libertà egli si ferma, nel senso che rispetta le decisioni  dell’uomo, ma tutto inquadra in un disegno d’amore.

Questo vale per il nostro agire, per le scelte che noi facciamo. Ma poi ci sono degli aspetti della nostra vita che non dipendono più dalle nostre scelte, che sono consegnati interamente nelle mani di Dio e questo riguarda senz’altro l’inizio della nostra vita, ma riguarda anche la fine della nostra vita.

Gesù dice nel Vangelo: “nessuno conosce quale sarà il giorno e quale sarà l’ora”. E’ nel cuore di Dio, nel libro della vita, che è scritto quando noi dobbiamo apparire sulla terra e quando da essa dobbiamo congedarci.

Don Quintino ha chiuso la sua esperienza terrena a ridosso della solennità del Natale, dopo averla celebrata, meditata, contemplata e gustata a lungo. La biografia ci dice che quella notte si è fermato a lungo in preghiera, nella chiesa di Balze, dopo la celebrazione della Messa di mezzanotte e poi ha chiesto e ricevuto  il sacramento della riconciliazione dal parroco di Balze, quasi presentendo che il giorno dopo avrebbe dato l’addio a questa esistenza terrena.

All’alba di quel giorno, nella prima parte della giornata don Quintino ha celebrato la sua nascita al cielo. In questo è assimilato con il primo dei martiri cristiani che oggi ricordiamo. Santo Stefano è il primo cristiano che celebra nella sua vita il passaggio da questo mondo nell’ottica della resurrezione, attraverso l’effusione del sangue, ed entra quindi nella gloria di Dio, celebrato come il primo dei martiri.

Queste coincidenze non sono frutto di casualità, ma sono la cornice dentro la quale la Provvidenza di Dio ci chiede di rileggere l’avventura, la storia, la testimonianza di don Quintino.

Noi faremmo un cattivo servizio, leggeremmo in maniera sbagliata l’esistenza di quest’uomo, se non ci sforzassimo di comprenderla attraverso questi filtri: da una parte il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio e dall’altra l’evento del passaggio da questo mondo al cielo nel giorno in cui si ricorda il protomartire Santo Stefano.

Allora, come si interpreta, come si rilegge la vita di don Quintino dentro questi due riferimenti nei quali è racchiusa la sua testimonianza?

Intanto, il mistero dell’incarnazione ci richiama una verità sulla quale noi, come credenti, come cristiani, forse riflettiamo abbastanza poco ma che rappresenta una delle esigenze di fondo del mistero stesso dell’incarnazione. Cosa ci dice in fondo il mistero dell’incarnazione della Parola, del Figlio di Dio nella realtà umana? Ci dice che non possiamo seguire una fede astratta; la fede non è fatta di concetti, non è fatta di dottrine, di ideali che niente hanno a che vedere con la nostra vita quotidiana. Una delle esigenze più impellenti, la più caratterizzante della fede cristiana, è proprio l’incarnazione; è la Parola di Dio che vuole entrare dentro la storia dell’uomo per cambiarla, per aprirla verso il futuro di Dio. E’ questa esigenza che don Quintino in fondo ha colto e sull’onda della quale ha percorso tutto il suo cammino esistenziale, che non temerei di rassomigliare a quello che ha compiuto la Parola per giungere al Natale. Si è trattato di un cammino laborioso, lungo, faticoso; sembra quasi che la Parola sia andata alla ricerca non solo del momento, ma anche del contesto adatto, quello che poi le Sacre Scritture chiameranno: “la pienezza dei tempi”, per potersi incarnare e apparire in mezzo a noi.

Anche la vita di don Quintino, se la rileggiamo in quest’ottica, ci appare come una vita protesa e animata da una ricerca feconda, da una ricerca essenziale. Negli anni della sua giovinezza questa ricerca era ancora un poco sbiadita, procedeva come a tentoni; eppure noi vediamo con quanto travaglio egli sognava determinati traguardi, che poi ha cercato di realizzare con percorsi non scontati, con percorsi faticosi.

Questa ricerca della volontà di Dio, questa ricerca del modo con il quale egli si è sentito chiamato a calarsi dentro la storia, a realizzare la Parola della storia, mi pare che sia una delle cifre attraverso le quali noi possiamo leggere la storia della vita di don Quintino.

