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 Uomini illustri melissanesi
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UOMINI ILLUSTRI MELISSANESI
DON QUINTINO SICURO
del prof. Quintino Scozzi

All’alba del 29 maggio 1920, in una modesta casa sita in una viuzza strozzata, nacque a Melissano, da Cosimo e Maria Potenza, Quintino Sicuro. Battezzato nella chiesa Parrocchiale 7 giorni dopo, ricevette la prima comunione l’8 maggio 1927 e la cresima il 17 settembre 1929. Terminale le scuole elementari volle iscriversi al Collegio dei Frati Minori di S. Simone, ma per sopravvenute complicazioni il desiderio andò a monte. Si iscrisse, quindi, alla Scuola tecnica di Gallipoli conseguendo, nel giugno del 1940, la licenza inferiore. D’intelligenza vivace, di carattere estroverso, allego, amava le compagnie spigliate e briose. Nel novembre del 1939 venne arruolato, su domanda, al copro della Guardia di Finanza e destinato alla Brigata di Chiavenna. Il 23 gennaio del 1941, mobilitato col 1° battaglione, fu condotto in Albania, quindi a Corfù. Sfuggì per miracolo al massacro di Cefalonia. Partecipò alla Resistenza in qualità di partigiano facente parte della 2^ Brigata Garibaldi e sfuggì alla deportazione in Germania travestendosi da sacerdote. Rientrato nel Corpo della Guardia di Finanza di Milano frequentò un corso per sottufficiali e nel marzo del 1946 fu promosso vice brigadiere. In quel periodo si fidanzò con una ragazza di nome Silvia, ch’egli lasciò nel 1947, allorché, ritornato da una licenza pasquale trascorsa in famiglia, sentì esplodere nel suo animo, più prepotente che mai, la vocazione religiosa. Come raccontò un suo compagno d’armi, di stanza con lui a Trento, subito dopo aver assistito al film “La Madonna di Lourdes”, il brigadiere Quintino Sicuro rimase estasiato, come per un’apparizione luminosa, e felice ad un tempo. Il giorno successivo decise di abbandonare la vita militare per dedicarsi a quella religiosa. Chiese di entrare a far parte della Congregazione dei “Poveri servi della Divina Provvidenza” fondata da Don Calabria, ma la domanda rimase inspiegabilmente inevasa. Intanto i genitori, preoccupati per la “strana” decisione del figlio, lo vollero in famiglia per un estremo consulto. Non ci fu nulla da fare. Proprio in occasione della venuta a Melissano, Quintino Sicuro ebbe modo di incontrare ad Ugento i frati minori francescani, che si dissero disposti ad assecondare la sua vocazione. Riferirono, infatti, al loro Provinciale di Ascoli Piceno, il quale non tardò a comunicargli di essere disposto ad accoglierlo nel suo ordine. Quintino Sicuro non perdè tempo. Presentatosi al Colonnello della sua legione di Trento, chiese ed ottenne il foglio di congedo illimitato per motivi di rafferma. Entrò nello stesso anno 1947 nel Convento dei Francescani Minori di Ascoli Piceno donde passò a quello di Treia per ricevere, il 18 settembre 1949, la vestizione. Incominciò per lui la vita di severa penitenza, di profondo raccoglimento e d’intensa preghiera. Ma non era ancora la vita che cercava. Egli desiderava ardentemente la solitudine per sentirsi più vicino a Dio. Due anni dopo, infatti, appreso dell’esistenza, nell’ascolano, di un romitorio, lasciò l’ordine dei Minori per ritirarsi nell’eremo di S. Francesco a Montegallo, in provincia di Pascoli, e sottoporsi ad un regime di austera, autentica penitenza. il 25 ottobre 1950, in occasione dell’Anno Santo, andò a Roma, a piedi, per assistere alla proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione. Nel 1952, avendo appreso la notizia dell’infermità della madre, venne, sempre a piedi, a Melissano impiegando 17 giorni. Vi rimase tre mesi per assisterla, durante i quali la sua casa divenne un viavai di curiosi, amici, parenti ed estimatori.

