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 Presentazione libro "Scritti del Servo di Dio don Quintino Sicuro"
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Presentazione libro “Scritti del Servo di Dio don Quintino Sicuro”

Il giorno 6 giugno 2006, presso il Centro Culturale “Quintino Scozzi” in Melissano, S.E. Mons. Antonio Lanfranchi, Vescovo di Cesena – Sarsina, insieme al prof. Luigi Scorrano e alla presenza del nostro Vescovo Mons. Domenico Caliandro, ha presentato alla cittadinanza il libro “Scritti del Servo di Dio don Quintino Sicuro”, edito dalle Associazioni Amici di don Quintino di Melissano, Sarsina e Montegallo.

 Il prof. Luigi Scorrano, già conoscitore del nostro caro don Quintino, così si è espresso:

             Ho accolto volentieri l’invito rivoltomi dall’Associazione “Amici di don Quintino” di Melissano a presentare il volume Scritti del servo di Dio don Quintino Sicuro. In una precedente occasione, e sono trascorsi ormai un po’ di anni, gli amici melissanesi procurarono il mio primo incontro con la figura di don Quintino, del quale  - confesso – fino ad allora non avevo mai sentito parlare. Ritorno dunque con piacere sull’argomento da un punto di vista, questa volta, tutto particolare.

             Gli scritti di don Quintino raccolti nelle pagine del volume del quale parliamo questa sera sono, per la maggior parte, lettere indirizzate ai familiari o a persone amiche in tempi diversi. Attraverso questi documenti è possibile seguire sia la vicenda esistenziale di don Quintino Sicuro, sia il suo itinerario spirituale. Sono documenti epistolari che mancano della voce dei corrispondenti. Questo rende solo avvertibili indirettamente, ma non certissime, posizioni e reazioni degli interlocutori.

             L’insieme delle lettere si configura così come il gesto di presenza di qualcuno che parla ad altri, i quali, pur individuati nei loro tratti anagrafici e in un ben definito profilo domestico, non hanno  - però -  voce. O, almeno, non ne hanno fino ad ora, perché recuperare le “risposte” può essere difficile per tante ragioni: i documenti possono essere stati distrutti, o smarriti; è certo che vi fossero, perché chi scrive risponde a dei quesiti, fa delle osservazioni su ciò che gli è stato detto, esorta e consiglia non sulla base di astratti principi ma riferendosi a situazioni che conosce o delle quali viene messo a conoscenza. Vediamo, dunque, queste lettere un po’ come un dialogo virtuale che s'intreccia tra una voce reale, quella di don Quintino, e quelle immaginate, ma delle quali percepiamo solo in parte le cose dette, dei suoi interlocutori.

             C’è, nell’insieme di queste lettere, uno svolgimento interno, una progressione che va da una certa ritrosia verso la parola scritta e verso l’esternazione del proprio mondo interiore ad un’apertura sempre maggiore, ad una confidenza necessaria per stabilire e rafforzare un legame e rendere più convincente il messaggio trasmesso. Per semplificare, potrei dire che nelle lettere degli anni più lontani prevale la necessità del silenzio; in quelle che vengono dopo s’afferma un’apertura più nuova e cordiale, una più disponibile volontà di ascolto. L’eremita, che sembra chiudersi nel rapporto esclusivo con Dio, cede a poco a poco il passo ad un più fraterno colloquio con l’uomo. Si tratta, ribadisco, di una semplificazione che, però, può aiutare a capire sia la logica del discorso di don Quintino nell’arco degli anni, sia il tono che si fa meno rigido, restando autorevole, e si modula in un accento di comprensione e in un’espressione più familiare. Se prima la parola è rivolta soprattutto alla mente, col tempo essa finisce per indirizzarsi sempre più al cuore.

             Si può anche dire che il percorso segnato da queste lettere vada dall’uscita da una condizione di turbamento all’acquisto d’una salda certezza, alla pace conquistata attraverso la completa adesione alla volontà divina.