Don Quintino nella sua ricerca è pervenuto pian piano a questa maturità della fede e cioè: quello che il Signore gli domandava doveva essere abbracciato nelle sue esigenze più radicali; e quando ha maturato questo, quando ha scoperto questo, non si è fermato davanti a nulla. Nulla gli ha impedito di vivere la vocazione che Dio gli ha assegnato e di viverla nella sua portata più sconcertante. Infatti le sue scelte hanno destato grande sorpresa intorno a lui. C’era chi lo derideva, esplicitamente o meno esplicitamente. Proprio qualche giorno fa leggevamo nell’Associazione la lettera di un suo compagno di studi, il quale parlava, tra le altre cose, degli insegnanti che Quintino aveva avuto durante il periodo di formazione al sacerdozio. Quintino era già avanti negli anni quando ha intrapreso questo percorso, e quindi ha sperimentato tutta la fatica di dover riprendere in mano i libri lasciati ormai da tanto tempo e senza avere una formazione di base adeguata, avendo frequentato solo le scuole di avviamento professionale; non aveva quindi una cultura che potesse consentirgli un facile approccio agli studi teologici e filosofici. Per questo i suoi insegnanti in qualche modo lo deridevano, lo guardavano con occhio oserei dire ironico, come per dire: ma quest’uomo a questa età dove vuole arrivare? Perché ha intrapreso una strada di questo genere? Che cosa pensa di poter realizzare?

Invece, questo suo compagno scriveva: “noi, suoi amici di corso, eravamo certi che lui accettava con umiltà questa forma di derisione sottile da parte degli altri, perciò avevamo in lui un punto di riferimento”. Il compagno di don Quintino che scrive la lettera fa oggi queste affermazioni; non so se la pensasse effettivamente così anche allora; ma è importante che oggi lo possa dire, perché quando si è molto giovani e si vive accanto a persone che sono portatrici di un mistero che l’uomo non riesce sempre a decifrare con immediatezza, magari sfuggono dei particolari ma quel mistero non per questo non incide nel profondo dell’animo; per cui, ripensando a questa sua frequentazione con don Quintino, oggi riesce a capire che quell’uomo era effettivamente un punto di riferimento per tutto il gruppo.

Mi pare che questa sia una cosa estremamente interessante, sulla quale noi dobbiamo fermare la nostra attenzione non solo per leggere la vita di don Quintino, ma anche per leggere la storia, la vicenda di ognuno di noi.

Questo è in fondo che ciò che ci dice don Quintino: quando la parola di Dio ha fatto luce nella nostra vita, noi dobbiamo sposarla con il coraggio che non si  misura con le nostre capacità, con le nostre possibilità, ma che investe e si fonda unicamente sulla forza, sulla potenza dello Spirito. E’ sullo Spirito che si scommette, non sulle capacità, sulla stoffa umana. Anche se Dio, quando sceglie una persona, è chiaro che tiene pur conto di quella che è la sua realtà, la sua condizione umana; ma è opera dello Spirito di Dio tutto quello che noi permettiamo a Dio di realizzare nella nostra vita. Allora si può passare anche in mezzo alla derisione, alla persecuzione, all’incomprensione da parte degli altri, conservando nel cuore per un verso questa volontà ferma, decisa di dire il proprio si senza mezze misure a Dio che chiama; per altro verso con la serenità di fondo di chi sa di non essere il protagonista della propria vita, ma di essere invece un libro su cui il dito di Dio  scrive la storia e fa sì che in esso s’incarni la Parola e attraverso di esso la Parola risuoni nel mondo.

Don Quintino è uno, quindi, che ha percepito e vissuto la sua fede, concretizzandola attraverso la vocazione che il Signore gli ha dato; l’ha vissuta in tutte le sue esigenze, non avendo paura di nulla. Possiamo dire che è un modello di fede incarnata; possiamo dire che in don Quintino quindi la Parola di Dio si è fatta carne.

E il fatto che la sua vita abbia questo spessore ci viene confermato anche dalla sensazione che le persone, che lo accostavano direttamente, riportavano dentro il loro cuore; magari non riuscivano ad interpretare con chiarezza questa sensazione e a che cosa fosse dovuta, ma si portavano dentro un qualcosa di indecifrabile, indescrivibile, che è poi ciò che sempre noi proviamo quando accostiamo il mistero di Dio che si rivela all’uomo nelle vesti dimesse della realtà umana: un mistero grande dentro apparenze che possono apparire molto ordinarie, perfino marginali.

