Home Su Commenti Notizie Link Ricerca Comunicazioni
 Ricordi di Francesca Manco
Precedente Home Su Successiva

 

RICORDI
 di Francesca Manco

Testimonianza rilasciata in occasione della tavola rotonda sul tema: “Testimonianze a confronto sulla vita di don Quintino”, ricordi trasmessi in diretta da radio King di Copertino, che l’Associazione di Melissano in collaborazione con la diocesi di Nardò-Gallipoli e l’ufficio Comunicazioni sociali ha organizzato in data 22 maggio 1997

            Mi chiamo Francesca Manco, sono una nipote di don Quintino Sicuro in quanto figlia della sorella minore Crocefissa Brigida.

            La mia esperienza di vita con uno zio così “particolare” è per me unica e inenarrabile. Parlarne ora non ha motivazioni extra-personali, ma serve semplicemente ad esternare sentimenti e sensazioni finora custoditi gelosamente nel più profondo, ma che trovo sia giusto aprirli agli altri, lasciando da parte quel piccolo, sano egoismo e quel giusto riserbo dettato dal rapporto di parentela.

            Il primo ricordo che ho di mio zio risale al lontano mese di aprile del 1956. Mi sia consentito un preambolo per arrivare all’episodio oggetto del mio ricordare: frequentavo, all’epoca, l’asilo infantile; in quegli anni gli inverni erano molto più freddi e gli edifici scolastici non erano riscaldati come ora, né si scioperava per questo. La zia Antonia, sorella di don Quintino,  che era una brava sarta, per farmi stare più riparata, mi aveva confezionato dei pantaloni di lana cha la mamma mi faceva indossare sotto il grembiulino. Alla suora, non faccio il nome per discrezione, anche se la ricordo con affetto, questo non piaceva e mi rimproverava dicendomi che i pantaloni dovevano indossarli solo i maschietti e che, se io continuavo a vestire da maschio, lo avrebbe detto a zio Quintino che in quei giorni si trovava in visita a Melissano. Avevo paura che lo zio se la prendesse con me e a casa piangevo, ma mia madre – giustamente- continuò a farmi indossare i pantaloni dicendomi che lo zio non mi avrebbe rimproverata per questo.

Ricordo che prima di partire per far ritorno al suo eremo di Sant’Alberico, mi salutò, proprio all’asilo dove era venuto per salutare le suore, non come fanno gli altri zii che magari prendono in braccio e baciano i nipotini, ma posandomi entrambe le mani sulla testa. Me le tenne così, senza parlare, per alcuni secondi che mi parvero eterni; io allora non capivo mentre, a testa bassa, guardavo i suoi piedoni scalzi, con un certo timore, presagendo la punizione annunciatami dalla suora. Ora so che lui mi benediceva!

            Gli altri ricordi, più vivi e più intensi, risalgono a qualche anno dopo e precisamente al 1962: lui già novello sacerdote. Lo ricordo a Melissano il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, per la sua prima messa solenne nel paese che gli aveva dato i natali; indossava l’abito talare, aveva tagliato la lunga barba e i capelli per obbedienza al suo vescovo. Dopo la celebrazione eucaristica, molto partecipata, ricordo che mi porse da baciare le mani dalla parte del palmo; e poi che volava tra le tante persone che affollavano la casa degli zii e sorrideva a tutti e con tutti si fermava a scambiare qualche parola ed era molto felice di condividere con tanti parenti e amici il pranzo offerto dai familiari.

Anche nei giorni successivi, per il tempo che lo zio si trattenne a Melissano, era sempre un via vai di persone e a tavola si era sempre in tanti. Per uno di quei pranzi, io avevo aiutato la mamma a preparare una torta, l’avevo decorata con vera maestria ed ero orgogliosa del mio lavoro mentre la offrivo allo zio. Ma rimasi molto delusa perché lui rifiutò la fetta che gli porgevo. Lo pregai e, al suo nuovo rifiuto, non volendomi dare per vinta, insistetti chiedendogli di mangiarla come penitenza: non ci fu verso di fargli assaggiare quel dolce, ed io quasi mi arrabbiai.

Era molto rigoroso con sé stesso!

            Nel giugno dello stesso anno, terminate le scuole, la zia Antonia ci portò con sé , me e mia sorella, all’eremo di Sant’Alberico, per farci stare un po’ in montagna: cambiare aria avrebbe fatto bene alla nostra salute piuttosto cagionevole a quei tempi a causa di frequenti tonsilliti.