Quell’anno, ricordo, era nevicato e fratel Quintino, che indossava un pantalone scuro e un impermeabile chiaro, camminava, barba e capelli lunghi, a piedi scalzi, sul soffice strato bianco, polarizzando l’attenzione e la pietà dei passanti. Fermatolo, un giorno, per salutarlo, m’accorsi che i suoi piedi sanguinavano. Riandai, in quel momento, col pensiero ai Povero dei poveri, S. Francesco d’Assisi che egli, figura autenticamente ascetica, imitava per amore di Dio.

Rientrò a Montegallo nei primi di aprile. Da Montegallo passò al santuario della Madonna del Faggio, nel Montefeltro, e vi rimase per qualche tempo. Nel giugno del 1954 passò all’eremo di S. Alberico a Balze di Verghereto. Nel 1955 espresse al Vescovo della diocesi il desiderio di farsi sacerdote. Lasciò, così, la vita anacoretica e si buttò a capofitto dapprima negli studi classici per colmare la sua non sufficiente cultura e poi negli studi teologici. Smesso di indossare le strane vestimenta ed eliminata la folta barba, il suo volto sprizzava umiltà e candore ieratico.

Nel dicembre del 1958, trovandomi a Roma e sapendolo nella capitale per motivi di studio, andai a salutarlo, a mezzanotte passata, in una pensione sita a Piazza Quadrata. Lo trovai, incredibilmente, che studiava, mentre i suoi confratelli dormivano. Fu la terz’ultima volta che lo vidi. Da Roma passò a Bologna dove il 30 novembre 1961 fu ordinato Diacono dal Cardinale Giacomo Lercaro e il 23 dicembre nella chiesa parrocchiale di Balze il Vescovo di Sarsina, Mons. Carlo Bandini lo ordinò sacerdote in presenza dei familiari, degli ufficiali e finanzieri del Corpo della Guardia di Finanza, di numerose personalità e di una grande folla. Il 25 dicembre celebrò la prima messa solenne a Balze e il 6 gennaio del 1962 a Melissano fra una folla ammirata ed esultante. Era, ricordo, più felice che mai. Rientrò, poi, definitivamente all’eremo.

Dall’11 ottobre al 28 novembre 1962 compì un pellegrinaggio a Lourdes per ringraziare la Mamma celeste, come diceva lui, per avergli fatto la grazia della vocazione alla vita religiosa quand’era sottufficiale dei finanzieri a Trento: la promessa, infatti s’era compiuta.

Ritornò a Melissano, per qualche giorno, in dicembre. Fu l’ultima volta. Partì, infatti, dopo aver salutato familiari, parenti ed amici, alla volta dell’eremo di S. Alberico. La mattina del 26 dicembre 1968 si recò per celebrare, in occasione della benedizione della sciovia sul monte Fumaiolo, la S. Messa. La neve era caduta, nella notte, abbondantemente. L’auto di quelli che lo avevano prelevato slittava paurosamente. Per giungere in vetta don Quintino volle aiutarli a spingere la vettura. D’un tratto un forte affanno gli mozzò il respiro. Un attimo. Poi ..... s’accasciò sul ghiaccio, esamine. Rese, così, l’anima a Dio, che spasmodicamente aveva cercato, attraverso una vita di privazioni, di rinunce, di sacrifici e di solitudini contemplative. A Lui si ricongiungeva in aderenza a quell’”estote parati” che per quasi tutta la vita aveva messo in pratica.

“Passò all’eternità lui che, assetato di santità e pieno di amore di Dio, tutto aveva abbandonato per servire totalmente Cristo” (Carlo Bandini, Vescovo di Sarsina).

Nel suo eremo accoglieva tutti: credenti, miscredenti, dotti, ignoranti, affamati, grandi e piccoli. E tutti riportavano un vivo ricordo del suo volto ascetico e del suo vivere in santità.

E mentre l’eremo che egli aveva scelto per assurgere alla più alta contemplazione di Dio è, oggi, meta di pii pellegrinaggi di gente di ogni parte d’Italia, la sorella Antonia si sta adoperando attivamente per realizzare, nella natia Melissano, un Ospizio per Anziani e abbandonati in ricordo del caro fratello don Quintino, vissuto secondo gli insegnamenti di Madonna povertà.

(Tratto dal libro “Un paese del sud – Melissano”, storia e tradizioni popolari, di Quintino Scozzi del 1981).