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 Pellegrino assetato di Dio
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Incontri con il pellegrino assetato di Dio
Il periodo di Quintino sull'Eremo del Monte Carpegna
di Battista Magalotti

Carissimi Amici del Servo di Dio Quintino Sicuro, convenuti nella mia terra in devoto  pellegrinaggio, ricalcando i luoghi da Lui santificati; a tutti un caloroso saluto di benvenuto al santuario dedicato alla Beata Vergine del Faggio.

Un particolare vivissimo ringraziamento agli amici dell' ANFI di Rimini, che hanno subito aderito, fin dal nostro primo incontro nei giorni 13, 14 e 15 maggio u.s. a Lecce al richiamo dell’ex commilitone di Melissano a ritrovarci oggi sul Carpegna, nella viva speranza di vederlo presto, con S. Matteo, compatrono del corpo della Guardia di Finanza.

In primo luogo, sia questo nostro incontro un deferente ossequio alla Madre di Dio qui venerata, e al comune amico Quintino Sicuro che, anche in questo modo, ci richiama alla riflessione, alla preghiera, al silenzio interiore sulla nostra vita, nella casa della comune Mamma celeste, la SS. Vergine Maria. In secondo luogo una giornata diversa e di sereno svago, per riposare e respirare a pieni polmoni l'aria pura, in questo splendido panorama.

Vogliamo commemorare la figura del Servo di Dio con la posa di due fotografie in ceramica sulla lapide marmorea, quale finanziere - eremita sacerdote, ricordandone, sommariamente, il profilo biografico.

Quintino nasce in Melissano il 29 maggio 1920, nel 1939 si arruola nel corpo della Guardia di Finanza, nel 1946 diviene vicebrigadiere; si distingue per sacrificio e abnegazione.

Improvvisamente, Dio lo chiama, come Paolo di Tarso al suo servizio, con radicale mutamento di vita. La visione del film Bernardette lo sconvolge e lo illumina. A 27 anni, fra lo scetticismo e lo stupore della gente, per sua libera scelta, è sulle orme di Cristo.

Devotissimo della Madonna, Le affida la sua vita: "fin dai primi faticosi passi della mia nuova vita (scrive) avvertii che la mano materna mi sosteneva come un bimbo tra le braccia della mamma". Continuamente rammenta a tutti di affidarsi a Maria, sempre bisognosi del suo aiuto e della sua materna protezione: "Donna, se' tanto grande e tanto vali, - che qual vuoi grazia ed a te non ricorre -, sua desianza vuoi volar senz'ali". Ci conferma il sommo poeta in questa stupenda lirica!

In questo incontro rendo ancora testimonianza al nostro comune Amico, prima che i ricordi della memoria divengano evanescenti, per il trascorrere del tempo, aggiungendo un piccolo tassello alla sua biografia.

Il breve periodo trascorso qui, oltre 50 anni fa, negli anni 1954-1955, fui grandemente onorato della Sua amicizia, con fortissime sensazioni emotive, che hanno scavato nella mia anima un profondo solco. Gli anni e le traversie della vita, non hanno minimamente scalfito o appannato.

Rimane solo il rammarico di non aver progredito nella vita spirituale come dovuto. Troppe volte il buon seme è caduto sul terreno arido, cosparso di sassi e spine, nonostante i continui solleciti di questo Santo Amico, a dissodare e ripulire il campo, allora e oggi.

Già l'anno scorso (nel nostro primo incontro) vi espressi fugacemente il fascino che Quintino esercitava. La Sua persona possedeva un forte carisma, luminosità dello sguardo, parlare lieve e pacato, sul volto gli traspariva intensa l'ascesi di preghiera e di pace.

Non era un povero disgraziato, come qualcuno molto superficialmente lo ha definito, vedendolo così umile e povero.

Giunse qui ai primi di giugno, proveniente da Montegallo (Ascoli Piceno). Nell'eremo v'era un custode mio compaesano: Nanni Tommaso, che però non vi risiedeva, abitava nella frazione Ville, venendo ad accudire il Santuario nelle buone giornate e nelle festività; perché non si arrischiava a dimorarvi e dormirvi la notte, neppure nei mesi estivi.