C’è un altro elemento che vorrei raccogliere dalla liturgia di oggi che mi sembra possa rappresentare un’altra prospettiva dentro la quale noi siamo chiamati a rileggere la vita di don Quintino. Oggi la Chiesa celebra S. Stefano che è un martire,  il primo martire. Chi conosce il greco sa che martire deriva dalla parola “martiria”, che in italiano si dovrebbe tradurre “testimonianza”. Il martire allora chi è? E’ l’autentico testimone di una verità, ma non perché è stato spettatore di certi eventi; questi sono i testimoni che noi incontriamo nei tribunali umani. In tal caso il testimone è quello che dice: ”Sì, è vero! Le cose sono andate proprio così!” oppure “Non è vero, perché io ero presente!”. Appare evidente che un simile testimone non compromette più di tanto la propria vita, non rischia quasi nulla nel rendere la sua testimonianza. Il testimone secondo il Vangelo, invece, è uno che testimonia attraverso la propria vita, compromettendo se stesso. Ecco perché nel corso dello sviluppo della spiritualità cristiana, testimonianza e martirio hanno finito per coincidere.

Chi sono dunque i testimoni? Sono coloro che hanno il coraggio di dare la vita per annunciare la verità di quello che Dio ha compiuto. Non si tratta di testimoniare la verità storica di Cristo; si tratta di testimoniare come l’incontro della Parola con la mia vita abbia portato uno stravolgimento radicale nella mia esistenza, per cui la mia vita è diventata una vita sostanzialmente nuova.

Certo don Quintino non ha dato il sangue per Cristo; quindi tecnicamente, dal punto di vista liturgico, non potrà mai essere considerato un martire. C’è un martirio del corpo al quale Dio chiama soltanto alcuni di noi; ma c’è anche un martirio del cuore al quale tutti noi siamo chiamati. Diciamo allora che il cristiano o diventa un martire oppure non è un autentico cristiano. Cosa vuol dire che il cristiano deve essere un martire dentro il cuore? Significa che egli deve sacrificare qualcosa di se stesso, anzi quello a cui tiene maggiormente, il proprio “io”, per lasciare come dice S. Paolo che della propria vita prenda possesso il Cristo Gesù e attraverso la propria vita sia Gesù Cristo a rivelarsi. Per questo san Paolo, che di ciò ha fatto personale esperienza, ad un certo punto dirà: “Sono io che vivo. ma in realtà non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Da tutti i Santi, da tutti gli uomini che hanno preso la fede sul serio, questa dimensione, questo tipo di rapporto con il Cristo Gesù, questa esperienza della fede è condotta fino a questi livelli. E questo lo si deve toccare con mano; è una sensazione, è una realtà che noi percepiamo in maniera immediata, perché veramente c’è uno svuotamento di sé per far abitare il Cristo in sé. Ricordo quell’episodio che è riportato anche nella pubblicazione realizzata dai ragazzi della nostra Scuola Elementare, laddove si  racconta di un bambino che,  quando vide passare don Quintino, disse: “Mamma, ho visto Gesù!”. E’ quello che bisogna dire di ogni cristiano. O si dice questo del cristiano, oppure il cristiano deve mettere in discussione la concretezza, l’attuazione della propria fede, la capacità di vivere una fede veramente incarnata. Non certamente per il modo di presentarsi di don Quintino che quel fanciullo avrà detto: “Mamma, ho visto Gesù!”, ma  per l’impressione che questa figura gli ha fatto e che subito lo ha rimandato a Colui del quale noi siamo chiamati ad essere riflesso. Nel volto di don Quintino si rifletteva evidentemente il volto di Gesù.

Poi c’è un altro avvenimento che vorrei raccogliere della celebrazione di oggi. Santo Stefano, come primo martire, diventa il modello di una nuova umanità. Il prototipo è senz’altro il Signore Gesù. Santo Stefano è l’uomo che si conforma a Cristo, è il primo cristiano che si identifica con Cristo nella vita e nella morte; per cui possiamo dire che è il primo prodotto dell’opera compiuta dal Cristo Gesù.

