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 Testim. di fra Vincenzo
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Testimonianza di fra Vincenzo al processo diocesano di beatificazione di don Quintino
(del 7 dicembre 1984)

Dato che sono stato pregato più volte di scrivere qualcosa sulla vita di don Quintino, come testimonianza di quegli anni che sono stato assieme a lui, mi accingo a mettere per iscritto quello che potrò ricordare, dato che dalla sua morte sono passati 16 anni.

Dal primo incontro che ebbi con don Quintino nel 1962, ebbi subito l’impressione di un’anima votata completamente al Signore. Da quel momento per me è stato sempre di grande consolazione, dato che in seguito ci siamo trovati tutti e due della stressa vocazione. Don Quintino, per se e per la sua persona aveva di mira l’immolazione continua. A lui, più volte scappava detto, che la vera gioia sta sempre nel soffrire qualcosa per il Signore. Per il prossimo, invece, era di una carità squisita che gli permetteva di celare tutte le sue grandi penitenze.

Vorrei tenere presente, che nel 1952 quando venne laggiù a Melissano, per le cattive condizioni di salute della sua mamma, ebbi la fortuna di vederlo anche da eremita, scalzo, capelli lunghi e vestiva con un impermeabile piuttosto grigio, lo vidi a distanza di circa 40 metri, camminava molto raccolto, sempre a testa bassa. Fu nel mese di ottobre o novembre di quello anno. Praticamente io lo vidi quando venne per una quindicina di giorni presso una sua zia che abitava al mio paese, distante 3 km. da Melissano. Quella volta non ebbi la fortuna di avvicinarlo e poter parlare, finché fu al mio paese, presso una zia, tentai una sera piuttosto tardi di andare a trovarlo.

Purtroppo appena arrivai a quella casa, dove lui era, lo trovai sulla porta che si licenziava con altre persona per rotolarsi, perché era già notte. Quindi lo vidi ancora ma senza parlare una sola volta con Lui. Per me quella volta tutto finì lì.

Lo incontrai di nuovo nel 1962 quando venne per la prima Messa a Melissano, che poi si recò a celebrare anche in tutti quei paesi circostanti, incluso il mio. Fu allora che mi fu possibile avvicinarlo e poter parlare; mentre in seguito, attraverso la corrispondenza mi fu possibile realizzare un incontro definitivo con don Quintino, il 20 giugno 1962; assieme a don Quintino, che avevo incontrato in corriera, per la prima volta arrivai a S. Alberico.

Appena arrivato, mi trovai subito a mio agio, con don Quintino si stava veramente bene, nonostante le sue ardue decisioni.

Era un uomo operosissimo, utilizzava tutto il tempo della giornata fino all’ultimo minuto, sapeva dare il tempo alla preghiera e al lavoro; per la ricreazione non c’era tempo, Lui non ci teneva. Una persona chiese a don Quintino, se facesse un po’ di ricreazione durante la giornata e lui con semplicità disse di no.

Don Quintino, nei primi tre anni in cui sono stato insieme a Lui, prima che si incominciasse coi lavori in grande della casa, il tempo lo utilizzava così: da fine Maggio a fine Settembre: ore 4 alzata, ore 4,30 in chiesa. Subito si incominciava con le preghiere del mattino, che duravano 10 minuti, dopo, sempre di continui, si faceva la meditazione che durava ¾ di ora, infine don Quintino diceva tutto l’ufficio in latino, incominciando con mattutino di 9 salmi, lodi prima, terza e sesta. In tutto circa 2 ore e mezzo di preghiera.

Usciva poi dalla chiesa e andava in casa, prendeva un po’ di caffè surrogato con due o tre biscotti quando qualcuno glieli aveva mandati, altrimenti restava solo con un po’ di roba calda. Subito con tutta la sua dinamicità incominciava a lavorare col palo di ferro e il picco per la roccia.

Alle nove meno dieci minuti lasciava il lavoro e si preparava a celebrare la S. Messa. Dopo la Messa, durante il suo ringraziamento si diceva la nona. Dopo il ringraziamento si tratteneva con qualche persona che voleva parlare con Lui finché non l’avessero lasciato libero e tornava poi subito al lavoro fino a mezzogiorno. Il pranzo in venti minuti o mezz’ora doveva essere pronto, un pranzo molto semplice e modesto. Per tutto l’anno don Quintino mangiava il suo piatto di pasta asciutta, col sugo di pomodoro e per secondo un po’ di salame affettato o mortadella, oppure un po’ di formaggio e il pranzo finiva così. Magari, per una volta al giorno si può pensare che manda via del tutto la fame solo con quelle cibarie. Lui non comprava mai vino, né la carne, né la frutta e neppure le verdure di nessun genere, tutte cose che le accettava e le mangiava quando gliele davano.

Il vino, quando glielo davano, negli ultimi anni, finito i lavori, che cominciò ad ospitare le persone in qualità di ritiro e quindi doveva fare un po’ di provviste, nei pasti principali ne beveva un solo bicchiere senza mai sbilanciarsi.

Dopo pranzo, subito al lavoro fino alle ore sei di sera e a volte anche più tardi. Dopo smesso di lavorare si diceva il vespro e il rosario per intero di 15 poste. Dopo si faceva la cena, una cena molto frugale, quasi sempre don Quintino a cena prendeva un uovo alla coc con un po’ di patate lessate e formaggio, un po’ di vino e un po’ di camomilla. Direi quasi sempre così, meno qualche periodo quando c’era qualcuno all’Eremo, allora si faceva un po’ di ministra.

Dopo cena, alle ore 9, si dicevano le ultime preghiere assieme a compieta e poi andava a letto. Dai primi di Ottobre a Maggio si regolava così: alzata ore 4, 4,30 in chiesa, incominciava con le preghiere del mattino che duravano 10 minuti circa, subito dopo faceva la meditazione che durava ¾ d’ora, poi sempre di seguito si diceva l’ufficio incominciando da mattutino coi 9 salmi, prima terza e sesta e infine sempre in mattinata, celebrava anche la S. Messa, dato che in giornata non veniva nessuno, anche perché per 4 o 5 mesi c’erano sempre 2 o 3 metri di neve.

Dopo la messa, finiva di pregare con altri 10 minuti di ringraziamento con l’ora nona. Durante otto mesi d’inverno, fra le preghiere e la S. Messa, si tratteneva in chiesa dalle ore 4,30 alle 8,30 circa 4 ore. Dopo andava in casa, prendeva di solito un uovo da bere e una tazzina di caffè, altre volte poteva essere solo un po’ di caffè e dopo subito al lavoro.