Si partì. Lo zio Luigi ci accompagnò alla stazione ferroviaria di Lecce da dove avremmo preso l’espresso per Cesena. Sembravamo degli emigranti con tante valigie e scatoloni di cartone legati con dello spago: pochi gli effetti personali, ma tanti prodotti del nostro Salento: olio, vino, passata di pomodoro, pasta fresca, pane, frise, biscotti, uva, fichi, fichidindia e quant’altro la nostra terra poteva offrire di buono ad un suo figlio lontano.

Il viaggio in treno fu lungo tutta una notte ed alquanto scomodo: i sedili erano ancora di legno e senza imbottitura; la mattina dopo eravamo alla stazione di Cesena dove ci attendeva il sig. Antonelli di Balze che aveva un servizio di autonoleggio, mandato dallo zio a prelevarci. Conosceva la strada che percorreva come le sue tasche e quindi non si risparmiava con la pressione del piede sull’acceleratore. Per noi, che venivamo dalla pianura, tutti quei tornanti, le salite, la velocità, la stanchezza per la notte insonne, alla fine del viaggio, ebbero la meglio: la testa girava e lo stomaco era in subbuglio. Arrivammo alla fine a Balze e fummo subito accolte dalle sig.ne Miliani, due anziane ma arzille benefattrici dell’eremo di Sant’Alberico e di don Quintino. Avevano una casa enorme e la loro ospitalità e cordialità ci fecero subito sentire a nostro agio. Qui ci raggiunse lo zio e tutti insieme consumammo un pasto ristoratore.

Nel pomeriggio ci trasferimmo all’eremo che era, ed è ancora, precluso alle donne, però il vescovo aveva dato una dispensa speciale a noi parenti. Ricordo ancora benissimo, a distanza di tanti anni, l’impressione che mi fece la comparsa alla vista di quel tetro rifugio, dopo aver camminato a piedi per un lungo e tortuoso sentiero tra i monti.

Nel giugno del ’62 si era ancora al vecchio eremo. Lo zio capì il nostro imbarazzo e cercò subito di tranquillizzarci, descrivendoci quella catapecchia come una reggia. Eravamo a oltre mille metri  di altezza e l’aria, per noi che avevamo lasciato il caldo clima del Salento, era piuttosto fredda; ma lo zio ci disse che avremmo trovato il letto caldo perché ci aveva messo dentro la monaca. Io pensavo che stesse scherzando per smorzare la nostra tensione, perciò gridai spaventata quando, entrando in camera, vidi realmente un gran rialzo tra le coperte, come se effettivamente ci fosse qualcuno sotto. Ma lui sorrise e, sollevando le coperte, mi fece vedere di che razza di monaca si trattasse: era uno scaldaletto di legno con appeso al centro un recipiente pieno di carboni accesi. Chi aveva mai visto un aggeggio del genere!

            Eravamo stanche, io e mia sorella, e ci addormentammo subito. Nei giorni seguenti avremmo scoperto gli altri ambienti di quel posto, e non ci voleva poi molto, ad eccezione della camera dello zio che era sempre chiusa a chiave. Ciò incuriosiva noi bambine che cercavamo di sbirciare quando lui apriva per entrare o per uscire; ma quella camera ci fu sempre negata, tanto a noi quanto alla zia che insisteva per dare una pulitina.

            Durante un temporale scoprimmo il diverso suono della pioggia nella varie pentole, tegami e bacinelle usate per raccogliere l’acqua che veniva giù dal tetto, mentre si sentivano i tuoni rotolare giù dalla cima dei monti e frantumarsi a valle, ai piedi dell’eremo, con tal fragore da far paura anche ai più impavidi, figuriamoci a noi!.

           Però si era in estate ed il tempo era quasi sempre bello e ci consentiva di andare nei boschi a cercare fragoline o semplicemente a riempirci i polmoni di ossigeno. Una volta andammo nel bosco con lo zio in cerca di funghi e lui trovò un porcino enorme che, impanato e fritto a striscioline, costituì il pranzo per sei persone. E sì, perché quel giorno all’eremo erano capitati due campioni del ciclismo di allora che a Balze avevano fatto tappa durante il giro d’Italia di quell’anno.

