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Camminiamo insieme
Riflessioni
e sensazioni di un pellegrino
di Carmelo Raheli
Agosto
2003
Era
cresciuto a dismisura l’entusiasmo di quanti s’erano prenotati per
il pellegrinaggio che aveva come meta i luoghi nei quali aveva
svolto la sua opera Don Quintino; un entusiasmo che trovava la sua
radice nella piena consapevolezza del ministero svolto da lui nella
Sua pur breve vita.
I giorni passavan lenti e ognuno cercava in se stesso momenti di
intensa riflessione onde presentarsi nella migliore condizione
possibile all’alito benefico che certamente traspirava da tutta la
natura dove tutto poteva avere un’anima e tutto poteva portare a
Dio.
Finalmente il grande giorno era giunto ed eran pronte le menti al
grande salto.
Quanti sorrisi, quante imploranti preghiere emergevano dai precordi
più intimi, quanti momenti di intima e profonda soddisfazione si
alternavano sul volto di ognuno di noi tutto teso a far proprio il
divino!
E il tutto era inevitabilmente accompagnato da un forte dubbio,
quello cioè di non essere pronti a tale impatto.
Ma…quando da lungi cominciarono a stagliarsi davanti a noi quelle
verdi montagne che facevan da cerchio alla dimora di Don Quintino,
quando, finalmente scesi dal pullman, i nostri volti vennero
accarezzati da una morbida e loquace brezza carica d’amore, ci
sentimmo tutti quasi trasformati; un senso profondo d’amore ci
pervase del tutto e ognuno venne dentro di sé scavando nel proprio
animo e facendo emergere quel profondo senso di pace che pone
d’incanto l’uomo in contatto diretto con Dio e lo rende partecipe
del divino.
Tale era forse lo stato d’animo di tutti noi nel momento in cui,
profondamente pensosi, ci avviavamo verso l’Eremo di San Francesco
per un sentiero impervio tracciato a suo tempo dallo stesso Don
Quintino, una via Crucis che ricordava quella che millenni addietro
aveva fatto Cristo.
Grande differenza: lì, sul Golgota, si compiva il sacrificio di
Gesù; qui, sull’Eremo, si completava quello stato di contemplazione
che celebrava la Sua grandezza.
Fiaccati un po’ nel fisico ma resi ancor più forti dentro: tale la
nostra condizione nel momento in cui ci accingevamo a varcare la
soglia dell’Eremo.
Anche le pietre, le umili e semplici pietre, avevano un’anima,
quell’anima che vi aveva lasciato impressa durante la sua permanenza
Don Quintino.
Una piccola cella era lì a testimoniare la Sua umile condizione,
umile ma tanto ricca interiormente, come testimoniano le Sue
profonde riflessioni trascritte chi sa con quanto amore sugli scarni
muri di quella stanzetta.
In un attimo fu silenzio totale e quanto mai profondo quasi noi
avessimo trattenuto anche il respiro, tutti tesi ed in attesa di una
voce dentro di noi, una voce intrisa d’eterno che ci ingenerò un
amore cosmico.
Un grosso nodo s’appigliò alla gola ed una lucentezza
mai vista prima pervase i nostri occhi. Furono attimi durante i
quali però un “velo” d’eterno pervase il tutto; furono attimi che
però non avevano fine tanto grande fu l’intimo godimento nostro.
Solo le ombre che intanto calavano impietose ci distolsero da quello
stato di intima gioia.
Bisognava rimettersi sulla via del ritorno; il tempo fu certamente
tiranno per noi tutti che non riuscivamo a frenar dentro di noi il
dispiacere per il distacco e la nostalgia di quel luogo beato.
Tutti ancora osservavamo un totale silenzio ma era vivo un
serrato dialogo interiore soprattutto sul significato della vera
vita in contrapposizione con la spesso forsennata nostra vita.
Il nostro viaggio era solo all’inizio di un pellegrinaggio che
l’indomani ci avrebbe portati all’Eremo di Sant’Alberico.
Dispiacere per il “lasciato” e ansia per il “nuovo” si fusero
perfettamente in noi tutti che avevamo oramai intrapreso quel
cammino fatto di speranza in un mondo di bontà e di fratellanza.