In disaccordo con il Capitolo Feretrano di Pennabilli, per questioni economiche, era intenzionato a ritirasi in convento.  Lo fece poco più tardi entrando come fratello laico tra i frati conventuali, prima di Sansepolcro, e successivamente di Arezzo.

Arrivò quest'uomo - già descrittovi, scalzo, con barba e lunghi capelli, alla ricerca di un luogo adatto alla vita interiore e contemplativa -; portava nel cuore una ferita profonda.

Il Giardiniere l'aveva nuovamente sradicato dal vaso in cui aveva dimorato per quattro anni, temprando il suo spirito, nell'eremo S. Francesco di Montegallo, sui monti Sibillini (AP).

Aveva già tagliato le radici col mondo, spogliandosi anche delle più misere cose della terra, come un uccello era alla ricerca di un altro nido ove posare il capo.

Si rifugiò ancora una volta, come un fanciullo, nelle mani di Colei che tutto può, affidandosi alla sua materna protezione.

Forte nella sua incrollabile fede, mai si lamentò. Rimase qui all'eremo una ventina di giorni nella preghiera e nel silenzio, spostandosi al mattino per ascoltare la S. Messa.­

Negli stessi giorni era arrivato anche un giovane parroco, don Aldo Ercolani, prete molto caritatevole, impegnato in varie attività. Quale parroco anche dell'Eremo lo aiutò nella sistemazione provvisoria, assicurandolo che presto il romitaggio sarebbe rimasto libero.

Il custode Nanni, un po' geloso del nuovo arrivato, gli concesse tuttavia l'alloggio all'eremo. Quintino accettò la carità di buon grado, ma soppesata la situazione, si dette alla ricerca di altro luogo.

Trovato il fatiscente eremo di S. Alberico vi si stabilì. Nel contempo, Nanni si ritirò in convento, lasciando vacante questo eremitaggio.

Quintino, conoscendo la situazione, informò un suo conoscente: Giovanni Berrettoni, che, da Amatrice (Rieti) si trasferì qui sul Carpegna con la madre anziana e malata;  poco adatta a vivere nel clima del Santuario a 1300 metri di altezza. Perciò anche lui costretto a risiedere più in basso nella citata frazione Ville, dove il Santuario aveva, ed ha tutt'ora, una casetta per gli eremiti, per i rigidi periodi invernali, ma sempre a 950 metri s.l.m.

Il Berrettoni, classe 1902, aveva 52 anni; era un uomo di grande pietà, e forte spirito di preghiera; aveva però un carattere rude e assai scontroso, spesso si lamentava che gli abitanti della piccolissima frazione, fossero poco solleciti nella carità verso la di lui sussistenza, non potendosi egli allontanare per le questue, dovendo accudire la madre.

Ecco allora la sollecita carità di Quintino, sempre attento ai bisogni del prossimo, venire incontro come può alle necessità del confratello eremita. Non pensando solo a se stesso, ma anche a questo amico, che viveva piamente con molte difficoltà la vita eremitica.

Fu in questo contesto che conobbi Quintino. Abitavo nella frazione Monte Boaggine ed avevo in affitto un negozio di generi alimentari e diversi. Rimasi fortemente scosso nell'animo; venivo da esperienza seminarista di vita francescana.

Credo di averne subito compreso lo spirito, questo ci legò in sincera amicizia e condivisione degli ideali. Lo ricordo sempre sorridente e sereno, inflessibile con se stesso, praticare il digiuno e la penitenza tenendo saldamente nelle redini il cavallo. Grande umiltà, pazienza, sofferenza, preghiera fervente e costante, carità per il prossimo.

