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Ricordi
di Gina Manco
La prima volta che don Quintino tornò a Melissano da
eremita, fu invitato a pranzo insieme al vice parroco di allora, don
Giuseppe Fanuli, da Sara Caputo, con la quale io vivevo, in Via Casarano
nr. 11.
Per l’occasione fu allestita la tavola nella sala da
pranzo, attigua alla quale c’era una piccola cucina, dove ogni giorno
pranzava insieme alla signorina Caputo e a me, un vecchio di circa
ottant’anni, quasi cieco. Gigli, così si chiamava il vecchio (il cui
vero nome era Antonio Sambiasi), nativo di Ugento era stato abbandonato
in fasce presso una famiglia di Melissano, dov’era vissuto. Ma ormai
vecchio e in tempi di ristrettezza, dopo la guerra, viveva della carità
di Sara Caputo, perché non voleva pesare sui propri figli.
Don Quintino si presentò con il suo impermeabile
sbiadito e i piedi scalzi. Cominciò il pranzo, mentre io non perdevo
occasione di sbirciare sotto il tavolo i suoi piedi gonfi e piagati,
tanto ne ero impressionata.
Mentre mangiava, don Quintino si rese conto che in
cucina c’era qualcuno, avendone sentita la voce. Era Gigli che mangiava
da solo e che non aveva voluto sedere a tavola con gli invitati, perché
era in abiti miseri e vedendoci poco, si sbrodolava mangiando. Ma don
Quintino chiese chi ci fosse in cucina e avendolo saputo, insistette
perché Gigli sedesse a tavola con loro e quando gli fu presentato, gli
prese le mani e lo abbracciò e con dolcezza lo invitò a sedere accanto a
lui.
Grande fu la gioia e la commozione dei presenti e
dello stesso Gigli, che gli baciò le mani con gli occhi umidi e poi
sedette a tavola accanto a don Quintino, senza provare più vergogna,
dopo l’incoraggiamento ricevuto.
Grande fu l’insegnamento di umiltà e di
incoraggiamento sulla via del Vangelo che ricevemmo da don Quintino quel
giorno.
Ci sentivamo pieni di gioia e fu come avere Cristo a
tavola con noi.
Melissano, maggio 1998 |