Home Su Commenti Notizie Link Ricerca Comunicazioni
 Azione e contempl...
Precedente Home Su Successiva

 

Azione e contemplazione nel Servo di Dio don Quintino Sicuro

di Don Ezio Ostolani

postulatore della causa di Beatificazione

La causa di beatificazione del Servo di Dio don Quintino Sicuro ci preme molto per il valore che, per noi preti soprattutto, ha anche di esempio di una pastorale sorretta da un equilibrio non facile.

Don Quintino ha saputo cioè armonizzare due aspetti fondamentali della santità: la contemplazione amorosa del volto di Gesù, e la manifestazione esterna di quello stesso amore nel servizio concreto ai fratelli. E’ necessario pregare perché il proseguimento di tale causa, giacente a Roma da anni per motivi burocratici arrivi finalmente alla conclusione. Chiediamo a Dio di ricevere questo dono di grazia Sua per tutta la nostra Chiesa diocesana. Quale ricchezza di doni se all’arrivo del nuovo Vescovo, che aspettiamo, potesse associarsi quello del riconoscimento ufficiale delle virtù eroiche del nostro Servo di Dio da parte della Santa Sede!

Il Suo ministero presbiterale, vissuto in quel di Balze esprime una modalità pastorale originale e di grande testimonianza. Ero personalmente ammirato dalla vita di Don Quintino che alla severità della penitenza, fatta di digiuni e penitenze, sapeva associare la giovialità del mangiare, che spesso preparava egli stesso, e del bere insieme agli ospiti il suo vino pugliese, offerto sempre con grande cordialità a tutti. Pareva godere, in questo atto di squisita carità, di poter esibire con orgoglio il profumato vino della sua terra.

Il Servo di Dio praticava senza risparmi il motto benedettino dell’"ora et labora". Sapeva associare la prolungata ed estasiata contemplazione davanti al Santissimo, diurna e notturna, ad una intensa azione, fatta di lavoro e di tanta fatica con operai o volontari che lavorano con lui al suo eremo.

Lavorava e mangiava insieme a loro, considerati più che operai, ospiti da onorare alla sua tavola. Era il suo un ideale di comunione concreta fatta di presenza a Dio e alla persona. Pur lavorando al suo eremo, don Quintino sapeva a tempo giusto ritirarsi in Chiesa e non prima di aver proposto la preghiera si suoi collaboratori di fatica.

Nessuno poteva negarsi a Lui, né per la fatica, né per la preghiera, anche se questa era breve per gli altri. Ciò durante il giorno: ma i suoi operai sapevano bene quante ore al mattino presto il loro eremita aveva già trascorso in ginocchio, e quante ne avrebbe trascorse la sera, anche al freddo!

Durante il giorno però il lavoro era predominante, illuminato sempre dal suo largo sorriso. Perché anche il lavoro, fatto per amore di Dio e degli altri, rende felici! Da questo esempio di lavoro e preghiera vissute insieme da don Quintino, varie persone testimoniano di essere state ricondotte a Dio, mentre prima ne erano lontane.

Tanta ricchezza di amore concreto lo aveva portato ad intraprendere la ristrutturazione e l’ampliamento dell’eremo, per farne un luogo di spiritualità, favorevole per ritiri di sacerdoti e laici, anche con la possibilità della permanenza notturna. Aveva preparato per questo 14 camerette. Solo alle donne non permetteva di pernottare, e ciò per conservare una linea di austerità. Esigente sempre del più rigoroso silenzio, conosceva il vizio della lingua lunga, anticamera di improprie familiarità.

Solo durante il giorno incede accettava volentieri anche le donne dentro all’eremo, purché decorosamente vestite. E anch’esse invitava alla sua tavola e vi partecipava, ma non prima di aver servito tutti, attento sempre che nulla della provvidenza andasse sprecato. In ogni pasto gli avanzi erano privilegio suo, gelosamente custoditi per sé, anche per giorni di seguito.

La stessa carità nel lavoro. Quanta fatica nell’allargare, a forza di picconate sulla roccia, il piazzale davanti alla Chiesa dell’eremo! Quanto sudore nel portare sulle spalle il materiale edilizio necessario ai lavori di ristrutturazione, partendo dallo spiazzo e su per quella salita sassosa delle scalette, già faticosa anche per chi non ha pesi!

In quello slancio di generosità nella fatica era così visibile che quella forza inusuale scaturiva da un cuore pieno di amore per il suo Gesù e per la sua Chiesa. Anche quella era segno di santità! Sotto il peso di tanto amore il suo cuore cedette la mattina del 26 dicembre 1968.

Tutto questo lo ricordiamo in questo anno, quarantesimo dell’inizio dei lavori di ristrutturazione dell’eremo. Anche per un prete lavorare con le proprie mani può far parte della sua fede sincera e operosa proprio come Gesù.

Sarsina 25 novembre 2003

Ultimo aggiornamento: 12-10-07