             Proviamo a vedere più da vicino il cammino di don Quintino Sicuro attraverso le sue parole.

             Una lettera datata 18 giugno 1947 e spedita da Trento al parroco di Passirano (BS), suo padre spirituale, rivela la volontà della scelta religiosa e la ricerca di un approdo, di un punto fermo fermamente desiderato pur tra lo scetticismo di chi può averlo visto come conseguenza di un capriccio inspiegabile o di una decisione non ben meditata. Scrive don Quintino, che a quell’epoca è ancora finanziere, ancora tra le Fiamme Gialle:

              …Perché “la vittima di un falso punto di orgoglio”, quando il mio sentire è veramente alto e santo e non esaltazione momentanea come tanti definiscono? Il mondo non può darmi quella pace spirituale che si gusta all’ombra pia e santa di una casa religiosa e per questo, solo per questo, ho deciso di abbandonare il mio attuale regime di vita, per mettermi sulla giusta strada.      Non credo che “la bella donzelletta” delle mie avventure amorose possa ostacolare il santo cammino in quanto non serbo altro che rimorso di tutto ciò che ho commesso in passato (p. 26)

             C’è, nella lettera, il riconoscimento più che il rinnegamento del passato; c’è l’esame sereno delle proprie umane debolezze; c’è  - nel seguito della lettera – la preoccupazione di dover riprendere gli studi cui da tempo mancava l’abitudine. Ma c’è soprattutto, ferma e decisa, la difesa di una scelta ardua: è molto difficile – vi si legge -  donarsi completamente a Dio e servirlo come si deve….

             Non è che l’inizio. C’è l’entusiasmo di chi intraprende un’avventura straordinaria (e  sono straordinarie tutte le avventure dello spirito); c’è, intorno, un ambiente che non si saprebbe se definire eccessivamente prudente o decisamente sospettoso. Sempre al suo direttore spirituale Quintino scrive in data 7 giugno 1949:

             Il Padre Provinciale concluse che la mia vocazione alla vita eremitica non è altro che una tentazione del demonio, quindi niente eremita, ma la veste del Poverello d’Assisi […].

             Quintino si arrende alla volontà del superiore, si sente ancora sulla via della ricerca, per quanto abbia le idee abbastanza chiare. Scrive:

             Non ho voluto insistere e siamo rimasti così d’accordo […]. Intanto il Signore mi farà conoscere meglio la sua volontà. (p. 26)

             Nelle lettere non c’è solo il disegno del percorso religioso di don Quintino; emerge la vita quotidiana, sua e dei suoi corrispondenti. A volte si fa strada un’ombra di disappunto nel registrare il silenzio di persone amiche. Ne scrive a don Luigi Falsina, in data 9 settembre 1949:

 È proprio vero che gli amici cominciano a dimenticarmi; in compenso v’è l’Amico degli amici, il Signore che non dimentica.

Dove sembrano venir meno, o indebolirsi, le amichevoli ed affettuose relazioni consuete, se ne è instaurata un’altra, che non viene meno. C’è un’amicizia che non delude, che non patisce incomprensioni o dimenticanze. Non sarà solo per una volta che Quintino istituirà questo confronto; e questo modo di presentare le cose diventa una modalità delle sue lettere perché è una modalità della sua vita.

 Là dove si registra quel minimo di delusione, nella stessa lettera, si esprime anche, in modi ingenui, la gioia della prossima vestizione. In modi ingenui e, si direbbe, con espressioni di fanciullesco compiacimento di fronte all’osservanza di una consuetudine: quella dei ricordini per la vestizione:

             Ho già fatto i ricordini per la vestizione, vedrà come sono carini. (p. 29)

La fase 1945-1949 documentata nelle lettere non presenta, fino al settembre del 1949, messaggi indirizzati ai familiari. Può sembrare curioso che i familiari siano (sembrino, almeno!) esclusi dalla comunicazione di decisioni ed avvenimenti importanti. In realtà le comunicazioni epistolari non dovevano essere intense, ma non mancavano. È dal settembre del 1949 che il rapporto epistolare con i familiari diventa (e risulta) abbastanza frequente.