D’inverno, dato che fuori era tutto sotto la neve, il suo lavoro era impostato così:  per molti mesi via via c’era stato da lavorare in chiesa per scrostarla, buttare giù l’intonaco, pulirla sasso per sasso con un grappetto, spazzolarla con una spazzola di ferro, che poi in primavera veniva stuccata. Quindi anche dentro, nei mesi invernali c’era stato sempre da fare. Poi l’eremita è uno che vive da solo:  deve pensare a tutto, per la casa e per le sue cose personali. Don Quintino era uno che metteva mano a tutto, faceva da mangiare da sé, faceva la pulizia della casa e della chiesa, i panni se li lavava sempre da solo, come anche quando c’era bisogno rammendava e metteva le toppe da sé, che poi ha insegnato anche a me. Mi diceva che l’eremita deve essere capace di fare tutto da solo. Lui ha fatto sempre così,  meno qualche volta d’estate quando veniva sua sorella per qualche giorno, che poi si fermava a Balze dalle signorine Emiliani, perché Lui le donne all’eremo non le voleva, gli metteva a posto qualcosa; gli metteva a posto la biancheria della chiesa e se c’era bisogno anche quella di casa.

Don Quintino stava molto seduto al tavolo a studiare e scrivere, specialmente con la corrispondenza che gli arrivava, direi quasi tutti i giorni.

Passava, specialmente d’inverno, delle giornate intere a studiare e scrivere seduto al tavolo, nella sua cameretta senza neanche un po’ di tepore di uno scaldino. Solo qualche volta prendeva i suoi libri e veniva in cucina.

Posso confermare che per quattro invernate a S. Alberico c’era solo il camino, senza contare che per altri nove anni, don Quintino c’era rimasto da solo e quindi per Lui le invernate a S. Alberico furono più numerose. Un camino che ha sempre fatto fumo, proprio nelle giornate pessime di tormenta, quando faceva un freddo da impazzire si doveva spegnere anche il fuoco, perché con quel fumo era impossibile poterci stare. Infatti don Quintino, una volta era diventato quasi cieco, per tre giorni non riuscì a dire l’ufficio, non leggeva più, diceva la S. Messa in qualche modo, che pio la sacrificava.

Anche in questa cose Lui era sempre sereno, per Lui tutto andava bene. In tutte le circostanza vedeva la volontà di Dio e la accoglieva con una serenità incantevole.

D’inverno a S. Alberico senza fuoco, anche in casa, ci sono molti gradi sotto zero. Lui in cucina ha avuto sempre un tavolo col marmo sopra e senza tovaglia, quando lavava i bicchieri e li appoggiava sul tavolo, quando andava a prenderli non si staccavano più. In questo modo a S. Alberico è vissuto circa 13 – 14 anni. La giornata per Lui incominciava alle ore 4 del mattino con la levata e finiva alle ore 9 di sera quando andava a letto, sia d’inverno che d’estate, tutto l’anno così.

A pomeriggio non andava mai a riposare, né d’estate né d’inverno, da quando si alzava fino a quando andava a letto era sempre in moto. La giornata la faceva finire con le ultime preghiere di compieta e poi si ritirava per andare a riposare.

Da dopo cena, che si faceva verso le 7 fino alle ore 9, quando andava a dire la compieta, si fermava ancora nella sua camera più di un’ora sui libri a leggere e a scrivere.

Da luglio del 1962 fino al primo maggio del 1965 i lavori che fece don Quintino all’eremo sono questi: si fece portare una certa quantità di tubi di cemento da m. 1,10 e intubò il fosso dalla croce fino in fondo al recinto, fece poi venire la ruspa e incominciò a fare un piano tutt’intorno alla casa, mentre contemporaneamente con la terra che la ruspa toglieva, copriva i tubi che erano già sistemati lungo il fosso.

Quando la ruspa aveva messo a nudo la roccia che era coperta dalla terra, don Quintino con il palo e il picco fece il piazzale intorno alla casa. Questo lavoro fu fatto il primo anno.

Il secondo anno si incominciò con i primi di maggio a fare un po’ di strada, partendo dalla strada di Capanne che porta a Balze, fino sotto alla salita dove ora c’è il piazzale per le macchine, mentre allora non c’era niente.

Per fare la prima volta quella strada, don Quintino ha dovuto lavorare circa un mese, con degli operai e un trattorino. In un secondo tempo l’hanno rifatta ancora più larga, ma ciò dopo la sua morte attraverso il consorzio.

Dopo quel lavoro incominciò subito a recintare l’eremo con due muratori, Lui faceva da manovale. I sassi un pò li aveva già preparati e contemporaneamente continuava a farli. Ricordo che una volta ai due muratori vennero a mancare i sassi, incominciò a lavorare sulla roccia con il picco e a scavare dei sassi, un operaio poi li portava con una carretta. In poco tempo li rifornì di sassi che potevano lavorare con lena. Recintarono l’eremo e face anche restaurare e stuccare quella parte di muro che è all’entrata dell’eremo. Per mettere su quel muro, quell’anno fu un gran problema, dato che all’eremo non c’era acqua per niente. Per la malta si andava a prendere l’acqua alla Cella, qualche volta dalle pozzanghere dove bevevano le mucche, infine si conservava l’acqua della lavatura dei piatti, che poi i muratori si arrabbiavano perché la malta non attaccava, ma don Quintino per tutte queste vicende non si scomponeva mai, aveva una volontà di ferro.

Appena finito il muro di cinta, incominciò subito a piantare le piantine nei recinto, nello stesso anno.

Verso la fine di agosto di quell’anno di interessò di come poter fare arrivare l’acqua a S. Alberico, infatti quando ebbe avuto il permesso, attraverso una gomma di circa un chilometro, 3 o 4 giorni prima della festa di S. Alberico, l’acqua da “Terrarossa” raggiungeva l’eremo. Per don Quintino, fu una vittoria grandissima. Mi ricordo il giorno dopo la festa del 29 agosto con i carabinieri che avevano la gip ad andare a raccogliere tutta questa gomma lungo il bosco. Piovigginava quel giorno.

Quando arrivava verso fine di settembre e in ottobre si faceva da sé la legna per l’inverno. Non l’ha mai comprata, tutti gli anni così.

Nel terzo anno durante la stagione, quando si poteva lavorare fuori, don Quintino in primavera incominciò subito a lavorare per la roccia, anche perché i sassi servivano sempre e nello stesso tempo faceva sempre più spazio nel recinto dell’eremo. Dopo un po’ di tempo, quello stesso anno, con qualche operaio incominciò a lavorare per portare l’acqua a S. Alberico. Si fece il fossetto lungo il bosco e dopo, attraverso l’allacciamento dei tubi, verso la fine dell’estate arrivò l’acqua definitivamente all’eremo.

Fino a questa data don Quintino si era dato molto da fare per restaurare anche la chiesa. Difatti aveva fatto cambiare il pavimento appena arrivato all’eremo, e rinnovò poi anche l’altare maggiore. Sempre in quegli anni face fare gli altari laterali, della Madonna e di S. Alberico. Dopo, definitivamente, la chiesa la finì di mettere a posto negli anni 1963-65. Cambiò di nuovo l’altare maggiore per voltarlo verso il popolo, perché ci teneva molto alla liturgia.