E di gente all’eremo ne capitava sempre, senza preavviso, e allora lo zio si dava un gran da fare per accoglierla, per ascoltare tutti e nessuno andava mai via senza prima aver consumato quello che lui tirava fuori, quasi sempre quel buon formaggio di montagna ed il pane fresco senza sale, qualche volta anche un cosciotto di prosciutto che mi faceva affettare, e del vino sempre; ma non ci siamo mai spiegati da dove, all’occorrenza, veniva fuori quel ben di Dio (la Provvidenza, come lui la chiamava), visto che all’eremo non c’era una dispensa e non abbiamo mai visto delle grandi provviste alimentari.

C’era quel poco che la buona gente di Balze ci dava, quando andavamo in paese con gli zaini sulle spalle che contenevano i fiaschi per la provvista dell’acqua. E già, perché all’eremo allora non c’era l’acqua corrente e non c’era neanche la corrente elettrica. Per far luce la sera usavamo le candele. Una sera, però, ci fu grande festa perché allo zio avevano regalato una lampada a gas.  Eravamo molto contenti, soprattutto io e mia sorella, e quella sera andammo a letto più tardi del solito. Ma la nostra delusione fu grande la mattina dopo perché la lampada era sparita: lo zio ci disse che altre persone ne avevano più bisogno di noi. Lo stesso successe con due colombi che gli furono regalati e che per un giorno avevano rallegrato con la loro grazia la finestrella della cucina, perché il giorno dopo non c’erano più: qualcuno ne aveva avuto più bisogno di noi. La preoccupazione per gli altri, i più poveri di lui, era una costante in don Quintino.

 E che dire della preghiera? Era qualcosa che lo assorbiva completamente, né noi che stavamo a guardarlo dalla finestra della cucina riuscivamo a distrarlo: lui  non alzava mai gli occhi per guardare verso di noi. Recitava il rosario, sempre contemplando tutti e quindici i misteri, o leggeva il suo breviario andando su e giù per il piccolo spiazzo antistante all’eremo, dove era situata, a quel tempo, la grande croce di marmo che ora è all’interno del recinto. E questo tutte le sere all’imbrunire, con le nuvole basse che lo avvolgevano, cariche di umidità, col vento o col sereno.

            Ricordo una di quelle sere in particolare, perché io e mia sorella rimanemmo incantate ad osservarlo, mentre una miriade di piccole stelle gli ruotavano intorno, così pensammo noi allora. Erano, invece, tante lucciole che quella sera si erano date appuntamento lì, ma che non riuscirono a distoglierlo neanche un po’ con le loro danze. Lui si accorse che c’erano solo quando, salito su in cucina, gliele facemmo notare noi e fu lui che ci disse che erano lucciole, perché noi non le avevamo mai viste prima.

            Nel giugno del 1962 arrivò all’eremo anche Vincenzo Minutello: Giunse una mattina a sorpresa, accompagnato dallo zio; noi lo guardammo subito con un certo disappunto: - chi era quel tipo un po’ strano che era arrivato così, senza preavviso, a dividere la nostra casa? – La curiosità delle bambine è sempre grande e anche in noi non faceva difetto, perciò cominciammo a fargli domande alle quali lui rispondeva molto timidamente. Nei giorni seguenti, si unì a noi quando si andava a Balze o alle Celle a far provvista di acqua; e cominciò a raccontarci della sua vita al paese – lui veniva da Racale, un comune a pochi chilometri da Melissano; ci raccontò di come preparava la camomilla alle vacche quando stavano male e di tutta l’uva che si mangiava quando i suoi lo portavano a vendemmiare, tanto che suo padre gli diceva che gli era più conveniente comprargli un vestito nuovo che portarlo a vendemmia. Ci raccontò che era scappato via da casa perché non gli piaceva la vita che conduceva e quando aveva incontrato l’eremita Quintino a Racale aveva capito che voleva seguire la stessa strada. Lo zio lo convinse a scrivere ai suoi che erano in pensiero e lui, quasi completamente analfabeta, stava intere giornate chiuso in camera per mettere su due righe da mandare a casa. Vincenzo pendeva dalle labbra di don Quintino, gli chiedeva consigli che accettava molto umilmente, anche quando erano molto duri. Deve essere stato proprio un bel tirocinio per Vincenzo quel primo periodo a Sant’Alberico!