In una lettera ai suoi, datata Treia, 28 settembre 1949, Quintino lamenta che, benché siano passati 10 giorni dalla loro partenza (erano stati a trovarlo in occasione della vestizione religiosa), egli non ha ricevuto alcuna notizia.

 Si preoccupa della madre che non ha potuto raggiungerlo come gli altri:

 Come va la mamma? Che peccato a non essersi trovata anche lei per la vestizione. Vuol dire che farò una capatina questa estate dopo le scuole. (p. 29)

 “Questa estate”, a tener conto della data della lettera, fine settembre, vuol dire “l’estate dell’anno venturo”: si prevede, dunque, un lungo intervallo tra la promessa e il suo compimento.

 Insieme ai familiari appaiono altre figure della comunità melissanese in una lettera scritta quasi a ridosso di quella precedente. I parenti si son fatti sentire, hanno fatto avere loro notizie, e Quintino se ne rallegra. E spedisce ricordini per parenti ed amici:

Vi accludo i ricordini rimastimi, da distribuire ai parenti, amici e conoscenti più intimi di Melissano. Per quelli di Racale ci ho pensato io. Le fotografie (riuscite discretamente) ve le manderò dopo, mentre vi accludo due cartoline di quelle che facemmo a Melissano: belle, vero? (p. 30).

             La distribuzione di ricordini e fotografie non è, certo, un atto di vanità ma un tratto di delicatezza verso coloro che da vicino o da lontano vogliono mantenere vivo un rapporto, manifestare la loro vicinanza a Quintino e fargli sapere che ne approvano la scelta. Accade la stessa cosa per i suoi ex-colleghi. Ricorda, in una lettera a don Falsina del 5 ottobre 1949:

 Giorni fa, dovendo fare delle spese personali e del convento, pensando che rivolgendomi ai miei del nucleo P.T.I. di Macerata avrei risparmiato fui a trovarli. Se Lei avesse visto, don Luigi! Pazzi di gioia, poverini! Io naturalmente trascorsi qualche oretta tra le Fiamme Gialle, indimenticabile. Anche ad essi detti un ricordino perché tanto entusiasti di avere un frate ex finanziere, “futuro cappellano militare” della finanza. (p. 31).

 L’emozione dei suoi ex compagni di ritrovarlo in un’altra veste si trasmette anche a lui, che se ne difende con il filo di autoironia che fa capolino in quella previsione (dei suoi ex compagni, naturalmente!) ch’egli sia destinato a diventare il “futuro cappellano militare” della Finanza.

 L’apparenza semplice e disadorna delle lettere non deve trarre in inganno. Dietro le parole consuete, persino un po’ logore, c’è il senso di un’intensa esperienza personale e di una scelta coraggiosa; e c’è anche un modo spontaneo di aprirsi agli altri, di accoglierne le manifestazioni di affetto come anche, e si vedrà, le pene quotidiane, i contrasti, i dolori o accettati o mal sopportati.

Si coglie, a questa data del 1949, la soddisfazione per un sogno realizzato, per una meta raggiunta:

 Come sto bene adesso spiritualmente. Mi sembra di essere in Paradiso. (p. 31)

 È, certo, un traguardo, ma non è tutto. O non è quello che Quintino veramente desiderava. E, svanito nei familiari l’entusiasmo del primo momento, affiorano difficoltà. Quintino non pensa a se stesso: di se stesso è certo. Pensa ai suoi, che spesso si saranno trovati a doverlo giustificare, magari senza riuscirvi, agli occhi del mondo.

 È questa situazione che s’intravede in una lettera indirizzata alla madre ma rivolta a tutta la famiglia. Scrive Quintino:

 Miei carissimi

[…].