S. Stefano quindi è figura dell’uomo nuovo. Gli elementi che definiscono l’uomo nuovo ce li mette in evidenza la storia della sua morte. Mentre veniva lapidato Stefano pronunciava alcune espressioni sulle quali noi siamo chiamati a meditare. La prima espressione è questa: “Contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sale alla destra di Dio”. Ecco un primo elemento distintivo dell’uomo nuovo. L’uomo che si lascia trasfigurare dalla fede è un uomo che acquista occhi nuovi, che sa vedere la realtà come la vede Dio, non come la vede l’uomo con i suoi limiti, con le sue parzialità.

L’uomo di fede è l’uomo che legge gli avvenimenti della storia, della vita, con gli occhi di Dio. Proprio perché li legge con gli occhi di Dio, che sono gli occhi di un cuore che ama, di un cuore misericordioso, sa anche scoprire come dentro la storia contorta degli uomini Dio continua a lavorare, continua ad agire in modo salvifico; per cui la speranza, la gioia di quest’uomo sta proprio nella percezione di questo Dio - l’Emmanuele - che concretamente manifesta a chi ha occhi per vedere la sua presenza, il suo agire dentro l’esistenza umana.

La seconda espressione che dice S. Stefano prima di morire è: “Signore Gesù accogli il mio spirito”. Quindi da una parte la fede gli permette di acquistare occhi nuovi, dall’altra, è un uomo che si consegna nelle mani di Dio. Si consegna come ha fatto la Vergine Maria. Ha detto io sono tuo, io ti appartengo, io mi abbandono interamente nelle tue mani. Questo abbandono non significa: “fai tu e poi io accetto tutto quello che tu fai”. L’abbandono in senso cristiano è un atteggiamento profondamente attivo, perché richiede una scelta della libera volontà dell’uomo; quindi è un abbandono nel quale io mi rendo docile come l’argilla all’azione del vasaio, perché il vasaio possa dare forma a questa materia ignobile, di nessun valore, possa darle bellezza, possa darle sostanza; e se l’argilla non si lascia lavorare, il vasaio troverà una grande difficoltà a realizzare l’opera che sogna. Quindi ci vuole una collaborazione tra il vasaio e l’artista. Il vasaio è colui che dà forma, è l’artista che esprime il suo sogno; ma la materia deve essere duttile, deve lasciarsi lavorare. S. Stefano è un uomo che si lascia lavorare da Dio, che diventa argilla nelle mani del vasaio, ma non soltanto S. Stefano; mi pare che questa sia un’altra cifra che ci permette di intuire, di comprendere la vita di don Quintino. Don Quintino non ha sposato la sofferenza, le rinunce, i sacrifici, le penitenze, per se stesse, perché se avesse fatto questo, sarebbe stato un povero uomo, un uomo meschino. Dio non vuole che l’uomo soffra, vuole che l’uomo viva in pienezza la sua vita. Ma per arrivare a questo traguardo è necessario che questa umanità, che il peccato ha sciupato, ha rovinato, venga conformata al sogno di Dio. Questa conformazione nuova passa attraverso una collaborazione che si esprime concretamente anche attraverso le rinunce, i sacrifici, le penitenze, intese non per se stesse, quasi per un gusto sadico della sofferenza, ma sempre come la via attraverso la quale si esprime la collaborazione, la docilità dell’uomo all’azione dello spirito di Dio. Quello che poi ne esce fuori, non è il frutto delle penitenze, ma un capolavoro nuovo; è l’espressione di un amore grande che opera attraverso quelle penitenze, che opera in virtù di quella docilità, di quella disponibilità che l’uomo mette nelle mani di Dio.

L’ultima espressione che S. Stefano pronuncia prima di morire lapidato è: “Signore non imputare loro questo peccato”. L’uomo che vive con Dio e in Dio le esperienze della vita, anche quelle che si configurano come persecuzioni e come ingiustizie nei suoi riguardi, le vive con un altro animo.

Questo è un altro elemento di novità su cui noi dovremmo riflettere, perché la nostra vita è spesso molto lontana da queste logiche, da questi criteri. S. Stefano vive la sua collocazione dentro le vicende della vita, anche quelle che possono apparire umanamente più contraddittorie, più negative, con questa apertura alla misericordia che tutto trasforma e a tutto dà un senso. In questo modo S. Stefano e noi siamo in grado di dare un senso anche alle realtà che non ce l’hanno, di trasformare quella che è un’opera ingiusta che altri attuano contro di lui, in qualcosa che è profondamente rinnovante, non soltanto per la vita di S. Stefano, ma per la vita dell’intera umanità.