E per il resto in chiesa si adoperò a mettere a posto come ho già spiegato.

Lui a S. Alberico faceva vita penitenziale, che poi durò fino alla morte. La sua vita era un’immolazione continua, direi senza sosta. Si serviva di tutto per vivere costantemente nella mortificazione. Una volta dissi a don Quintino: come mai don Quintino a me scappa sempre da ridere? E Lui a me: “Perché non sei mortificato!”. Per me anche quella fu una lezione grande.

Fino a questo punto don Quintino ha vissuto in questo modo!.

Appena arrivai la prima volta all’eremo di S. Alberico ho visto che don Quintino dormiva sulle tavole con una trave per cuscino. In questo modo ha durato fino al 1° maggio del 1965 poi si dovette traslocare per andare a dormire in chiesa, poiché incominciava a scoprire la casa per i lavori.

Dove dormiva era una stanza molto fredda e gelida, don Quintino non ha mai messo fuoco a letto, perché quasi il letto non l’aveva. In quegli anni la casa era tutta bucherellata. Tutte le volte che pioveva si era sempre con l’acqua in casa. Gocciava dappertutto e don Quintino si difendeva un po’, mettendo dei barattoli in qua e là dove gocciava. Qualche volta di sera tardi, verso le otto o le nove doveva andare in soffitta con la candelina in mano, al buio, per sistemare i barattoli e a volte si spegneva la candela e un o picchiava la testa nelle travi.

Una volta don Quintino era fuori e quando tornò a casa trovò la sua camera allagata di acqua con diversi libri bagnati. Si mise le mani sulla testa. Mangiava poco. Faceva tutti i giorni solo un pasto completo; se poi si saziava, alla sera mangiava molto poco, sempre senza ministra. Faceva digiuno quasi tutti i giorni, senza però mai rallentare col lavoro.

Durante la settimana Santa: da giovedì santo a mezzogiorno, fino a sabato santo a sera verso le 8,30 non toccava neanche un bicchiere di acqua, faceva il digiuno completo. Non è che stesse senza fare niente; un anno proprio in quei due giorni gli arrivò la sabbia al piazzale. Dovette lavorare dalla mattina alla sera a spalare sabbia, mentre il trattorino la portava su all’eremo. Per il riposo aveva stabilito 7 ore: dalle 9 di sera alle 4 di mattina. Don Quintino le dormiva tutte poi?.

Con l’eremo vecchio c’erano dei topi come gatti. Tantissime volte si sentiva che durante la notte faceva rumore per mandare via i topi perché non lo lasciavano dormire. Una volta andò a prendere un paio di scarpe dalla sua camera, che da molto tempo non le indossava; le trovò piene di castagne sbucciate, che nessuno le avrebbe potute pulire così bene. Così le abbiamo cotte e mangiate. Si mortificava in tutto; non andava mai molto coperto, era sempre a capo scoperto d’estate e d’inverno; e spesso anche sotto la tormenta.

Gli indumenti li indossava come la provvidenza glieli dava, poiché lui viveva così. Non comprava mai niente, alle scarpe non stava a guardare se erano proprio di misura o no, come anche ai pantaloni se erano larghi o stretti, se arrivavano alla vita o no. Me li fece notare una volta perché mi mostravo un po’ scontento di un mio particolare. I panni addosso li metteva come erano. Magari sempre puliti, questo si. Sappiamo già che don Quintino è andato per 8 – 9 anni scalzo per la neve e nel ghiaccio, lasciava il sangue per le strade e lo confermano tante persone che l’hanno visto coi propri occhi.

Tre fratelli della zona di Montegallo, tagliatori di legna, che quasi tutti gli anni vengono a lavorare vicino a S. Alberico, uno di loro mi ha confermato che don Quintino in quell’altro eremo, a Montegallo, dormiva sulle frasche stese sopra i sassi. Mi diceva: “L’ho io con i miei occhi” e sempre scalzo anche lì.

Le signorine Miliani dicevano una volta a don Quintino: “Don Quintino fa la penitenza lei a S. Alberico?”. E don Quintino a loro: “A S. Alberico la penitenza? Era a Montegallo la penitenza!”. Mi diceva don Quintino che nell’altro eremo, era più pericolosa la strada a scendere col gelo, e scalzo come faceva Lui.

Per tutto il tempo che sono stato con don Quintino, alla sera quando si andava a dormire, l’ultimo saluto era: “Sia lodato Gesù Cristo”.

Ad un certo punto arrivò il momento di rifare la casa. L’inizio fu il 1° maggio del 1965, si incominciò a scoprire la casa e don Quintino andò a dormire in chiesa. Non c’era altra soluzione per poterci stare, perché la casa si buttò giù tutta, restò in piedi solo la chiesa. Quell’anno in maggio e giugno, pioveva spesso e nel corso della giornata di tanto in tanto, don Quintino con gli operai dovevano smettere di lavorare e ritirarsi al coperto. Molte volte continuava a lavorare anche sotto la pioggia.

Quell’anno, dal 1° maggio fino alla vigilia della festa di S. Alberico, 29 agosto, per don Quintino fu un travaglio non indifferente. Oltre al lavoro che sosteneva Lui personalmente, lavorando con le propria braccia per circa 10 – 11 ore al giorno, e non solo per qualche giorno, lo coinvolgevano anche tantissime preoccupazioni. Lui era molto ardito e quando progettava una cosa era difficile che non arrivasse fino in fondo. Ebbe difficoltà con i primi operai. Forse non conoscevano bene don Quintino. Non avevano tanta fiducia: li doveva pagare sera per sera. Dopo una decina di giorni che si lavorava, un operaio mentre scendeva dalla scala con un blocco di pietra a spalla, cascò per terra e si ruppe la schiena. Fu portato fino al piazzale a spalla, e dopo in macchina di corsa all’ospedale, don Quintino era molto preoccupato per quel fatto; me lo ha confermato il Maresciallo dei Carabinieri che in questi giorni è venuto a passare una giornata a S. Alberico. Quell’operaio dopo che si è potuto guarire non ha più voluto continuare col suo lavoro, ha dovuto cambiare lavoro.

Quell’anno per fare la casa c’è voluto molto materiale. Oltre ai sassi che erano sul posto e che don Quintino aveva scavato da sé, ci fu bisogno di decine e decine di camion carichi di sabbia, di cemento, di ferro e di lastre di pietra, compresi i blocchi a spigolo che sono serviti per le porte e le cornici della casa. Le lastre invece, sono servite per lastricare un po’ di spazio nel recinto dell’eremo. Il materiale per fare i lavori dell’eremo, è costato tre volte di più di quanto veniva a costare in paese, a Balze o al piazzale. Veniva scaricato tutto al piazzale e dopo col motocoltivatore portavano su tutto all’eremo.