Avrei tante cose da dirvi onde giustificare il passo fatto e per pacificarvi del mio nuovo stato di cose, eppure mi astengo, perché superfluo, e vi dico semplicemente di aver fatto la volontà di Dio e di star bene, perché sulla mia strada.

Poco importa se la gente mi dice pazzo. Basta che piaccia all’Amore.

E voi, miei cari, non pensatemi ora un semplice mendicante, ma un apostolo sulle orme del Maestro.

Sono felice, credetemi.

Il padre, nel dolce amplesso del quale mi sono interamente abbandonato, non mi fa mancare nulla.

 E, un poco più avanti, nella stessa lettera, con un’affermazione forte ed una parola di riguardo per la madre, scrive:

 Deponiamo tutto, miei cari, nelle mani del Signore e ricordiamoci in Esso e vedremo che tutto andrà per il meglio. I figli non sono fatti per i genitori, ma per la missione a cui la Provvidenza li destina.

Benedicimi, o mamma, e perdonami se involontariamente ho ferito il tuo cuore, pregherò tanto per te.

 Il  linguaggio usato da Quintino, al di là delle cose dette o proprio in funzione del modo di dire certe cose, sembra ricalcato, a tratti, su quello dei libri di devozione. Basterebbe far caso ad espressioni come. “Il padre, nel dolce amplesso del quale mi sono interamente abbandonato…”, per scoprirne facilmente la provenienza (e dietro c’è, anche, forte la grande tradizione del linguaggio dei mistici). Non è questo, però, a fornire un’indicazione importante. È che Quintino, che certamente frequenta il linguaggio dei libri di devozione, non si accontenta di ripetere parole preparate ma, per così dire, entra con la sua anima in parole e formule che sembrano logore e le fa proprie, le rivitalizza con un’adesione piena della mente e del cuore, le trasforma in atti di vita. Forte è l’espressione con cui si libera dai “si dice” pettegoli, forse malevoli, circolanti nel suo paese: «Poco importa se la gente mi dice pazzo. Basta che piaccia all’Amore». Basta piacere all’Amore, a quello con la A maiuscola: a Dio.

 Dietro le parole di Quintino, siano esse le parole fermate nei libri di devozione o quelle che sgorgano da uno spontaneo slancio dell’anima, si sente la forza di una scelta che, ancora una volta, può destare scetticismo, riprovazione o compatimento, ma che non verrà scalfita da nessun giudizio altrui, radicata com’è nella convinzione che essa costituisce l’unica risposta da offrire alla voce che ha chiamato, di rispondere all’invito di Cristo.

 C’è anche un’affermazione dura, nella lettera: “I figli non sono fatti per i genitori, ma per la missione a cui la Provvidenza li destina”.

 Dirlo alla famiglia, soprattutto dirlo alla madre può essere come dare premeditatamente una coltellata, dare uno strappo violento ad un mondo di affetti che riposa in sicurezza e serenità. E come i familiari potranno capire, loro che, certo, a quel linguaggio non sono abituati, un’affermazione come: “Basta che piaccia all’Amore”?

 Sullo sfondo c’è una recisa affermazione del Vangelo:

 Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me [così in Matteo, 10, 13].

 Il distacco dal mondo, tanto più evidente se riferito al distacco dalla famiglia, è sottolineato e reso ancor più visibile da un “avviso”, chiamiamolo così, che annuncia un silenzio:

 Per Natale e per Capodanno penso non scriverò, perciò vi faccio sin da adesso i più cari auguri con tanti bacioni e abbracci.

 Sono abbracci che in poco o in nulla conforteranno i destinatari della lettera, ma il silenzio che Quintino si impone è elemento fondamentale della sua vocazione

.In maggio del 1950, scrivendo a don Falsina, dirà la gioia che gode nella “beata solitudine” di un Eremo santo, dove è possibile, e dove si trova “bello”, «vivere interamente abbandonato nel dolce amplesso del Padre!».

