|
Ricordi
di don Sergio Matteini
Mi era rimasto negli occhi e nel cuore.
Ogni tanto riprendevo in mano il testo di C. Bandini
"Don Quintino un eremita dei tempi moderni" che avevo trovato per caso
da qualche parte e "rubato" per gustare una sensazione di pace che era
nata tanti anni addietro.
Dopo la sua scomparsa diverse volte sono stato nel
suo eremo, sempre attratto da un fascino grande.
L’ultima volta l’avevo visto un giorno o due giorni
dopo la morte (non ricordo bene). Mi aveva telefonato un amico per darmi
la notizia. Immediatamente decidemmo di andare. Il viaggio è stato tutto
un colloquio spirituale (a parte il tempo impiegato per montare le
catene da neve alla macchina) nel riandare ai ricordi del seminario e
nel confrontarci sulla nostra vita di giovani (allora!) sacerdoti. E
tutto questo, penso, non perché fossimo particolarmente bravi noi due,
ma perché la "presenza" di don Quintino ci richiamava naturalmente al
mondo di Dio.
Nel maggio di quest’anno ho saputo dell’esistenza
dell’Associazione "Amici di don Quintino" e delle sue finalità e, con
vero piacere, mi associo agli amici con ricordi e con una mia
testimonianza.
Ho conosciuto don Quintino in seminario a Bologna; ho
fatto con lui gli ultimi tre anni di teologia.
Lo ricordo così, a quadri.
Don Quintino nella cappella.
Era certamente il suo luogo preferito. Io ogni
tanto ci andavo...lui era sempre lì. Io tentavo di pregare...lui
pregava davvero. Era sereno, assorto. Io mi distraevo facilmente
perché guardavo lui...; d’altra parte questo mi faceva bene: mi
edificava.
Certamente viveva in profonda intimità col suo
Signore; lo aveva avvinto e lui ci stava bene.
Don Quintino nell’aula magna.
Le lezioni di teologia e i testi in latino forse
gli facevano venire in mente i sassi su cui camminava a piedi nudi
per andare a Messa dal suo Eremo alla chiesa parrocchiale. Voglio
dire che erano per lui una penitenza. Tutti ci eravamo accorti della
sua fatica, ma tutti anche vedevano il suo impegno, la sua ricerca
semplice di aiuto da noi e i colloqui che aveva personalmente coi
professori.
Certamente ripeto un luogo comune, ma sono
convinto che corrisponda a verità: quel Gesù Cristo che veniva fuori
a pezzetti dalle pagine del testo, lui lo aveva già conosciuto e
l’amava come suo Salvatore. A uno che ha sete e si trova con la
bocca attaccata alla fontana di acqua fresca fa poca impressione
sentire parlare della natura dell’acqua e dei suoi benefici!
Don Quintino nel cortile.
Intanto immaginatevi un grande cortile con
palloni da calcio e campo da pallavolo e attorno, su due lati, una
bella fila di grandi alberi.
Adesso mettiamo i personaggi. Io e gli altri
seminaristi nel campo di pallavolo, di corsa per sfruttare al
massimo quel tempo (ci sembrava sempre troppo poco!) di relax e in
mezzo al chiasso, alle urla e alle risate "ristoratrici". Lui,
Quintino, sotto gli alberi a passo lento... ancora sereno ed assorto
come nella cappella. Non era certamente un volere estraniarsi:
accettava la compagnia, era addirittura brillante (anche se parlava
sempre a voce sommessa).
Ecco un’altra sensazione che ho sempre avuto di
lui: doveva essere un uomo di grande spirito di sacrificio.
Passare dalla vita eremitica ad un seminario, dal
silenzio immenso del suo monte a piazza dei Martiri, trovarsi alla
sua età a condividere la vita di un gruppo di giovanotti (...anche
se seminaristi) doveva costargli molto.
Ma più forte dei sacrifici era il desiderio di
realizzare il suo sogno (lo aveva manifestato molto chiaramente):
diventare prete e ritornare al suo Eremo per dare ai visitatori,
assieme ad una buona parola, il perdono dei peccati e l’Eucarestia.
Don Quintino inedito.
Tra le foto della mia vita di seminario sapevo di
averne una particolare e l’ho trovata. Sul retro ho trovato segnata
una data: BO 30.11.61. Confrontando le notizie della vita di don
Quintino ho scoperto che quella foto è stata scattata nel giorno in
cui è diventato diacono, nel seminario regionale. E’ "particolare":
si vede un tavolo con un fiasco di vino, don Quintino seduto che con
la mano sinistra chiude il bicchiere e con la destra mi ferma mentre
cerco di versargli altro sangiovese. Non ricordo i particolari, ma
molto probabilmente in un momento di festa organizzato tra noi per
il suo diaconato io, come spesso capitava, mi divertivo a
...tentarlo.
"Sopportare pazientemente le persone moleste" è la
sesta delle opere di misericordia spirituale.
Benedetto Quintino, sono convinto di avere
contribuito anch’io, con i miei disturbi, a farti diventare santo!
Santarcangelo di Romagna, 8 settembre 1989 |