Don Quintino ha vissuto anche questa dimensione. Nessuno può pensare che la sua scelta eremitica sia stata dettata da un desiderio di rigettare la realtà di questo mondo, di rifiutarla e disprezzarla. Non ci può essere santità là dove c’è un rifiuto dell’uomo, del mondo, rifiuto di questa vita, fuga dalle responsabilità che questa vita ci impone.

Ma a volte per capire determinate realtà noi abbiamo bisogno di prendere un attimo le distanze da esse e don Quintino si è fatto eremita non per fuggire le responsabilità della vita, ma per imparare a costruire relazioni nuove con la realtà. Solitamente l’uomo di fronte alla realtà si pone nell’atteggiamento o di chi vuole contestarla, o di chi spera di poter trarre da essa un vantaggio ancora più grande, di chi si illude per esempio,  che attraverso la realtà possa raggiungere i suoi obiettivi, la sua gioia. Don Quintino invece ha voluto stabilire con la realtà un rapporto nuovo, che è quello della distanza che non significa rifiuto, ma volontà di servirsene senza appropriarsene, senza lasciarsi catturare dalla realtà, perché se sono le realtà che catturano il cuore dell’uomo per Dio non c’è più alcuno spazio.

Invece la libertà dalle realtà mondane permette a don Quintino di lasciare nel suo cuore un grande spazio per Dio. E’ così che le realtà sono rispettate nella loro dignità, vengono utilizzate per quello che servono, non sono oggetto di abuso da parte dell’uomo; e invece di costituire un ostacolo per arrivare fino a Dio, diventano una scala che conduce a Dio. Così anche le relazioni umane, se sono dettate dall’egoismo, dalla superbia, dall’orgoglio, dalla prevaricazione, dalla violenza, sono relazioni assolutamente negative, che generano morte nell’ambiente in cui una persona vive.

Don Quintino ha capito invece che le relazioni con gli altri dovevano portare il respiro della misericordia di Dio, quella misericordia che S. Paolo canta nella Prima lettera ai Corinzi quando dice: “La carità tutto copre, tutto perdona…La carità è benevola…”. La carità porta la persona a farsi servo, a diventare il più piccolo di tutti per guadagnare tutti a Cristo. “Io mi sono fatto vostro servo per guadagnare ciascuno di voi a Cristo”. Attraverso il servizio dell’amore siamo chiamati a dare a questo mondo un colpo d’ala, perché possa veramente ritornare dentro la sfera dell’amore di Dio, dentro il progetto di Dio.

Mi pare che questa lettura dell’esperienza umana di don Quintino, attraverso le angolazioni che la liturgia ci offre, ci consente di valorizzare ancora di più in profondità e di cogliere meglio la grandezza di questa testimonianza che potrebbe sembrare di ordine minore rispetto a quella di altri grandi santi, che sono celebrati per i miracoli, per le opere di potenza che hanno compiuto.

Don Quintino è passato sulla scena della storia senza lasciare questo alone di eroismo, che ha caratterizzato altre figure di santità. Ma questo non vuol dire che la sua santità è una santità di ordine minore, una santità secondaria.

La santità non è data dalle opere che l’uomo compie, per le quali l’uomo viene riconosciuto celebre, ma la santità è data dal rapporto dell’uomo con Dio che si riflette poi nel modo d’essere presente nel mondo, dentro la storia.

Sicuramente don Quintino in questo mondo è passato in silenzio, ma non in maniera nascosta, in maniera da non incidere dentro la storia.

Il fatto che questa sera a distanza di tanti anni noi sentiamo il desiderio e la gioia di radunarci insieme, di tornare a leggere questa figura, vuol dire che è una figura che parla ancora. La nostra non è la commemorazione di un eroe del passato; è la sua figura che ci interpella e ci tocca il cuore, che fa vibrare alcune corde del nostro animo perché anche noi sentiamo il bisogno di camminare sulla via che egli prima di noi ha percorso, e perché anche noi crediamo che quella è la strada che ci può condurre non solo a realizzare la nostra vita, ma a trovare soddisfazione a quel desiderio, a quella voglia di novità e di compimento che sicuramente c’è nel cuore di ogni uomo che prende sul serio la propria vita.