 La formula, “vivere […] nel dolce amplesso del Padre”, riecheggia da un’altra lettera alla quale abbiamo fatto riferimento. Non è più una formula; è la condizione in cui l’eremita sente realizzate le sue profonde aspirazioni.

 Si scopre la ricchezza della povertà:

 Ho dal Padre nella stessa misura in cui ho dato cioè tutto perché ho dato tutto. […] Ora sì che posso dirmi veramente ricco poiché possiedo il tesoro dei tesori, Iddio. Ogni altra cosa è vanità che ben presto si chiude nel passato.

 Lo scrive ai suoi familiari il 28 maggio del 1950.

 Povertà e silenzio; la povertà non deve spaventare, il silenzio non deve turbare. Le parole di Quintino sono rassicuranti:

 … dissi che non avrei scritto spesso, perciò non vi allarmate del lungo silenzio. Sono sempre con l’Amore… (p. 34).

 E più tardi, forse sapendo di deludere una speranza dei suoi familiari, scrive:

 …non ritengo opportuno rivederci per quest’anno, né penso che piacerebbe al Padre celeste. Perciò a un altro anno se piace a lui.

  Si direbbe che in questo momento della sua vita non ci sia spazio se non per quanto riguarda strettamente l’esperienza religiosa. Rinuncerà facilmente a rivedere i suoi ma non al viaggio a Roma, a piedi, pellegrino per l’Anno Santo; e ci va non solo per l’occasione eccezionale (la cadenza dell’Anno Santo era ancora venticinquennale) ma anche per essere presente alla «proclamazione del Dogma della Madonna». Non è specificato di quale dogma della Madonna si tratti, ma sappiamo che nell’Anno Santo 1950, il 1° novembre, Pio XII proclamò il dogma dell’Assunzione della Vergine con la bolla Magnificentissimus Deus; è appunto a quello che Quintino si riferisce.

 Gli avvenimenti “spirituali” occupano il primo piano della vita dell’eremita, e non potrebbe essere altrimenti; tutto il resto arretra sullo sfondo. Le lettere sono spesso percorse dal fervore di momenti intensamente vissuti.

 Scrive il 1° dicembre 1951:

 Come state, miei cari? Io non posso proprio lamentarmi; il Padre mi tratta… coi guanti bianchi. È proprio vero che chi per amore di Gesù e del Suo Vangelo abbandona casa, genitori, fratelli, sorelle, avrà il centuplo di quello abbandonato su questa terra e il Paradiso di là. (p. 40)

 Il Vangelo, la cui lezione è abbracciata con pienezza, alla lettera si può dire, è quello che guida. La parola di Cristo, affiori esplicitamente o corra sotterraneamente nel discorso di Quintino, è quella che detta una regola di vita e il comportamento che essa richiede:

 … chiunque avrà lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o moglie o figli o campi a causa del mio nome, riceverà il centuplo e possederà la vita eterna [così in Matteo, 19, 29].

 Deve essere, questa, una verità incontrovertibile per Quintino, ma sempre difficile da accettare da parte dei familiari. Per questo Quintino insiste nel ricordarla e nel sottolineare che la sua è stata una scelta ragionata.

 Questo versante troppo rigido, almeno per la mentalità comune, sembra essere il dato più visibile nelle lettere del primo periodo della vita religiosa di don Quintino. La sua scelta ascetica, secondo un comune metro di giudizio, può farlo apparire duro e freddo. Egli stesso sembra rendersene conto, e allora, quasi ad introdurre istintivamente un correttivo al troppo reciso distacco manifestato in alcune lettere, mostra un interesse vivo per le cose della famiglia, per le condizioni dei parenti, della madre in particolare. E alla sorella, probabilmente la diletta Antonia, quella più pronta a comprenderlo e ad avvicinarsi alla sua spiritualità, anch’ella andata a Roma in occasione del Giubileo, evoca «le bellezze di Roma» che l’avevano molto colpita e alle quali egli stesso non era insensibile, avvertendo però «che è tutta roba che passa, cioè appartiene al mondo, e perciò deve interessarti relativamente….».