Don Quintino era di una forza di volontà incrollabile, e durante la giornata, faceva il lavoro di due operai. Lavorava con una tale lena che nessuno gli stava dietro. La salute non gli mancava. Viveva in ansia e si vedeva che era col pensiero fisso a realizzare l’impresa che aveva già intrapreso. Un’impresa molto ardue. Infondo non si scomponeva mai e arrivava a tutto. Già all’inizio di quando Lui arrivò la prima volta all’eremo, fu sempre un problema per portare il materiale su, all’eremo per i lavori.

Appena arrivato all’eremo, don Quintino,  volle incominciare a mettere a posto la chiesa, fede riparare il pavimento e dopo preparò il materiale a Balze per rifare l’altare maggiore in chiesa. Questo materiale come si poteva portare su all’eremo?. Non c’erano strade carrabili, c’era solo una strada mulattiera che da Balze portava a S. Alberico. Per le mattonelle, costrinse dei contadini con le mucche a portarle su. Due donne si prestarono a dare un aiuto a don Quintino per portare le colonnine dell’altare maggiore all’eremo. Don Quintino da Balze caricò la pietra dell’altare maggiore e la portò all’eremo, senza mai scaricarla, perché le donne non sarebbero state capaci di ricaricarlo. A me l’ha confermato una delle due donne, che più volte è venuta a S. Alberico a darmi una mano a fare da mangiare.

In quei tempi, andava sempre scalzo, vestiva molto leggero; pulito, ma sempre rammendato con le toppe ai pantaloni e le maglie sempre bucherellate.

Dopo questo tempo da eremita scalzo, e chissà come avrà vissuto, siamo nel giugno del 1962, sei mesi dopo divenuto sacerdote. Proprio in quei giorni arrivarono sotto la salita, dove ora c’è il piazzale, otto quintali di cemento, sedici sacchetti da mezzo quintale, don Quintino, era con altri due giovani, sull’eremo, quei giorni,. Si misero in tre a portare il cemento a spalla a S. Alberico. Dal piazzale dell’eremo, per la salita della scaletta con mezzo quintale a spalla, fecero cinque viaggi per uno, don Quintino, se fece sei, perché i sacchetti erano sedici.

Negli ultimi viaggi don Quintino ogni volta dava da bere un bicchiere di vino, così uno non stava a pensarci su, e quindi, tornava con lena, al suo lavoro.

Dopo pochi giorni arrivarono anche i tubi di cemento per incanalare il fosso. C’era sempre il problema di come portarli su. Don Quintino si interessò a trovare un mezzo per portare su i tubi. Venne un uomo con un motofurgone, ma ogni viaggio era un disastro. Quest’uomo non voleva tornare a caricare di nuovo perché aveva paura del pericolo, mentre don Quintino lo pregava “forza che non succede niente”. Alla fine prevalse don Quintino e il lavoro si fece. Quell’uomo aveva ragione a non rischiarsi per quella strada perché era un fosso. Tutt’ora, nonostante la strada un po’ accomodata, non vengono volentieri per quella salita.

In seguito don Quintino, quando si lavorava per portare l’acqua a S. Alberico, assieme agli operai trasportava i tubi a spalla, da dove c’è ora il piazzale fino a Terrarossa. Coi primi viaggi facevano circa due chilometri di strada. Don Quintino caricava come un mulo, portava sempre quasi il doppio degli altri. Gli ultimi viaggi erano più vicini, a distanza di 600 metri circa.

Per una scala di legno si saliva fino al secondo piano della casa, in seguito misero su il montacarichi. I primi anni, la malta la faceva tutta a mano. I muratori poi portarono la betoniera per la prima volta quando aumentarono i lavori per la casa.

Quando finirono di coprirla, la croce di ferro che ora è in cima al tetto, la portò don Quintino a spalla. Lungo la salita della scaletta si è prestato a spingere dietro al trattore, che una volta si fermò in cima alla salita e Lui di dietro con la spalla faceva da puntello. La casa fu rifatta in un anno, dal primo maggio 1965 fino alla primavera del 1966, fu un anno di vicende, quell’anno di don Quintino!. Si serviva di due scalpellini di Anghiari, mi sembra che fossero stati due cognati. che ora sono morti. La prima volta fecero tutte le pietre dell’altare maggiore e in seguito hanno lavorato molto per don Quintino. Per portare il materiale da Anghiari a S. Alberico, veniva un gippone, ma ogni tanto per la salita sciupava qualcosa.. Si lamentava un po’ con don Quintino non proprio come il primo che veniva a portare i tubi di cemento per il fosso. Don Quintino da parte sua gli faceva coraggio. Tante volte a S. Alberico si attendeva il materiale che doveva arrivare e non arrivava o arrivava troppo tardi. Una volta, si attendeva il gippone con un carico di lastre di pietra. Secondo come era stato prestabilito, doveva arrivare all’eremo per le nove circa. Quel giorno c’erano a lavorare cinque o sei operai e quando fu verso le nove di mattina non avevano più lavoro, restarono in attesa del gippone. Il gippone arrivò all’una e trenta dopo mezzogiorno e quando fu a metà salita ruppe l’asse centrale. Scaricò tutto lì con gli operai di don Quintino e dopo in qualche modo se ne andò via e non ritornò più. Così con Quintino con i suoi operai si mise di buona volontà e portarono su tutto a spalla.

Aveva una pazienza incalcolabile. Qualche volta sull’attimo scattava ma si riprendeva subito. In fondo era di un carattere molto dinamico. Non mormorava mai di nessuno, taceva sempre e scusava tutti. Sapeva vedere sempre il lato buono delle persone. Se qualche volta io dicevo di qualcuno, che non mi sembrava fatto bene, Lui mortificava me: mi faceva capire che non dovevo accusare nessuno.

Per le cose sante in chiesa, era molto scrupoloso e corretto. La comunione non la dava mai se non passava quel dato tempo da quando qualcuno aveva messo qualcosa in bocca. Molte volte lavorava anche sotto la pioggia. Dopo finita la casa alcuni amici di don Quintino lo aiutarono per arredare le camerette. Gli regalarono i letti, i materassi, gli armadi e le sedie, che gli portarono sotto la salita. Con l’aiuto di qualche amico don Quintino portò su all’eremo tutto a spalla: letti, materassi e armadi.

In primavera del 1966 fu completato tutto il lavoro che è stato necessario per la casa e l’arredamento. Tutto fu al completo. Dopo pochi giorni incominciarono a venire già dei gruppi di giovani o persone singole a passare qualche giorno a S. Alberico. Da quella volta si sono sempre susseguiti fino adesso. Con le persone don Quintino era ospitalissimo e di una accortezza raffinata. Con l’ospite era sempre attento con l’andargli incontro, anche con le più piccole sfumature. Era di una carità squisita.