Andavamo sempre più scoprendo tra noi vincoli sempre più saldi di
amicizia; ogni momento era buono per esternare i nostri pensieri
anche a chi si era incontrato per la prima volta, pronti l’uno
per l’altro e tutti spinti da un unico grande desiderio di conoscere
e migliorare noi stessi attraverso la conoscenza di Don Quintino.
Non era certamente egoismo o, peggio ancora, obbrobrioso arrivismo
quella spinta interiore; era solo un grande intimo bisogno di
annullare o almeno ridurre l’individualismo negativo che si cela in
ognuno di noi e che spesso ci soffoca intimamente.
Era, in breve, un porsi al servizio degli altri, donare se
stessi sulla scia dei grandi insegnamenti di Cristo.
E intanto, muniti di un rudimentale bastone tanto utile in quei
luoghi ripidi e impervi, un passo dopo l’altro, ci avviavamo verso
l’Eremo di Sant’Alberico che era lì in cima ad attenderci, calcando
quegli stessi viottoli che prima a piedi nudi aveva tante volte
calcato Don Quintino.
Eravamo ancora una volta sulle orme di Don Quintino.
Oramai vedevamo l’Eremo semplice e ad un tempo austero che il nostro
inseparabile compagno di viaggio aveva ristrutturato nella
semplicità.
Esprimere le sensazioni del momento in cui toccavamo con mano quelle
tanto accarezzate pietre è cosa quanto mai ardua e faticosa;
rimaneva tutto dentro di noi, parlavan solo gli occhi che
esprimevano un piacere immenso e indescrivibile e l’intensità del
sentire s’accrebbe quando fummo davanti alla tomba di Don Quintino,
una tomba scavata nella nuda roccia fatta di semplicità come
semplice era stata la sua vita.
Credo che in quel momento tutti fummo invasi da un pianto interiore
misto ad un profondo ringraziamento per quanto Egli aveva fatto, mai
per sé, sempre per gli altri.
Non è certamente facile (almeno non lo è per me) descrivere il
tutto: l’Eremo alle nostre spalle, davanti a noi la tomba e tutt’intorno
una cornice stupenda che Dio, attraverso una rigogliosissima natura,
aveva offerto certamente a beneficio dell’anima.
Tutto parlava d’amore, noi tacevamo; ci faceva morbida e soffice
compagnia il fruscio dei rami secolari che erano stati testimoni di
una vita inimitabile ed inenarrabile.
Qualcosa di surreale aleggiava d’intorno avvolto da un profondo
silenzio ricco di una divina loquacità; umano e divino si
fondevano in una simbiosi perfetta, un divino che parlava con
l’umano, un umano ch’era lieto di essere strumento del divino.
Eravamo quasi sospesi in un aere in cui tutto parlava d’amore, di
perdono, di pace; ci sentivamo accarezzati da un indescrivibile
afflato, ci sentivamo diversi da come potevamo essere stati prima.
Quella credo fosse la condizione di tutti in quei momenti, un misto
di commozione e gioia che si concretizzavano entrambe in una
struggente preghiera molto bene estrinsecata dal Presule accorso su
quell’Eremo per celebrare la festa Sant’Alberico.
Stanchevole ma gioiosa la salita, spedita ma con un
velo di malinconia la discesa.
Ogni pochi passi ci voltavamo indietro per porgere ancora un saluto
a Don Quintino, resi ancor più fermi nell’impegno di mettere a prova
noi stessi e tutta la nostra vita secondo gli insegnamenti divini
dei quali Egli era stato interprete quanto mai fedele.
Ed ora una corsa all’Eremo di Monte Carpegna per porvi una lapide a
ricordo del Suo passaggio anche in quel luogo.
Una semplice cerimonia officiata dal Vescovo di San Marino –
Montefeltro coronò infine il nostro bellissimo pellegrinaggio.
Gli atteggiamenti futili si attenuarono molto in tutti noi dopo
quell’esperienza indimenticabile.
Molto mutò in noi; la vita acquistò un più alto significato e
s’attenuarono non poco anche i concetti di “mio” e “tuo” .
Tutto si dilatò e l’ ”io” divenne alfine l’umanità
tutta che in un empito corale porge la mano a chiunque abbia bisogno
di aiuto, di conforto e di assistenza.
Grazie, Don Quintino |