 Ormai sicuro del proprio cammino, Quintino non ha più, o non ha più spesso come prima, la preoccupazione di rilevare il suo distacco dal mondo e dalla famiglia. Sente che non c’è bisogno di far avvertire quel distacco con i lunghi silenzi, col negare la sua presenza fisica nella cerchia familiare. È un distacco come atteggiamento dell’anima, della mente; e allora il cuore può reclamare i propri diritti, sapendo che la risposta del cuore è gratificante non per chi la dà ma per chi la riceve. È un atto di carità, di cui gli altri sentono il beneficio. Quintino comprende questo: la sua durezza si stempera in un’apertura cordiale, in un abbraccio che ha sempre tante presenze da accogliere. Allora ogni cosa viene comunicata ai familiari non a semplice titolo d’informazione ma per un invito di viva partecipazione. Quando sembra profilarsi la possibilità d’una partenza per luoghi lontani, in terra di missione, Quintino comunica la novità con quella serena gioia con la quale richiede agli altri la sua stessa prontezza di risposta al volere divino. Scrive ai familiari il 20 marzo del 1952:

 Sembra che Gesù mi voglia altrove, in un’altra vigna a lavorare, ed io tutto orecchie ad attendere la chiamata, non posso, quando il Padrone chiama, non rispondere.

Abbandoniamoci fiduciosi al divino volere che non ci mancherà il porto sicuro. Gesù prima di ogni altra cosa, che ne ha diritto!

 La richiesta di compartecipazione, di condivisione, è segnalata dal passaggio dalla prima persona singolare (“io … non posso … non rispondere”) alla prima persona plurale (“Abbandoniamoci fiduciosi al divino volere…”).

 “… quando il Padrone chiama…” ha scritto Quintino nel tratto di lettera appena ricordato. Può sembrare un’espressione che rasenta l’irriverenza, ma è un’immagine che può essere immediatamente compresa nell’ambiente cui la lettera è destinata. Quintino trova spontaneamente un modo giusto per dire le cose, per dar loro un riferimento concreto.

 L’intravisto trasferimento in terre lontane svanirà quasi subito. Quintino lo comunica con la stessa serenità con la quale aveva annunciato una possibile diversa avventura umana, un modo diverso di servire la sua vocazione. Poiché aveva messo in programma un passaggio da Melissano, che ora viene differito, si preoccupa di consolare l’immaginabile delusione dei suoi cari:

 … stavo per lasciare l’Italia, ed era giusto che vi salutassi prima di partire per terre lontane, ora invece che tutto sta diversamente di come vi dissi con la mia ultima e che non lascerò più il mio S. Francesco ho rimandato la mia venuta laggiù a novembre perciò ci rivedremo a novembre.

Sappiate che tutto viene dall’Alto perciò cercate di vincere la spontanea tristezza che vi recherà la presente.

 «…tutto viene dall’Alto»! Com’è spontanea l’espressione, com’è radicata la certezza di chi così afferma! Ci vuole questa serenità per rassicurare la madre, la più delusa, e per convincerla ad affrontare con pazienza le amarezze del cuore e le sofferenze fisiche. Si tratta di sofferenze che trovano eco in un Quintino molto preoccupato, il quale, in data 10 settembre 1952 scrive, cercando di trattenere un’avvertibile emozione:

 Mi sembra di aver capito che mamma sta male, tanto male, e vi pregherei a volermi dire senza nulla nascondermi, quali le sue condizioni di salute attuali. Caso mai anticiperei la mia venuta di qualche giorno, questo però quando fosse necessario, mi spiego? Qualora fosse necessario in quanto mi parto sabato, anticipando. (p. 46).

 La madre morirà in aprile del 1954. “Pazienza!” esclama rassegnato Quintino scrivendo ai familiari. Ma in una lettera alla sorella Antonia, datata 12 maggio 1953, indugerà sulla morte della madre non per trovare consolazione al proprio dolore ma per lenire quello altrui alla luce della speranza cristiana. “Pazienza”, ripete alla sorella; e la esorta: «Mettiti serena perché così vuole la mamma».