Dal 1966 al 1968, sempre per circa quattro mesi d’estate ha avuto ospiti in casa, sia a gruppi o persone singole. Dopo le sue preghiere in chiesa di mattina presto mentre quegli ospiti ancora dormivano, era sempre attento a servire e a non fare mancare nulla. La penitenza la faceva Lui agli altri non imponeva niente. Quando c’erano i gruppi di ritiro, era sempre Lui che faceva da mangiare. Era bravo, tutto il giorno si teneva sempre affaccendato. A mezzogiorno mangiava in piedi e di corsa, non faceva mai spreco di niente, utilizzava tutto. Se restava qualcosa dopo che gli ospiti avevano finito di mangiare, non buttava via niente, la roba avanzata la finiva Lui.

Quando arrivava l’ospite, era sempre pronto a fargli il letto, a far trovare la camera pronta. Una volta di sera tardi al buio, un sacerdote che era ospite all’eremo e che era andato a fare due passi fuori, non tornava, don Quintino si dette alla ricerca per il bosco finché non l’ebbe trovato.

Quando una persona aveva parlato una volta con Lui non si staccava più, conquistava tutti; godeva un mondo ad ospitare le persone e servirle con le più impensate sfumature.

Una volta la settimana andava a trovare gli ammalati. Di solito andava tutte le domeniche dopo la S. Messa delle 8, che diceva Lui a Balze. I più sofferenti non li trascurava mai. Faceva spesso le nottate ai moribondi. Molte volte dopo il trapasso restava a vegliare da solo nella camera col morto. Si può pensare che pregasse. Una volta un amico di Balze mi raccontò di quando don Quintino andava scalzo, che si incontrarono in paese, don Quintino scalzo e lui con le scarpe. C’era la neve quella volta. e don Quintino stando fermo con i piedi scalzi nel ghiaccio, si interessava di questo amico, di come stava e se aveva freddo. Questo amico di diceva: “Lui era scalzo con i piedi fermi sul ghiaccio, e si interessava di me che ero ben coperto”.

Don Quintino qualche volta mi raccontava qualche particolare della sua vita passata. Mi diceva che appena incominciò a fare l’eremita era stato cinque anni senza mai prendere soldi in mano. Viveva di quel pezzo di pane che gli dava la gente. Mi diceva che una volta era assieme ad un altro e in quel periodo una donna chiamò don Quintino per dargli 500 lire., Lui ringraziò e non li prese. Lo venne a sapere quell’altro che era con don Quintino e lo rimproverò. Don Quintino abbandonò tutto e se ne andò. Forse era stato in Carpegna, mi raccontava che era stato lì una ventina di giorni prima di venire a S. Alberico.

Una volta a S. Alberico, ancora eremita scalzo, quando un operaio andò a lavorare da Lui e gli dette in consegna un fiasco di vino, che avrebbero bevuto a mezzogiorno. Quando andarono a pranzo, quest’uomo disse: “Don Quintino il vino?” e don Quintino a lui. “Pronto, pronto”, dopo ancora un po’ “Don Quintino il vino?” e Lui: “Pronto, pronto” e intanto il vino non veniva mai. Quell’uomo per la terza volta: “Don Quintino e il vino?”, proprio in quell’attimo si sentì bussare alla porta. Don Quintino corse. Erano due persone che portavano della roba all’eremita, con in meno un bottiglione di vino. Don Quintino prese subito il bottiglione di vino dalle mani di quella persona senza ringraziare, corse in cucina da quell’uomo e disse: “Ecco il vino, veramente il tuo l’avevo dato via”. Aveva una grande fiducia nella provvidenza. Al domani non si doveva pensare mai.

Un’altra volta mi raccontò che doveva prendere il treno per andare non mi ricordo più dove, aveva io soldi precisi per il biglietto e proprio in quel momento gli si avvicinò un povero, che chiedeva l’elemosina. Don Quintino dette tutto quello che aveva. Dopo pochi istanti un signore si avvicinò a don Quintino per dargli una piccola offerta, quando si separò da quella persona, guardò cosa gli aveva dato. Era la somma precisa che Lui aveva dato al povero. Così prese il treno e partì.

Don Quintino andava alla cerca. Gli davano formaggio, uova e qualche volta il grano. Mi raccontava che una volta aveva raccolto uno zaino pieno di grano verso Alfero e venendo su a piedi, verso l’eremo di S. Alberico non ce la faceva più, perché gli veniva il vento davanti; si dovette fermare all’Albereta e passare la notte.

Voglio ricordare che per la settimana Santa, oltre al digiuno, tutti gli anni per la notte di giovedì santo, vegliava davanti al S. Sepolcro, tutta la notte.

L’ultima estate del 1968, verso il mese di settembre, si adoperò per fare l’ultimo lavoro della copertura del fosso lungo la strada.

Dall’eremo di Montegallo, don Quintino venne via perché si voleva ritirare il quel luogo il Parroco e fare l’eremita anche lui. Poiché don Quintino voleva stare da solo, venne all’eremo di S. Alberico, lo visitò, ma non si volle fermare perché era rimasto vacante da 3 – 4 anni, e quindi era molto sporco e messo male. Il parroco di Capanne lo invogliò a fermarsi 2 o 3 giorni perché poi ci sarebbe stata la festa e dopo se voleva poteva andare via. Don Quintino acconsentì. Durante il giorno si fermava a S. Alberico a lavorare a mettere a posto, perché ci sarebbe stata la festa. Alla notte dormiva dal parroco perché all’eremo non c’era da dormire neanche per Lui. Durante il giorno della festa invece, vide l’affluenza del popolo, capì che si poteva fare un po’ di bene, tornò dal parroco dicendogli che non andava più via. Così rimase a S. Alberico.

Quando ancora era all’eremo vecchio, che le persona in casa si fermavano di meno, d’estate, tutte le domeniche vicino all’eremo di fermava qualche gruppo di persone a mangiare all’aperto. Don Quintino ci godeva un mondo ad andare a sentire se avevano bisogno di qualcosa e a servirli.

Molte volte, in casa, a mezzogiorno, dopo tirato fuori la pasta dalla pentola e messa nei piatti, Lui incurante, lasciava tutto lì e andava incontro a queste persone per stare con loro a servirle. Lui mangiava quando poteva e quasi sempre da freddo.

Dieci dodici giorni prima che morisse, volle coprire le piantine che erano nel recinto dell’eremo, con dei sacchi di nailon che avevano fatto da protezione ai materassi che erano stati portati su un po’ di tempo prima. C’era la galaverna quel giorno ed eravamo Lui ed io a fare il lavoro. Ad un certo momento io con le dita non ce la facevo più a legare i cordini per il troppo freddo. Mi alzai in piedi guardando don Quintino come lavorava con lena; come se non avesse avuto freddo per niente. Come si accorse che stavo a guardare solo Lui, mi sgridò dicendo “vai in casa!”. Lo lasciai da solo, Lui non si arrese finché non finì di coprire tutte le piante. E io facevo la meditazione e dicevo: Ma come farà? Era un freddo da cani.

Mi raccontava ancora che con la neve alta 2 – 3 metri rimase un mese chiuso a S. Alberico. A un certo momento quando non aveva più nulla da mangiare, si vide arrivare un gruppo di uomini con gli sci e con degli zaini pieni di roba da mangiare.