Aveva iniziato un altro tratto sulla via della perfezione al romitorio di S. Alberico a Balze di Verghereto, distante da questo luogo una cinquantina di chilometri, dove realizzerà la sua più alta aspirazione: il sacerdozio. Ritornava ogni tanto a trovare l'amico Berrettoni, passando nel mio negozio col suo zaino in spalla, per acquistare, per lo più, scatolette, pane e pasta per il confratello e sua madre, trattenendosi sempre alcuni giorni. Quando sapevo esserci Quintino, mi recavo la sera alle Ville, a far visita agli eremiti a piedi, non possedendo mezzi di trasporto (siamo 50 anni fa), con quel poco di carità che la mia situazione permetteva. Si pregava, recitando assieme il Santo Rosario, le litanie ed altre orazioni. Quintino tutto il tempo della preghiera restava sempre in ginocchio.

Ci trattenevamo poi in conversazione facendo veglia, parlando di svariati argomenti. Così frequentandolo, nell'entusiasmo giovanile, gli manifestai l'intenzione di voler condividere e sperimentare quel tipo di vita.

I miei sentimenti erano veramente sinceri:  ricordo che s'illuminò dicendomi: “Sento che è la voce di Dio", e progettava di volermi mandare in seminario, per avere a S. Alberico un sacerdote fisso per l'assistenza spirituale ai fedeli.  Egli sarebbe andato alla questua e avrebbe provveduto alla retta del seminario.

Ma il Signore conosceva me, e aveva altri progetti su di Lui. Svariati motivi ci indussero a camminare per strade totalmente diverse, rimanendo amici.

L'anno seguente Egli espose al suo vescovo Mons. Bandini il desiderio di poter accedere al sacerdozio, fiamma sempre ardente nel suo cuore.

Un episodio della sua vita, di cui sono a conoscenza, fu la visita fatta a Padre Pio da Pietrelcina nell'anno 1953. L'incontro con il frate fu sconfortante, lo allontanò dicendogli:"vattene figlio del diavolo" e non lo volle né ricevere né confessare. Passò una notte di tormento e d’angoscia; ma il mattino seguente, invece, lo chiamò trattenendolo a colloquio con affabilità e confessandolo. Si trattenne nel convento alcuni giorni. Il suo animo ne ricevette immensa pace e contentezza. Mi pare che abbia anche avuto il privilegio di servirgli più volte la S. Messa.

Nell'occasione, mi regalò una piccola fotografia di P. Pio, che, tutt'ora conservo, ormai ingiallita e un po' consunta per gli anni, da me portata sempre addosso, nel portafoglio. (Sul retro v'è ancora la scritta "Abresh Federico S. Giovanni Rotondo (Foggia) proprietà riservata 1945, ed a matita, dono del mio amico Quintino". Con la fotografia mi donò anche un frammento di pezzuola imbevuta di siero delle ferite delle stimmate di Padre Pio che purtroppo per mia incuria ho perduto.

Questo, a quel che ricordo, fu l'incontro fra i due Santi.

Accennai di questa mia Amicizia, al Vescovo di Cesena in una lettera nel 1987, e successivamente testimoniai quanto sopra, in Sarsina al postulatore, quando fui chiamato per la ricerca di notizie per la causa di Beatificazione.

Quando la S. Chiesa lo avrà elevato (speriamo presto) agli onori degli altari si conosceranno molte altre cose sulla vita di questo Santo, passato e vissuto in mezzo a noi, accomunando fraternità e solitudine. Esempio di fede viva, vera e cristallina, agli antipodi della nostra.

Questo tassello nulla aggiunge e nulla leva al Gigante di Melissano e S. Alberico

Termino, con Sua parenesi, di rimprovero:

"La tua vita è triste, perché ne hai fatto un deserto.  Tu devi popolare questo deserto,  devi fare entrare gli altri. Il modo di far guarire dalla tristezza è l'acquisto di una carità perfetta per Gesù e per il prossimo. La bontà è il bisogno dolce e tirannico di dare se stessi, donarsi, immolarsi.”

Viva questo grande amico che ci ha dato il Signore.

 Montecopiolo, 27 Agosto 2005

 

27 agosto 2005 - interno della chiesetta dell'eremo

27 agosto 2005 - amici di don Quintino in pellegrinaggio all'eremo

Ultimo aggiornamento: 16-11-07