 Antonia sembra non rassegnarsi, non ascoltare. Egli tornerà a richiamarla, ad insistere su una manifestazione del dolore che deve trovare equilibrio:

 Non ti sembra, cara sorella, cosa fuori posto calcar troppo sulla scomparsa della nostra Benedetta che dal Cielo guida i nostri passi! Abbandoniamoci piuttosto fiduciosi nelle braccia del buon Padre che conosce i nostri bisogni e che sempre tanto premuroso ci soccorre più che un padre o una madre terrena. Ti prego, cara sorella, non pianger più! Dispiace alla mamma il tuo lamento continuo! La mamma vuole saperti nelle tue faccende quotidiane con lo stesso brio di quando c’era lei e tu devi ubbidire. (p. 51)

 La chiusa di questa lettera è particolarmente affollata di presenze, dalla citazione di persone alle quali Quintino manda i suoi saluti:

 Tanti cari abbracci a Luigi, Sara, sorelle, cognati, nipotini, zii, zie, cugini e cugine. Saluti a Uccia Cino, Vata e poi a tutto il convicinato. (p. 51).

 Si direbbe che incaricando Antonia di portare i saluti a tante persone, interne o solo vicine alla cerchia familiare, Quintino miri a costituire intorno alla sorella un cerchio difensivo, una corona di affetti verso i quali dirottare l’attenzione distraendola da un pensiero fisso. Mi par che si possa leggere questa chiusa come un finissimo tratto di delicatezza e di preoccupata attenzione per quella sorella che di Quintino era la più sensibile interlocutrice.

 Si apre nella corrispondenza, dopo la morte della madre, una sorta di spazio privilegiato che vede Antonia al centro dell’attenzione di Quintino; lei la destinataria delle lettere ai familiari.

 Si stringe tra i due fratelli quasi un tacito patto, un’intesa che si farà sempre più profonda. Saranno in due, d’ora in poi, a leggere anche i piccoli casi della vita, le preoccupazioni d’ogni giorno, alla luce della volontà divina. Antonia riacquista il suo equilibrio; Quintino non manca di sorreggerla perché torni ad essere viva ed allegra come un tempo. Le scrive:

 Mangia, lavora, prega e fai un po’ di bene se ti è possibile. La malinconia è nemica dell’anima, perciò sii allegra, tanto allegra! Vivi come gli uccelli dell’aria: di giorno in giorno, confidando nelle parole di Gesù: Siete figli miei e non vi lascerò mancare ciò che vi occorre. Il domani è nelle mani del Padre. (p. 53)

 La parola del Vangelo è sempre il riferimento sicuro: basta seguirne l’insegnamento per acquistare quella serenità che fa da sicuro argine contro le tempeste del mondo. Per santificarsi, bisogna rinnegare costantemente se stessi.

 Quando si trasferisce nel romitaggio di Sant’Alberico, la prima persona di famiglia alla quale Quintino trasmetterà la notizia sarà proprio Antonia. Ed è Antonia al centro di tante faccende familiari; è su di lei che riposa la fiducia di Quintino. Con sempre maggior frequenza le vicende familiari troveranno spazio nelle lettere. Vicende familiari in senso largo, perché talvolta si tratterà di problemi di compaesani per la risoluzione dei quali, attraverso Antonia, si chiede l’aiuto di don Quintino.

 Riappaiono, con il trasferimento a Sant’Alberico, le comunicazioni a don Luigi. Sant’Alberico richiede restauri o radicali rifacimenti; Quintino si adopererà per rendere l’eremo più “bello”. Di tutto ciò c’è traccia nelle lettere; c’è, soprattutto, la traccia di un fervore espresso in opere che servono alla gloria di Dio.