Molte volte con mezzo pane viveva una settimana, quando c’era la neve alta, rimaneva chiuso. Mangiava patate, scatolame con un po’ di pasta che senz’altro avrà avuto. Durante la sua permanenza all’eremo di Montegallo, don Quintino era solito andare a piedi alla Madonna di Loreto, restando ospite di Carlo Lusardi, amico di don Quintino. Questo signore in seguito è venuto più volte a S. Alberico a partecipare a un rituro di uomini che di consueto si tiene tutti gli anni, dal 12 al 15 agosto.

Una volta mentre era ospite in casa di Carlo Lusardi a Loreto, sua moglie che si chiamava Lea disse a don Quintino: “Accetta che ti trovi un paio di scarpe, perché tu stia un po’ meglio. Hai i piedi tutti rovinati”. Don Quintino per non darle proprio un rifiuto si fece provare le scarpe. Le provò e disse che erano in po’ strette. La Lea gliene provò ancora un paio. Don Quintino delle altre disse che erano in po’ larghe. La Lea con pazienza gliene provò un terzo paio. Don Quintino disse ancora che non gli andavano bene. A un certo momento questa donna, che era anche un bel tipo si alzò in piedi esclamando: “Lo dovevi dire che non le volevi le scarpe?” e don Quintino rannicchiato e umile rimase ancora scalzo. Mi raccontava don Quintino che i primi giorni a S. Alberico non toccava niente da mangiare, perché tutto gli ripugnava, poiché l’eremo era molto sporco.

Il giorno 24 novembre di quest’anno 1984, mi trovavo in una famiglia dove ero andato a trovare una persona anziana, un uomo della zona di Verghereto, tagliatore di legna, mi raccontava che nei primi tempi che don Quintino era a S. Alberico, e lui ancora non lo sapeva, una notte al buio quest’uomo andava verso S. Alberico per recarsi dove aveva il lavoro. Per la strada molto buia vide un’ombra e si impaurì, dicendo che se avesse avuto il fucile avrebbe sparato, perché quasi sveniva dalla paura. Incede don Quintino gli disse di non aver paura perché era Lui, l’eremita di S. Alberico che scendeva in paese sempre vestito con un impermeabile bianco e scalzo.

Eravamo ancora negli anni dell’eremo vecchio, io ero abituato a lavarmi l’estremità con l’acqua fredda, gelida. Una volta di disse don Quintino di scaldare l’acqua, ma io per non rinunciare a come avevo sempre fatto, non la scaldai. Mi venne un raffreddore che mi fece stare male una settimana. Don Quintino mi disse che dove non c’è ubbidienza c’è disordine. Le altre volte non mi era mai successo. Don Quintino amava molto il silenzio. Parlava sempre a bassa voce. Finché siamo stati insieme noi due, non ha stabilito una regola di silenzio, per un certo numero di ore al giorno; il silenzio per Lui doveva essere permanente, duraturo. Si parlava solo quando uno aveva bisogno dell’altro. Finché io non mi abituai, più volte mi venire da dire qualcosa mentre mangiavo, ma Lui restava in silenzio e non mi rispondeva. Se qualche volta domandavo qualcosa Lui mi ricordava che me l’aveva detta altre volte, e non me la ripeteva.

Don Quintino per le anime era un maestro di spirito; le lavorava minuziosamente. Di tutti quelli che si mettevano sotto la sua tutela, come guida spirituale,  quando gli andavano a raccontare qualcosa delle loro difficoltà, non si accontentava di dare solo una parola di incoraggiamento, ma andava alla scure per sradicare del tutto un’abitudine sfavorevole. Se qualcuno non corrispondeva allora Lui diceva che la grazia si fermava. Una volta una ragazza insieme a sua madre e a una sua amica vennero da don Quintino per chiedere un consiglio: il consiglio era questo: le due ragazze volevano andare in gita in una nazione straniera non mi ricordo dove. La mamma non era del parere e perciò erano venute da don Quintino per sentire. Le ragazze parlavano, parlavano e don Quintino stava a sentire senza mai dire una parola. Dopo un’oretta passata con don Quintino le invitò in chiesa e andarono a pregare. Finito di pregare mentre queste ragazze si salutavano con don Quintino e poi andavano via, don Quintino disse loro: “Tu non vai via e nemmeno tu!”. Le ragazze molto sconcertate se ne partirono da Lui. Per la strada si lamentavano con la mamma di una di loro dicendo: “Cosa siamo venute a fare da don Quintino? Ci ha trattato male, non doveva fare così”. La mamma invece: “se siete venute da don Quintino perché non volete accettare il suo consiglio?”. Le ragazze sarebbero partite il giorno dopo, ma non partirono. Due giorni dopo a una delle due ragazze, precisamente la figliola di quella donna che era con loro fu colta da un malessere, fu ricoverata d’urgenza all’ospedale e fu salvata per miracolo. Raccontava proprio a me quella ragazza, che tornò in ginocchio da don Quintino per ringraziarlo.

Con questi episodi non mi vorrei prolungare. Don Quintino stava molte ore in ginocchio nel banco in silenzio davanti al tabernacolo. Sembrava una statua. Una sera d’inverno verso le nove poiché compieta si diceva insieme, ero in chiesa ad aspettarlo ma non veniva mai, ad un certo momento vidi che arrivava e appena si avvicinò mi disse, che l’eremita si deve consumare come una candela, per il Signore. Per Lui il punto focale della sua vita spirituale era la S. Messa. Mi disse una volta: “Se l’eremita non va a Messa cosa fa?”.

In tutte le virtù si esercitava continuamente e principalmente nella carità, che inculcava anche agli altri.

Don Quintino nelle sue prediche, ricordava sempre di non andare mai a letto col peccato sulla coscienza, perché la morte potrebbe arrivare da un momento all’altro, quando meno uno se lo aspetta. Per Lui è stato così, ma era sicuramente preparato.

Nei primi tempi che fui all’eremo, un giorno Lui e io avevamo steso i nostri panni per farli asciugare. Quando fu verso sera io andai a raccoglierli incominciando dai miei. Lui se ne accorse, mi sgridò e non ricordo cosa mi disse. Io capii subito che avevo sbagliato mancando di carità, incominciando a raccogliere i panni prima dai miei. Per me quella volta fu una grande lezione. Don Quintino ci teneva molto alla veste e voleva che tutti i sacerdoti la portassero. Lui non la toglieva mai. Per i lavori manuali ne indossava una malandata. Una volta le signorine Miliani dissero a don Quintino: “Don Quintino come fa Lei che ama tanto la solitudine a trovarsi nella città?” e don Quintino a loro: “Vedo tutto ma non m’interessa niente”.

Don Quintino riteneva che non si doveva mai scherzare, diceva che il Signore non sa che farsene delle nostre chiacchiere. Una parola di scherzo si può dire solo per sboccare una persona quando si trova in uno stato d’animo che non gli dia pace.