            Il tempo che don Quintino trascorreva con noi era sempre molto poco, lo stretto indispensabile. Dopo cena si ritirava nella chiesetta e lì noi lo vedevamo, in ginocchio di fronte all’altare centrale, ma più spesso vicino all’altare di Sant’Alberico, quando, prima di andare a dormire aprivamo piano, per non disturbarlo, la porta che dalla cucina dava direttamente nella chiesetta con un corridoio alto, una specie di spazio destinato al coro; e lì rimaneva al buio fino a tarda ora, perché noi ci addormentavamo e non lo sentivamo mai salire per andare a dormire anche lui.

            Ci insegnò a cantare il “Tantum Ergo” in latino attraverso la porta chiusa della sua camera, lui cantava dall’interno e dalla cucina noi, insieme alla zia Antonia che lui diceva era meglio se non cantava perché era un po’ stonata, dovevamo fare il coro, per partecipare meglio alle funzioni in Chiesa.

            Ci rimproverava quando la zia ci accusava di qualche marachella e una volta, per punizione, chiuse per qualche ora mia sorella nella legnaia. Ricordo ancora quella volta che, di ritorno dal bosco dove eravamo andate a raccogliere verdura commestibile, lo zio, affacciato alla finestra della cucina ci chiese se ne avevamo trovata. Io, confusa tra sacco e zaino, risposi subito che avevamo riempito “il zaino”. Alchè lui, scuotendo il dito indice, mi disse: - Attenta, Francesca, si dice “lo zaino”. Non l’ho più dimenticato.

Ricordo quella volta che,  per non far attaccare sul fondo della pentola, che bolliva appesa sulla fiamma sotto il grande camino, la pasta con le patate per il pranzo di quel giorno, vi aggiunsi abbondante vino rosso credendolo acqua perché contenuto in uno dei due fiaschi che erano sulla tavola apparecchiata e il cui livello era al di sotto dell’impagliatura, per cui non mi accorsi dell’errore. Lo zio ci disse che la minestra andava mangiata comunque, perché la Provvidenza di Dio non va mai sprecata. E confesso di non aver mai mangiato una pasta e patate così buona.

Durante quei due mesi che rimanemmo all’eremo quell’anno, anche noi contribuimmo col nostro lavoro. Don Quintino aveva iniziato a rompere la roccia della montagna che arrivava fin quasi all’ingresso della chiesetta, per ricavare una grotta dove ospitare le statue della Madonna di Lourdes e di Bernadette. E noi trasportammo tanti di quei sassi fino al fossato che era sul lato destro dell’eremo. E poi un giorno venne un giovanotto con una grossa ruspa nuova fiammante: prima di iniziare il lavoro, ci fu la cerimonia del battesimo e noi scegliemmo anche il nome da dare alla grossa macchina, che si chiamò “Alberico” e ricevette l’acqua benedetta con tutti i crismi. Poi iniziò il suo primo lavoro e la montagna venne scavata fino a creare un ampio spazio per dare respiro a quello che, in breve tempo, sarebbe stato il nuovo e attuale eremo.

Don Quintino lavorava con tale entusiasmo che contagiava anche noi e quando la sua tonaca da lavoro era letteralmente zuppa di sudore, la cambiava con un’altra, intanto che la prima si asciugava al sole per l’occorrenza. Non si poteva lavare ogni volta, perché non vi era acqua a sufficienza e per fare il bucato dovevamo andare alle Celle, un villaggio vicino, dove le sig.ne Miliani, già ricordate, avevano un grande podere.

In quel periodo andammo a Sarsina a conoscere e salutare il vescovo mons. Carlo Bandini. Ero emozionata perché mi aspettavo di incontrare una figura altera, vestita di rosso, con la tiara sulla testa e un grosso anello al dito che avrei dovuto baciare, inchinandomi. Nulla di tutto questo! Ci aprì lui stesso la porta della sua casa al  vescovado e mi apparve come un normalissimo prete, con l’unica differenza dei bottoni rossi sulla tonaca nera. Ci sorrise e ci accarezzò la testa, ci offrì dei pasticcini e poi ci portò a visitare la cattedrale, salutando tutti nella piazza con una cordialità ed una simpatia che non immaginavo fossero prerogativa anche dei vescovi. Meraviglia ancora maggiore suscitò in noi quando lo vedemmo arrivare a Sant’Alberico,  per la festa del 29 agosto, in groppa ad un mulo.