 Col tempo è maturato anche il desiderio del sacerdozio. Sarà un cammino lungo, non senza difficoltà, che si compirà nel 1961 quando, il 23 dicembre, Monsignor Bandini conferisce il presbiterato a Quintino. Questi scriverà a Carlo Lusardi, il 4 novembre 1961: «Per il S. Natale, facilmente sarò ordinato Sacerdote. Che cosa meravigliosa, Carlo! Prega, prega anche te, mio caro amico, riconoscente per sì gran dono che il Signore sta per farmi».

 Troppe cose occorrerebbe annotare per sottolineare la ricchezza di queste lettere. Esse disegnano nitida la figura di don Quintino: dalla scelta fatta senza tentennamenti alle più diverse esperienze che ne hanno caratterizzato il cammino.

 Nelle lettere ci sono rapidi accenni a incontri importanti, ai quali si allude con sobrietà: i contatti ed i colloqui con Padre Pio, ad esempio, nelle visite a San Giovanni Rotondo. Vi si registrano occasioni vissute intensamente da Quintino: la partecipazione ad un’udienza di papa Giovanni XXIII riservata agli studenti dell’Angelicum che si preparavano al sacerdozio; la partecipazione sentita al Congresso Eucaristico Nazionale tenutosi a Lecce nel 1956; il pellegrinaggio a Lourdes compiuto in parte a piedi in compagnia di fratel Vincenzo. Ed a tratti affiora anche la gioia di ritrovare in un elemento della natura quasi il senso solare della propria terra:

Grazie tante di tutto e a tutti. I mandarini coi limoni, quei bei limoni sembravano appena staccati dalla pianta.

 La vita quotidiana, con le sue modeste incombenze, s’illumina del senso religioso che le può conferire una fede semplice e salda trasfusa proprio in quella quotidianità. È questo che le lettere di don Quintino insegnano. Esse sono anche una sua cattedra di spiritualità.

 Scrivendo alla signora Letizia Pizzolante delinea, ad esempio, quello che si configura come un metodo di preghiera. Scrive:

 C’è un modo per costringere Dio e strappargli le grazie ed è chiedere senza stancarsi con ferma fede. Bisogna dunque pregare giorno e notte, e quando ci svegliamo sempre, anche quando pare che Dio non ci ascolti o ci respinga, bisogna sempre picchiare. Questa continua preghiera non consiste in una continua tensione dell’anima, che finirebbe con l’esaurire le forze senza venirne a capo. Questo continuo pregare consiste nello scegliere da quella preghiera fatta o da quella lettura spirituale o meditazione, una verità o una frase, conservarla nel nostro cuore e ricordarla spesso, tenendoci il più possibile ala presenza di Dio, ed esponendogli i nostri bisogni, vale a dire mettendoci davanti a Lui in silenzio.

Allora come la terra arida par domandare la pioggia, mostrando al cielo la sua aridità, così è l’anima nell’esporre i suoi bisogni a Dio.

 È questa, nelle lettere di don Quintino Sicuro, forse la pagina più ricca e significativa. Gli storici del sentimento religioso vi potrebbero trovare la confluenza di molti suggerimenti, dalla matrice evangelica al linguaggio dei mistici al metodo dell’orazione di quiete. Potremmo dire, molto più semplicemente, che, pur suggerito da tante fonti, quel metodo di preghiera è quello che don Quintino si è costruito con il tempo e l’esperienza e che trova in quella pagina una limpida sintesi.

 Poco  vale, davanti a un risultato come questo, osservare come il linguaggio delle lettere di don Quintino sia talvolta approssimativo o grammaticalmente incerto.

 Di certo, di irrecusabile c’era, nell’anima di don Quintino, una grammatica della fede che non aveva bisogno di inseguire una bella forma. A quella grammatica bastavano la fiducia nel Padre e lo slancio dell’anima verso l’Amore.

                                                                                                Luigi Scorrano

 Melissano, 6 giugno 2006

   

   

(Alcuni momenti della cerimonia)