Si adoperava in qualità di apostolato a invogliare i ragazzi ad entrare in seminario. Questo tentativo l’ha fatto con diversi ragazzi di Balze e Capanne. Una volta mentre accompagnava un ragazzo a Capanne, Lui scalzo e il ragazzo con le scarpe, tutti e due a piedi, il ragazzo in un secondo tempo diceva ai suoi compagni che si vergognava di andare con don Quintino che era scalzo. Quando lo riferirono a don Quintino Lui rispose: “Non mi vergogno io e si vergognava lui?”.

Molte volte dopo che aveva girato tutto il giorno a piedi scalzi per le case a chiedere l’elemosina alla sera andava a scaricare lo zaino pieno di roba da mangiare in casa di qualche famiglia povera e con molti figlioli. Una persona mi ha raccontato in confidenza che don Quintino anche in una famiglia di alcuni suoi parenti è andato a scaricare lo zaino pieno di roba da mangiare, dopo fatto il giro per le case, era una famiglia molto povera e con molti figlioli.

Qualcuno diceva a don Quintino di prendersi un somaro, e don Quintino rispondeva che il somaro di S. Alberico era Lui. Ultimamente le signorine Miliani si erano accorte che i pesi a spalla non li voleva più. Quando gli volevano dare qualcosa, Lui rimandava dicendo che sarei passato io a prenderla. Qualche volta gli veniva una gran fame che doveva entrare perfino nei campi e mangiare l’erba. Una volta, con la nebbia partì da Capanne per S. Alberico, e quando arrivò a Campaccio, un campo lungo mezzo chilometro, dopo un’ora che camminava sentì arrivare una macchina, era Alfiero Antonelli, si salutarono e poi don Quintino chiese dove si trovava, perché si capiva che si era smarrito. Si trovava sulla strada di Capanne da dove era partito. Il povero Alfiero lo prese in macchina e lo portò al piazzale. Un’altra volta con l’eremo vecchio, i topi gli mangiarono tre casule nuove nuove, delle quali una era quella della sua prima Messa. Don Quintino si mise le mani sulla testa e incominciò a piangere. Un’altra volta gli mangiarono uno zaino nuovo.

Non chiedeva mai nulla; accettava quanto gli davano. Una volta una donna alla quale don Quintino non diceva di che cosa avesse bisogno disse: “Se tutti gli dessero patate?” e don Quintino a lei: “Vuol dire che devo mangiare sempre patate”. Don Quintino ci teneva a fare bene ogni cosa. Diceva che se uno fa bene le piccole cose, farà bene anche le grandi, diversamente no. Lui consigliava che una cosa o si faceva perbene o per niente, non gli piacevano le cose a metà.

Due o tre mesi prima che morisse, già pensava di cambiare eremo. Diceva che S. Alberico non faceva più per Lui. Ricordo bene l’ultimo anno in novembre, c’era in ritiro a S. Alberico, la comunità di don Dossetti, l’ultimo giorno dopo che i confratelli erano andati via, eravamo soli in cucina don Quintino, don Giuseppe ed io, don Quintino pregava don Giuseppe Dossetti dicendo: “l’eremo di S. Alberico prendetelo voi!”. Don Giuseppe diceva che S. Alberico per loro era molto bello, ma non accettò. Un’altra volta domandava a me se ce la facevo a stare da solo. So che accomodava un altro eremo, tutti gli anni, ricordo che per Natale e Pasqua andava via una quindicina di giorni, presso un suo amico sacerdote, a dargli una mano per le confessioni. Andava a Brescia, ma quell’anno non andò. Raccontava che una volta andò a Roma a piedi, quando ancora andava scalzo e quando fu a Roma in mezzo ad altre persone, c’era chi diceva. “Quello è un santo!” altri ancora: “Quello è un matto!”. Diceva don Quintino. “e io che non ero sordo ero diventato una mazza di scopa”.

Sempre con questo ritmo arrivò alla vigilia di Natale del 1969. Verso sera scese a Balze e cenò dalle signorine Miliani; dopo cena, un po’ più tardi, andò in parrocchia a dare una mano al parroco. Disse Lui la Messa di mezzanotte per dare la possibilità a don Gino di suonare l’organo. La mattina di Natale celebrò quella delle 8 e quella delle 11,30 e infine la mattina dopo, 26 dicembre, giorno di S. Stefano, mentre andava su al Monte Fumaiolo per inaugurare la sciovia, ebbe un infarto e morì. La notte di Natale rimasto solo in chiesa, dopo la Messa, non si decideva a venire via per andare a riposare. Ad un certo momento andò a chiamarlo il parroco e don Quintino gli disse: “La mia missione è finita”, e il parroco cercava di distrarlo, farlo stare tranquillo. La mattina del 26 dicembre, giorno di S. Stefano, un amico venne a prenderci al piazzale. Si andava su al Monte Fumaiolo, perché don Quintino dicesse la Messa e inaugurasse la sciovia. Quella mattina c’era un po’ di neve e per la salita don Quintino dovette spingere la macchina, quando si arrivò al valico, dove si doveva lasciare la macchina, per fare altri 200 metri di strada a piedi, mentre si preparava dopo messo lo zaino in spalla, cadde disteso sulla neve morto. Si portò a Balze, nella cappellina delle signorine Miliani e dopo 5 mesi ci fu il trasloco per S. Alberico. E’ stato messo sotto la grotta della Madonna di Lourdes, dove Lui aveva espresso il suo desiderio e che aveva preparato da sé, dopo che fu di ritorno dal suo pellegrinaggio a Lourdes.

Cronaca del viaggio a piedi a Lourdes, insieme a don Quintino,, a cura di Vincenzo Minutello
(del 7 dicembre 1984)

 Appena arrivai il primo giorno all’eremo, don Quintino dopo due mesi che ero con Lui, una volta mi avvicinò e mi disse che voleva andare a Lourdes a piedi perché aveva promesso alla Madonna che se lo avesse fatto diventare sacerdote sarebbe andato a trovarLa a Lourdes. E io risposi: “Vengo anch’io” don Quintino acconsentì e l’11 ottobre del 1962 partimmo a piedi per andare a Lourdes a trovare la Madonna. La mattina dell’11 ottobre dopo che don Quintino ebbe celebrato la S. Messa dalle signorine Miliani a Balze, con lo zaino a spalla e senza denaro, si partì a piedi per andare a Lourdes. La prima tappa fu alla Verna. Dato che la divina provvidenza per chi è disposto a servirla non dorme, quando fummo arrivati sotto la salita della Verna, per un signore mandato dalle signorine Miliani ci fecero trovare un paio di pantofole ognuno, per dare un po’ di ristoro ai piedi quando arrivavamo a sera che si ospitava qualcuno.

