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 Pellegrino all'eremo di don Quintino
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Pellegrino all’eremo di Don Quintino
di Antonio Manni

Era la sera del 26 agosto di quest’anno, quando alle 22.30 circa siamo partiti da Melissano in 40 per un pellegrinaggio di 4 giorni, organizzato dall’Associazione “Amici di don Quintino” sui luoghi santificati del nostro conterraneo Don Quintino Sicuro.

Era la prima volta che partecipavo a questo pellegrinaggio e, a distanza di quattro mesi, sento ancora tanta commozione. Penso che intraprendere questo viaggio sia stato un dono, il frutto di una chiamata e di un bisogno spirituale di relazionarmi con Dio in un’atmosfera di silenzio e di pace.

Dopo aver viaggiato tutta la notte, la mattina siamo giunti sui Monti Sibillini e abbiamo fatto tappa a Corbara di Montegallo (AP), un piccolo centro ai piedi del monte su cui si trova l’antico eremo di S. Francesco e dove Don Quintino visse i primi anni della sua vita da eremita.

Dopo la celebrazione della S. Messa in una cappella del luogo e l’incontro coi soci della locale e omonima Associazione, siamo saliti lungo il sentiero che porta all’eremo.

Il percorso ci ha permesso di sostare a pregare davanti alle stazioni della via crucis, volute e poste lì dallo stesso don Quintino. La preghiera, poi, ci è stata facilitata e commentata da Don Antonio Perrone che ci ha fatto da profonda guida spirituale.

Giunto in cima, mi sono sentito pervadere da un forte senso di umiltà nel visitare quel luogo, prima esperienza eremitica di Don Quintino. L’eremo, infatti, è un luogo sperduto sulla montagna, isolato e così in alto da sentirsi davvero più vicini a Dio! Ho potuto così godere di questa atmosfera beata, pervaso dal flusso corroborante dell’amore del Signore; come diceva don Quintino: “Chi ha Dio ha tutto”. Davanti a quel luogo così povero, freddo e lontano dalla società, ho riflettuto sul coraggio di quest’uomo che aveva scelto di trascorrere la sua vita nel silenzio, un silenzio che parla di preghiera, di penitenza e di pace. “L’eremita deve vivere di poco”, così sosteneva don Quintino e coerentemente, così ha fatto, trascorrendo i suoi giorni nella meditazione e scrivendo alcune delle sue riflessioni sulle mura di quell’antico eremo. L’esperienza di povertà e umiltà, così come per S. Francesco, è stata una scelta voluta per vivere immerso totalmente in Dio, lasciandosi trasportare dallo spirito di servizio, a imitazione di Cristo.

Il nostro pellegrinaggio è proseguito, poi, per Balze di Verghereto dove abbiamo sostato per un momento di raccoglimento e di preghiera nel luogo in cui Don Quintino morì.

Il giorno seguente abbiamo visitato Sarsina, dove si festeggiava S. Vicinio e nella cattedrale, dopo la messa, abbiamo ricevuto la benedizione con la catena del Santo.

Un’altra forte emozione l’ho provata quando, il giorno successivo, abbiamo visitato l’eremo di Sant’Alberico, ricostruito da Don Quintino, meta finale del lungo pellegrinare del Servo di Dio, luogo anche questo di silenzio, di solitudine e di preghiera. L’eremo accoglie il pellegrino con questa citazione: “Dove spira il silenzio, parla la preghiera, vige la penitenza, arde la carità, domina la pace”.

Qui ho fatto conoscenza con un insegnante in pensione che così raccontava di Don Quintino: «Quando ero ragazzo ho avuto i suoi primi insegnamenti, mi ha aiutato a imparare il latino e non potrò mai dimenticare il suo aiuto, dato con un cuore gratuito». Allora ho capito come la gente di Verghereto e Capanne conservi un felice ricordo di Don Quintino perché egli non è stato solo eremita vivendo nel raccoglimento, nella contemplazione, nella preghiera e nella penitenza, ma è stato anche e soprattutto sacerdote, vivendo tra la gente, aiutando i giovani, visitando i malati e portando il suo aiuto, il suo conforto, ma soprattutto la parola di Dio a chi ne aveva bisogno.

La sua tomba è situata di fronte all’eremo, accanto alla grotta della Madonna di Lourdes che lui stesso ha voluto costruire per assolvere a un voto fatto dopo il viaggio a piedi fino in Francia.

Don Quintino ha lasciato nel mio animo una traccia indelebile del suo stile di vita, di umile servitore, di povertà e di gioiosa accettazione e abbandono nelle mani di Dio per dire a tutti quanto il Signore è buono e “tutti gli diano gloria, salvando la loro anima, così da raggiungere il fine per cui sono stati creati”.  

Melissano, 10 novembre 2010