Nell’ottobre del 1962, per interessamento dello zio, andai a frequentare la scuola media a Macerata presso la Pia Opera “Mater Misericordiae” fondata e diretta da mons. Piccinini, che ospitava un convitto per giovani studentesse con le quali io mi trovavo abbastanza bene, anche se erano tutte più grandi di me e frequentavano le scuole superiori. Lo zio venne a trovarmi per vedere come stavo e per avere notizie sul mio comportamento e sul mio andamento scolastico. E così un mio cinque in storia è finito agli atti del processo di beatificazione, contenuto in una lettera che lui scrisse a casa per dare mie notizie; scrivendo tra l’altro: “…. l’ho trovata cresciuta e un po’ grassa”... facendomi sentire un po’ un maialino.

Credo di essermi dilungata troppo e, forse, raccontando delle banalità, ma se io, a distanza di tanti anni, le ricordo ancora come se le avessi vissute da pochi giorni, vuol dire che qualcosa mi hanno insegnato; ogni episodio ricordato ha per me una sua morale! Chiudo qui il racconto della mia esperienza di quell’estate del 1962 all’eremo, con la sensazione di non aver raccontato le cose veramente importanti, ma solo quelle che avevano colpito quella che era, allora, una bambina non ancora dodicenne.

Faccio un salto di sette anni per raccontare brevemente della morte di don Quintino. Il racconto ufficiale, quello importante, è già ampiamente descritto nella biografia curata dal vescovo Bandini. La nostra angoscia, quella dei parenti che ricevono una notizia terribile, è rimasta una cosa solo nostra. Partimmo, quel 26 dicembre del 1968,  nel primo pomeriggio, in sei nella FIAT 1100 dello zio Gigi guidata da mio cugino; sul sedile posteriore io, mia madre, la zia Atonia e la zia Sara. Partimmo senza pensare che si andava in un posto di montagna con la neve; non eravamo equipaggiati né noi, né l’auto. Nutrivamo solo la speranza di trovare lo zio ancora in vita: ci avevano detto per telefono che aveva avuto un infarto, ma non che era già morto.

Viaggiammo tutta la notte, senza fermarci che per fare rifornimento all’auto. A Cesena ci fermammo a chiedere notizie all’ospedale, speravamo ancora. Poi riprendemmo il viaggio, sentivo suonare le campane, ma era una mia sensazione dovuta alla stanchezza e all’altitudine. La mattina dopo eravamo quasi vicini a Balze, quando l’auto si bloccò sulla neve caduta abbondante la notte precedente; non avevamo le catene e non ci fu verso di farla andare avanti, ogni tentativo la faceva scivolare all’indietro di qualche metro. Ma a Balze ci aspettavano e qualcuno ci venne incontro; fu così che operai dell’ANAS sparsero del sale sulla strada e ci fu consentito di continuare.

Il parroco, don Gino, ci ospitò nella canonica e ci fece rifocillare un po’ prima di accompagnarci in chiesa dove don Quintino ci aspettava, con i paramenti sacri delle grandi occasioni e le mani incrociate sul petto che stringevano il Crocifisso e il rosario. Il suo corpo era rivolto con la faccia verso la gente anziché verso l’altare, in una cassa semplice di legno chiaro con delle maniglie di ferro. Fummo noi ad avvicinarci a lui, ancora increduli. Il suo bel colorito roseo non era sparito dal suo volto a distanza di ventiquattr’ore dalla morte, e non sparì neanche nei giorni successivi. Io continuavo a guardarlo con la sensazione che da un momento all’altro avrebbe aperto i suoi begli occhi chiari e ci avrebbe sorriso: non poteva non farlo più!

Le sue mani incrociate conservavano ancora i segni del lavoro, ricordo l’unghia del dito mignolo nera di sangue raggrumato per qualche colpo ricevuto.

Per tre giorni ricevette l’omaggio di amici venuti da ogni parte d’Italia, sfidando le cattive condizioni del tempo per accompagnarlo, infine, il 28 dicembre, per quasi tre chilometri di strada ricoperta di neve ormai scivolosa, al cimitero di  Balze, dove avrebbe atteso l’arrivo della primavera che gli avrebbe consentito il ritorno al suo eremo, ai piedi di quella grotta di Lourdes e della Madonna che lo attendeva.       

 Melissano, 22 maggio 1997