Don Quintino durante il viaggio non prendeva soldi da nessuno, ma solo roba da mangiare. Però, dopo circa 15 giorni che si faceva in quel modo, poiché don Quintino non chiedeva nulla direttamente, si accorse che le persone, più volte, non davano roba da mangiare, ma un po’ di soldi. Allora, in quel caso, si decise di accettare anche qualche soldo, quando glieli davano. Qualcosa si doveva mangiare. Si facevano 40 – 45 – 50 chilometri al giorno e qualche altra volta 30 – 35 chilometri circa.

L’ultima tappa, poi si arrivò a Lourdes, fu di 25 chilometri circa. Arrivammo verso l’una e mezzo dopo mezzogiorno.

Tutte le mattine, dopo le preghiere personali, don Quintino celebrava la S. Messa, ci facevano fare colazione, ci davano sempre un fagottino per mangiare qualche cosa a mezzogiorno, lungo la strada e si partiva. La partenza in mattinata era sempre verso le 8 e si camminava fino alle ore 6 o 7 di sera. Tutti i giorni così.

Lungo il viaggio ci siamo fermati un giorno e mezzo a Genova in un convento di frati, per fare un po’ di pulizie. A sera, dove si arrivava, don Quintino chiedeva ospitalità nelle case religiose, nei conventi e nelle parrocchie. Sempre di questo passo. Don Quintino trovava dappertutto buona accoglienza anche se qualche volta con un po’ di difficoltà. Io non sono in grado di specificare i luoghi per dare risalto a qualche particolare, primo, perché erano solo tre mesi che ero quassù e non conoscevo ancora niente. Secondo, perché sono già passati ventidue anni da quella volta. Ricordo, si era ancora in Italia, una sera tardi verso le 7 o le 8, poiché si era camminato dalla mattina presto, facendo circa 50 chilometri di strada, quella sera in quel paese, andammo dal parroco per chiedere ospitalità. Il parroco quando ci vide sembrava che avesse paura. Si affacciò alla finestra del secondo piano senza venire giù. Si scusava e ci mandava a chiedere ospitalità presso un convento di suore. Quando arrivammo dalle suore, appena ci videro, ebbero paura anche loro, ci mandarono di nuovo dal parroco. Appena arrivati dal parroco, ci rifiutò di nuovo e non ci ospitò. Dopo ci furono delle persone che ci accompagnarono in un albergo. A forza di spiegare a questa gente come stavano le cose, ci ospitarono all’albergo e ci fecero pagare una minima parte. Don Quintino la mattina dopo, prima di mettersi in viaggio, tornò ancora dal parroco chiedendogli se gli faceva dire la S. Messa. Quel parroco quando vide che le cose stavano sul serio, rimase addolorato e scusandosi con don Quintino più volte, gli fede dire la S. Messa. Dopo la Messa ci fece fare colazione e infine ci preparò il fagottino per la strada e si ripartì.

Un’altra volta, sempre in Italia, dopo che si era camminato tutto il giorno, fino a sera tardi, visto che si faceva molto tardi per arrivare al primo paese e chiedere ospitalità, poiché le persone le avremmo trovate tutte a letto, don Quintino, lungo la strada chiede ospitalità presso un contadino. Il contadino ci ospitò in una stalla con circa 15 mucche e qualche vitello. Aveva l’abitazione un po’ distante da lì. Andò a prendere un po’ di pane e formaggio, con qualcosa. Quando fu di ritorno, dopo che ci aveva lasciato la roba, mentre andava via di nuovo, ci chiuse a chiave. Alla mattina presto ci venne ad aprire.

Per don Quintino, quella notte, fu la più bella avventura di tutto il suo pellegrinaggio. Dopo cinque chilometri, al primo paese,  si fermò e celebrò la S. Messa. Tantissime volte ci hanno invitato a salire in macchina, non abbiamo mai accettato, meno 2 – 3 volte verso sera tardi perché non si arrivava in tempo in paese per chiedere ospitalità.

Molte volte, alla mattina, prima di partire si prestava per aiutare i parroci a confessare. Il giorno dei morti, in una chiesa disse tre messe, una dietro l’altra. Impiegò 2 ore circa.

Per andare in Francia abbiamo camminato molto lungo la riviera. Un bel mare che ci faceva tanta compagnia. Tante volte abbiamo pranzato sulla roccia, vicino al mare. Una volta don Quintino sporcò la camicia di catrame. Ricordo due o tre tappe prima di arrivare a Lourdes, presso un parroco che ci aspitava a passare la notte, quel giorno avevamo camminato tanto sotto l’acqua e mentre ci asciugavamo i panni vicino alla stufa, quel sacerdote ci faceva vedere delle piccole pellicole che rappresentavano tutta Lourdes. Don Quintino, nonostante tutta quella bagnata a tanta fame, sembrava in estasi. Questo fu in Francia.

Anche in Francia, nonostante la difficoltà della lingua, abbiamo trovato sempre delle buone guide. Spesso italiani.

Quando arrivammo alla frontiera, la polizia ci fece vuotare gli zaini, per vedere cosa avevamo. Dopo che ci avevano lasciato passare, ci raggiunsero una seconda volta dopo mezzo chilometro di strada e ci fecero vuotare di nuovo gli zaini e finalmente ci lasciarono in pace.

Molte volte si viaggiava sotto l’acqua per delle giornate intere e si arrivava a sera molto inzuppati. Non succedeva niente; siamo stati sempre bene.

Dopo quaranta giorni di cammino si arrivò a Lourdes con la neve, alle 13,30. La neve non faceva altro che aumentare la gioia. A Lourdes ci siamo fermati due giorni e mezzo. Dopo fatto tutte le nostre devozioni siamo venuti via.

Don Quintino un giorno ebbe il permesso di celebrare la S. Messa alla grotta della Madonna.

In quei giorni lo si vedeva a occhi chiusi, era raggiante di gioia. Un altro giorno siamo andati a fare il bagno. In quel mese di novembre c’era l’acqua gelida. Un’altra volta abbiamo fatto la “Via Crucis”. Don Quintino, in quei giorni, amava molto pregare vicino alla grotta della Madonna. Aveva un contegno molto silenzioso. Pregava sempre sottovoce. Una volta vicino alla grotta dicevamo insieme il S. Rosario, don Quintino per quanto pregava piano, non si faceva sentire quando finiva la sua Avemaria per poter incominciare io. Non potevo dire che non sentivo, altrimenti mi rimproverava. Infatti tentai di pronunciare, un po’ più forte io; mi fermò subito, dicendomi che lì si era manifestata la Divinità. Visitammo anche le Basiliche.

Ho cercato di ricordare quello che ho potuto.

Per tornare a casa abbiamo fatto l’autostop. Abbiamo impiegato sette giorni. Una macchina ci lasciava e l’altra ci prendeva su. Quando si fu di ritorno all’eremo, trovammo un metro di neve. Da quel giorno, uno si e uno no, nevicò tutto l’inverno, raggiunse l’altezza di 4 o 5 metri e se ne andò via solo in maggio.

                                                                        Fra Vincenzo Minutello eremita

                                                                                  7 dicembre 1984